Fotostoria

NEL PAESE DEI GIGLI SELVATICI

Un progetto di ricerca fotografica per indagare il tema dell’identità in una piccola comunità alpina, esplorando attraverso il linguaggio della fotografia la bellezza del paesaggio che le caratterizza, le modalità relazionali tra gli abitanti e tra gli abitanti e lo spazio.

testo e foto di Francesca Loprieno

Immagini di archivio e studio di ritratti e analogie, abitanti di Arten (frazione di Fonzaso), 2022
16/02/2023
6 min
Uno dei primi casi, degni di nota, di immagini fotografiche istantanee non più considerate come unico accompagnamento illustrativo, ma come fonti originali,

è quello dell’American Journal of Sociology che, tra il 1896 e il 1916, sperimenta il rapporto complementare e di reciproca stima, attraverso una fertile ma breve collaborazione tra sociologia e fotografia. Questa branca della sociologia qualitativa considera importante l’uso di tecniche e metodi di natura iconica nella ricerca sociale e individua il ruolo primario dell’esperienza visuale nel processo conoscitivo, tramite il dato visuale stesso1.

Quando parliamo di immagini istantanee, in questo caso, facciamo riferimento a tutte quelle fotografie di carattere vernacolare che spesso sono archiviate, e mai catalogate, in case, cassetti, scatole o scrigni di gente che abita un determinato comune, paese o città. Altri luoghi di incredibile testimonianza sono i mercatini delle pulci, fonti inesauribili di immagini che, se pur abbandonate a se stesse negli appositi scaffali, appaiono come un archivio tra i più poetici da incontrare. Una vera fonte di mirabilia.

A stimolare questa ricerca visiva è sicuramente l’indole esplorativa di chi ci si imbatte, dall’accezione geografica e territoriale all’attitudine visionaria e storica, che spesso vede nel viaggio e nell’attraversamento dei luoghi, la rielaborazione di nuove esperienze. Nulla di nuovo se si pensa al famosissimo fenomeno del Grand Tour che sin dai tempi remoti, ha mosso popolazioni di artisti e intellettuali e di gente comune in epoca contemporanea, verso nuove mete, sognate o, ancor meglio, immaginate.

Attraverso paesaggi remoti e marginali, scenari quotidiani, rurali o urbani, luoghi erranti dell’immaginazione, la visione di queste immagini attiva narrazioni che comunicano il passato, storie mitologiche, leggende metropolitane, ma anche nuovi modi di percepire e percorrere il mondo. Sono un’esplorazione benefica per gli abitanti del luogo che ricordano situazioni o memorie passate, ma anche fonte di scoperta per le nuove generazioni che attraverso la visione di queste immagini riscoprono tradizioni e storie lontane.

A partire dalle pratiche tra le più disparate, ad esempio la ricerca negli archivi, le interviste ai protagonisti dei luoghi (gli abitanti, tutti) o l’attivazione di veri e propri strumenti e metodi di indagine, come il photovoice, ci si prefigge di coinvolgere direttamente le persone inducendole a riflettere su specifiche tematiche e sui modi per produrre un cambiamento all’interno della comunità.

Cosa accade quando è invece la pratica artistica o l’intervento di un artista in un luogo a generare un’azione partecipativa?

Da qualche tempo rifletto sulla nozione di “Attraversamento” come fil-rouge della mia pratica artistica.

Dalla Francia alla Val Belluna

Sono giunta nel piccolo comune di Fonzaso e nella sua frazione di Arten, in provincia di Belluno, dopo aver fatto un viaggio lungo ed estenuante, dalla Francia all’Italia e dall’Italia dentro un’altra Italia, quella della vita di un piccolo comune, a detta dei suoi abitanti, sempre uguale e senza mai nulla che accada per davvero.

Due settimane per generare un’azione partecipativa che attraverso le immagini fotografiche degli abitanti del luogo, e poi anche le mie, avrebbe dovuto far emergere la storia, i costumi e le curiosità di questo piccolo comune situato nel nord est dell’Italia. Una responsabilità non da poco se si considera che, quando ci si imbatte in una ricerca, una delle cose più frequenti è quella di ritrovarsi in mezzo a una costellazione, una trama di connessioni, che potrebbero portare ovunque il nostro interesse o meglio il nostro sguardo.

Da qualche tempo rifletto sulla nozione di Attraversamento come fil-rouge della mia pratica artistica. Una sorta di auto-dichiarazione d’intenti tra me e me, che s’impegna a vedere nell’erranza o nell’irrequietezza di una possibile stabilizzazione, la premessa essenziale di una ricerca artistica che possa sempre portarmi altrove.

Come un libro caotico (alla Chatwin), che va ben oltre i limiti convenzionali del racconto, mischiando reportage, autobiografia, etnologia, saggio e memoria orale, mi sono posta l’obbiettivo di non raccontare una storia, ma di cercare connessioni, trame, intrecci per allargare o ancor meglio colorare la visione di un luogo ai miei occhi sconosciuto. L’idea di “frammentare un grande scenario in schegge luminose”, di portare alla luce attraverso le persone incontrate, una possibile ma non veritiera personale visione di questo luogo, mi ha permesso di agire in totale libertà attraverso la mia pratica artistica.

Tra angoscia e paura, ho mosso i miei passi, accompagnata da una bicicletta che mi ha donato un abitante del luogo, all’interno di percorsi nuovi ed estranei.

Nell’attesa che anche il paesaggio potesse accogliermi

Ed è così che Norma, Francesco (in arte Olremle), Elsa l’assistente, don Alberto, il Guardiano del Fuoco, la Cioeta (che non ho mai incontrato), la Signora degli Angeli (di cui mi hanno parlato), Giovanni, Guido il giornalista, Oriana la bibliotecaria, i Bambini d’un Tempo2, lo sconosciuto sul Monte Avena, il pensionato della chiesetta di Sant’Anna, Smeraldo, Lucien il francese di Arten, il Cileno, e molti altri, sono diventati i miei compagni di viaggio reali o immaginati che attraverso le loro storie e i loro incontri mi hanno reso protagonista di questo luogo che è Fonzaso, contribuendo a questo movimento generativo e partecipativo dell’attraversare uno spazio. E se è vero che l’altrove non è indicato da un punto cardinale, sicuramente questo viaggio ha aperto molteplici direzioni di scoperta.

In questo navigare a vista tra i personaggi e le loro storie, che ho accuratamente registrato, i luoghi e i paesaggi sono stati lo sfondo per continuare a perdersi in un orizzonte, sconosciuto alla mia quotidianità: quello della montagna. Tra angoscia e paura, ho mosso i miei passi, accompagnata da una bicicletta che mi ha donato un abitante del luogo, all’interno di percorsi nuovi ed estranei, nell’attesa che anche il paesaggio potesse accogliermi e farmi sentire partecipe del suo processo vitale.

Quando ci si imbatte in un’azione partecipativa, non sono solo le persone a essere protagoniste del processo, il paesaggio, soprattutto quello dei piccoli comuni, come nel caso di Fonzaso, caratterizzato come molti altri in Italia, da fenomeni di spopolamento o abbandono, diventa lo scenario metafisico di associazioni, riferimenti popolari o letterari che possono entusiasmarci o incuriosirci fino anche a credere che il Mazaròl o l’On Salvàrech, siano davvero esistiti.

In questi luoghi tutti gli abitanti fanno parte di una grande famiglia comunitaria e la presenza sconosciuta, l’invasione di un estraneo, può determinare un estraniarsi dal confronto, dalla partecipazione o dalla voglia di raccontarsi, o al contrario, generare un flusso di coscienza senza limiti, un’apertura quasi terapeutica e liberatoria. Incontrare l’altro è sempre un’esperienza di scoperta, rendere comunitaria la sua vita è un processo complesso che richiede tempo, fiducia e soprattutto non abbandono. Soprattutto quando sono gli anziani o i bambini a raccontarsi.

Ed è così che “Nel paese dei gigli selvatici”, accompagnata da un’inattesa fiammata di calore, tra le montagne, tra i pascoli e i versanti spesso dirupati, ho incontrato questi gigli, che sono gli abitanti di questo luogo.

Sono portatrice di due segreti, ma non posso raccontare nulla

Alla luce di questi quindici giorni passati nel comune di Fonzaso, al di là dell’esperienza della mia residenza artistica, mi sento altamente responsabile dei racconti e delle storie che ho ascoltato. Sono portatrice di due segreti di cui mi è stato raccomandato di non raccontare nulla a nessuno, sono conservatrice di VOCI e di storie che dovranno trovare una giusta collocazione in questo processo di attraversamento, sono responsabile delle immagini che mi sono state donate e anche di quelle che io ho realizzato, rubando l’anima a cose, oggetti, persone e paesaggi. Sono responsabile in parte della memoria storica contemporanea del breve frammento in cui ho attraversato questo luogo, sono grata della fiducia ricevuta e di tutto quello che accadrà nel prossimo futuro.

Restituire attraverso un’azione pubblica, artistica e di partecipazione, mi sembra l’atto più doveroso per ridonare alle persone che mi hanno accolto tutto quello che mi è stato dato. Credo sia la più grande responsabilità dell’arte in questo momento storico.

Ed è così che Nel paese dei gigli selvatici, accompagnata da un’inattesa fiammata di calore, tra le montagne, tra i pascoli e i versanti spesso dirupati, tra i barch che servivano per la raccolta del fieno e sotto cui si sono consumate, secondo varie leggende, le più belle storie d’amore, ho incontrato questi gigli, che sono gli abitanti di questo luogo, presenti con costante puntualità nei soliti posti, in una piazza circondata da un bar, una ferramenta e la sede del Comune, come piante longeve in attesa di potersi raccontare.

Lascio questi fiori, considerati “protetti” e che non devono essere raccolti in alcun modo, insieme ai loro abitanti e allo scorrere della loro vita, ben radicati nella loro terra e li ringrazio per aver partecipato al mio passaggio, rendendomi parte di questa comunità anche solo per il tempo di un attraversamento.

Questo articolo è dedicato a Norma Marcon per le ragioni che lei stessa conosce.³

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Note
1) Secondo la sociologia visuale, le immagini costituiscono delle testimonianze oculari dei fenomeni sociali che ci aiutano in gran parte a comprendere la storia, a pensarla e in alcuni casi anche a reinterpretarla. Usate inizialmente in campo etnologico ed etnografico o dall’antropologia culturale, l’utilizzo delle immagini in ambito sociale ha reso possibile la ricostruzione della realtà quotidiana, anche se molto spesso sfuggente e inaccessibile.
2) F. Padovani (a cura di) Bambini d’un tempo, Libreria Editrice Agorà, Seren del Grappa, 2002.
3) Il testo di questa ricerca è stato pubblicato anche sulla rivista online www.tuttequellecose.com
Bibliografia di riferimento
Bordieu (sous la direction de) Un Art Moyen, Essaye sur les usages sociaux de la photographie, Les édition de minuit, 1965.
B. Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Edizioni Adelphi, 2005.
F. Padovani (a cura di) Bambini d’un tempo, Libreria Editrice Agorà, Seren del Grappa, 2002.
Sitografia di riferimento
Per le immagini: Archivio Fotostorico Feltrino.

Ho un grande telescopio e nelle sere d'estate lo porto fuori e guardo tutte le stelle.

Come si è svolto il progetto
Dal 1 al 15 luglio 2022 Francesca Loprieno è stata presente a Dolomiti Hub in residenza artistica con base operativa e logistica al centro culturale Dolomiti Hub nella zona industriale di Fonzaso.
Durante queste due settimane l’artista si è mossa sul territorio e ha incontrato la comunità, organizzando vari incontri in un’attivazione collettiva per cogliere l’identità territoriale nelle sue sfaccettature. E’ stata scelta dell’artista concentrarsi su un paese di piccole dimensioni per valorizzare l’aspetto antropologico e sociale di un progetto che coglie espressioni, attività, professioni, luoghi e emozioni.
La comunità ha partecipato ad una nuova rappresentazione del territorio in varie modalità, tra cui l’evento finale e altri elaborati, come la realizzazione di cartoline aventi per protagonisti gli abitanti e i luoghi di Fonzaso che potranno diventare un valido strumento di promozione turistica territoriale della conca fonzasina e del feltrino.

Il gruppo di lavoro di Dolomiti Hub:
Cinzia Gallina, Debora Nicoletto, Annalisa Siciliano, Alessia Zanandrea.
www.dolomitihub.it

La fotografia sa “vedere la realtà con occhi diversi, più attenti, più sensibili” e “cogliere istanti altamente significativi, evocativi, che emozionano o spingono alla riflessione.”
E’ un invito a cambiare la prospettiva nel modo di “vedere” ed “osservare” il paesaggio, a valorizzare e riscoprire la bellezza e l’identità delle nostre comunità.

Francesca Loprieno

Francesca Loprieno

Francesca Loprieno è un’artista che sperimenta differenti linguaggi, privilegiando la fotografia, il video e l’installazione, e che fa dell’attraversamento e del viaggio, sostanziato dalla memoria personale e collettiva, il suo attuale campo di ricerca. Il suo lavoro è un personale tentativo di messa in dialogo tra la percezione del paesaggio e il suo intimo attraversarlo con l’intento di raccoglierne tracce sensibili e impercettibili, frammenti di un diario intimo nel quale l’identità e l’alterità si compenetrano per generare una storia più ampia e collettiva. Laureata presso l’Accademia di Belle Arti in “Fenomenologia dell’arte contemporanea” (Roma) e “Arts visuels” presso l’Ecole Nationale Supérieure des Arts décoratifs (Parigi), unisce l’attività di ricerca artistica a quella di insegnante ed esperta in didattica e pedagogia delle arti visive nei licei francesi e presso la Maison du Geste et de l’Image di Parigi. Partecipa a numerose esposizioni collettive e personali e a varie residenze artistiche in Italia e all’estero. Con la fotografa Arianna Sanesi ha formato il duo “Esprit de l’Escalier”. Vive e lavora a Parigi. (www.francescaloprieno.com)


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