Racconto

LA NOTTE DI SAN GIOVANNI

Alla notte di San Giovanni, la notte fra il 23 e il 24 giugno, sono legate innumerevoli credenze e superstizioni diffuse sia in Italia che nell'Europa settentrionale. "La notte dei miracoli, quando il sole e la luna s'incontrano, il fuoco purifica e l'acqua porta alla rinascita."

testo di Michela Piaia

Ph. by Joshua Gresham on Unsplash
23/06/2022
5 min
Scendeva la notte. La notte di San Giovanni. Fin dal mattino Remo si era adoperato per preparare il falò.

Aveva cercato dei bei sassi bianchi nel bosco dietro la casa e li aveva disposti in cerchio sul limitare del prato, là dove la scarpata scendeva a precipizio verso valle, intervallando piante e arbusti a quinte di roccia.
Sul versante opposto le cime, alte sui paesi del fondovalle, penetravano nello spazio libero dall’ampio fogliame dei faggi a guardia della casa, velandosi di luci e ombre, simili a quelle che attraversavano gli occhi di Remo nel susseguirsi dei passi per raccogliere rami secchi, la fronte imperlata di sudore, sotto il sole implacabile del solstizio d’estate.

A metà pomeriggio la catasta aveva raggiunto una considerevole altezza, ma non era ancora abbastanza. Remo la voleva grande come quei covoni di fieno su cui si pianta il palo in verticale perchè l’erba non crolli. Solo così sarebbe stata visibile dalla valle intera, pensava, disegnando sentieri sul terreno riarso, tanto tenace era il suo andare e tornare.
L’aria si era fatta più fresca e le ombre più lunghe sui ghiaioni, che con curve sinuose scendevano assottigliandosi fino a sparire nella distesa dei boschi. Lentamente il cinguettio degli uccelli andò spegnendosi nel silenzio, interrotto a tratti dal gorgoglio disordinato dell’acqua nella fontana. In cielo apparve solitaria la stella di Venere, ma non era ancora tempo di accendere il fuoco. Nella notte più corta dell’anno, il buio tarda a venire.
Remo sedette sulla panca di legno tra la pira pronta per il falò e la fontana. Nel fondovalle le luci dei paesi si accendevano fioche. La mente vagava.

Lo chiamavano Remo Mat, perchè alla sua età s’intestardiva a vivere lassù, isolato nel silenzio della montagna, ma a lui sembrava che i matti fossero loro, quelli del fondovalle, col passo eternamente affannato, o di corsa su auto che gli sembravano ogni volta che scendeva in paese più grandi e ingombranti.
Ma quel giorno tutto era cambiato e diverso. Lo sorpresero le strade deserte e il silenzio. Uno strano silenzio. Non simile a quello della montagna, che scendeva come un balsamo sull’anima, ma un silenzio spaurito di presenze nascoste, come uccelli rintanati tra il fogliame col fiato sospeso al volo circolare della poiana, e nell’aria il vibrare della loro paura. In tanti anni di vita solitaria tra i boschi, Remo aveva affinato i sensi come gli animali e appena messo piede tra le case del paese ne aveva avvertito la presenza.
Dov’erano finiti tutti? Aveva pensato di chiederlo all’osteria, ma al suo apparire sulla porta la proprietaria da dietro il bancone gli aveva intimato di fermarsi.

«Fuori, Remo! Sei senza mascherina!» e di fronte al suo sguardo allibito gli aveva raccontato di un virus che aveva fatto morire tante persone.
Remo aveva ascoltato in silenzio, le braccia incrociate al petto, e aveva tratto un gran sospiro.
«Non è una bella cosa, ma d’altronde la strada è quella. Se uno ha la fortuna di nascere, prima o poi muore.»
«Ma Remo! Che cosa dici! Cosa vuoi sapere tu, che vivi lassù come un eremita, senza televisione, senza conoscere niente di quel che succede! A te non importa nulla di nessuno!» aveva esclamato la donna con livore.
«Ma dove sono finiti tutti?» chiese di nuovo l’uomo.
La barista lo fulminò con lo sguardo.
«Dentro casa sono finiti! Stanno al riparo, non come te, che vai in giro a contagiare la gente!»

Remo, capito che avrebbe dovuto rinunciare al solito bicchiere di rosso, se n’era andato alquanto pensieroso.
Dentro casa? E fino a quando? E se questo virus non se ne fosse andato più? Forse che per la paura di morire avrebbero rinunciato a vivere? E a un tratto, a lui, che non era mai stato un grande frequentatore della parrocchia, vennero in mente le parole di Gesù, sentite, chissà quanto indietro nel tempo, pronunciare con fervore dal vecchio parroco don Luigi: “Chi difende la propria vita, la perderà.”
E fu quando s’imbatté nella signora Milani che capì che in tanti l’avevano persa. La donna aveva smesso gli occhiali e lo sguardo azzurro, un tempo orgoglioso e altero, appariva completamente spento nel viso smagrito e pallido sotto la mascherina. La donna gli passò accanto senza dar segno di riconoscerlo e, quando gli fu vicina, con uno scarto veloce si allontanò per evitarlo.

Che strana situazione. Era come se una cincia decidesse di non uscire più dal suo nascondiglio tra i rami per paura dell’apparire della poiana, o di non figliare più perché i corvi avrebbero potuto attaccargli il nido. Il benessere aveva fiaccato gli animi e fatto dimenticare agli uomini che la vita è incertezza e anche chiudendosi in casa non si è mai completamente al sicuro. E fu così ragionando, mentre metteva un passo dietro l’altro sul sentiero di radici e terra che conduceva alla sua casa, che Remo Mat ebbe un’intuizione.

La barista aveva detto che a lui non importava nulla di nessuno, ma non era vero. Al contrario a lui importava di tutti, degli uomini, delle montagne, del bosco, degli animali, tutti erano vita e tutte le vite contavano allo stesso modo, anche quella di quel dannato virus, che non faceva altro che fare ciò per cui era venuto al mondo: sopravvivere. Remo aveva preso la sua decisione.

Il cielo era andato scurendo e le stelle si mostrarono una a una sopra la sagoma scura delle montagne. D’un tratto alta e luminosa nel cielo apparve la luna.
Era giunto il tempo. L’uomo spruzzò una buona dose d’alcol tutt’intorno e poi sfregato un cerino lo lanciò sulla catasta. Il fuoco divampò e in breve le fiamme acquistarono altezza. Remo fu costretto ad allontanarsi per il gran caldo che si sprigionava dall’immenso covone. Le fiamme crescevano, crescevano, allungandosi guizzando verso l’oscurità del cielo. Ci voleva un grande fuoco per bruciare le paure e per ricordare agli uomini nel guardarlo che quella stessa energia è dentro ognuno, è la forza interiore, la forza dello spirito che avevano perso. Qualcuno di loro laggiù nella valle si sarebbe ricordato della magia della notte di San Giovanni?
Il fuoco crepitava, coprendo il rumore dell’acqua nella fontana e a Remo pareva che le fiamme si riflettessero fin sulle rocce di fronte e ne scaturissero spiriti e figure danzanti, ma non provava paura, anzi quasi un desiderio atavico di unirsi a loro.

Il vecchio rimase a guardare la pira fin quando non ne restarono che le braci e la luna incominciò a confondersi con il cielo e le creste delle montagne a tingersi di rosa. Allora si diresse là dove le erbe del prato erano più alte e con le grosse mani accarezzò i petali dei gigli di San Giovanni imbevuti di rugiada, portandosela al viso. La notte dei miracoli, quando il sole e la luna s’incontrano, il fuoco purifica e l’acqua porta alla rinascita. La rinascita dello spirito.

Centinaia di occhi avevano seguito nella notte dalle loro finestre il divampare delle fiamme. Prima spaventati, poi sorpresi.
«E’ un incendio!»
«Al fuoco!»
«Chiamate i pompieri!»
«No, aspetta! E’ un falò, non vedi?»
«Un falò?»
«Sì, ma certo… Me n’ero dimenticato… E’ la notte di San Giovanni…» disse uno.
E sentirono dentro qualcosa di nuovo, come una quiete e una fiducia dimenticate. Una porta si aprì, seguita da un’altra e da un’altra ancora.
«E’ Remo Mat…» sussurrò qualcuno, «ha acceso il falò…»
E i loro sguardi, limpidi dopo tanto tempo, si rincontrarono.

MIchela Piaia

MIchela Piaia

Di origini agordine per parte di padre, ma cresciuta a Sospirolo, dal 2003 vive a Tarzo in provincia di Treviso. Da sempre amante della montagna, appassionata di sci, escursionismo e arrampicata, è entrata a far parte del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) dopo aver vinto il Premio Bedeschi con il racconto "La montagna dell'anima". Ha pubblicato: "Racconti di una terra incantata", storie ambientate nel Parco delle Dolomiti Bellunesi; "Sotto Le rocce", storie di montanari di ieri e di oggi; il romanzo "Il Lobbio", vincitore del Primo premio al Leggimontagna 2018 e "Pisocco", la crociata di un allevatore dei giorni nostri. Collabora con la rivista Le Dolomiti Bellunesi ed è socia del CSMS, associazione sospirolese che si occupa del recupero e della valorizzazione del territorio.


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