Sette metri

«Vaffanculo a quella volta che ti ho conosciuto, Spit. Vaffanculo a te, all’Agner, al mio compleanno...

testo e foto di Giovanni Spitale

17/11/2017
4 min

«Vaffanculo a quella volta che ti ho conosciuto, Spit. Vaffanculo a te, all’Agner, al mio compleanno, a ‘sta merda di ghiaccio del cazzo, vaf-fan-cu-lo!»

Abbozzo. Scrollo le spalle, cerco una battuta che non mi viene. Acio è proprio incazzato, stavolta.

«Beh, dai, è appena peggio dello scorso anno…» borbotto. Pessima idea.
«Non me ne parlare, grandissima testa di merda, non provare nemmeno a nominare quel posto infernale, o ti butto di sotto». Categorico, secco. Guarda con aria sconsolata dritto avanti, poi sopra, poi giù. Espira piano, sconsolato, cercando di calmarsi. Sono sette metri. Sono pochi, ma bastano.
«Senti» gli dico, «vado io, non sembra così duro, sono sicuro che è solo la crosta e sotto c’è neve, in un modo o nell’altro credo di riuscire a traversare. Poi usi i buchi che faccio io e via, siamo giù nel tempo di dire bau».
«Bau», ringhia. Prende una pietruzza, una cosa piccola, la lancia due metri avanti. Colpisce la superficie gelata di questo rimasuglio d’inverno che a fine giugno ci sta intralciando il ritorno a casa. Rimbalza ed inizia a scivolare in basso, veloce, saranno cento metri di rampa che finisce in un burrone di cui da qui non vediamo il fondo. «Bau, si eh, madonna santa, ciao mondo, dimmi te se si può crepare in ‘sto modo, vatti a fidare degli amici, poi glielo dici tu a mia morosa, era meglio stare in Inghilterra, volevo fare il pittore, eee…» Ha seguito con gli occhi la discesa del sassolino, commisurando il suo monologo al tempo.
«Fine» fa sardonico.
«Il pittore? Questa mi è nuova. Comunque a tua morosa io non le dico proprio un cazzo di niente, è capace di mangiarmi vivo. Le dico che sono stati i nazisti.» Lo guardo, mi viene da ridere, viene da ridere anche a lui.

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«Il pittore? Questa mi è nuova. Comunque a tua morosa io non le dico proprio un cazzo di niente, è capace di mangiarmi vivo. Le dico che sono stati i nazisti.»
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Ogni anno è la stessa storia. Acio torna in Italia per il suo compleanno, poi andiamo in montagna assieme, poi in qualche modo va a finire a merda. Ecco perché lascio sempre della grappa in macchina: per motivarlo e per rabbonirlo. Tanto mica deve guidare, lui.
Mi avvicino al bordo di questa lingua bianca e infame. Passare sopra? Impossibile, troppo verticale, senza contare che pare un muro a secco fatto su con lo sputo da uno veramente tanto ubriaco. Sotto? Auguri. Tornare indietro? Siamo su da otto ore, più o meno. Siamo stanchi, è un botto di strada. Faccio un altro passo avanti.

«Eh no vec, non vai mica te per primo!» Acio mi prende la spalla, mi trattiene. «Pensaci: poi magari ti caghi addosso, scivoli, cadi, lasci una bella strisciata di merda e sangue e poi muori. E a me tocca anche pestarla! No, vado io, mona.»

Sono sicuro che saremmo stati una coppia bellissima, se il Signore avesse avuto il buon senso di non farci entrambi eterosessuali.

«Vec, sei sicuro?» gli chiedo. «Non è che a stare in Inghilterra ti sei rammollito troppo?»

Mi risponde con un colpo sordo, lo scarpone contro la crosta di ghiaccio. Croc, si rompe, il piede entra abbastanza da far presa. Croc, croc. Sta andando, un passo alla volta, piano e con attenzione. Sto zitto: virtù fondamentale per il buon funzionamento di ogni coppia. Sento borbogliare un mantra di santi e di madonne, ma piano e con creanza. Ha fatto tre metri e mezzo, quando si ferma. Si gira, mi guarda: «ma sul serio, la cosa dei nazisti?»

«No, vec» rispondo. «Le dico che mi hai salvato la vita o roba del genere, ma solo se non la lasci tu, la striscia di merda».

Tre ore di marcio, ravanamenti ed ingiurie più tardi siamo alla macchina. È buio, siamo zuppi, e per farla compiuta c’è pure temporale.

«Senti» gli dico, cauto. «Scusa, scelta infelice, ‘sto posto. Colpa mia».
«Non lo dire nemmeno per scherzo» mi risponde. «Anzi, segna già in calendario l’anno prossimo, sia mai che ti dimentichi. Non una parola con le morose, ok? E tira fuori la maledetta grappa!»

Giovanni Spitale

Porto a casa il pane facendo il filosofo (giuro, non è uno scherzo). Vivo e lavoro a Zurigo, dove mi occupo di bioetica e scopro l'altro lato delle Alpi. La mia vita ha due punti fissi: Angela ed il mio furgone (non necessariamente in questo ordine). Ho scritto un paio di libri, mi manca casa, ho un rapporto complicato con il vino. Mi piace credere che le parole possano cambiare il mondo.


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