Reportage

#96 ISOLATI, DA SEMPRE

La storia degli ultimi sei abitanti di Monteviasco, il borgo che non ha mai avuto una strada.

testo e foto di Marco Carlone  / Pianezza (TO)

03/01/2021
8 min
Il Bando del BC20

Isolati, da sempre

di Marco Carlone

«Lucia, è tuo il Nesquik?» chiede il Maresciallo Paolocci frugando nel suo zaino. Tira fuori una scatola di plastica gialla.

«Ti sembro una che beve il Nesquik a colazione, Paolocci?» lo apostrofa beffarda la Lucia, mentre sistema nella sua credenza un pacco di spaghetti da 1 kg.

«No, Paolocci. Il Nesquik è di Giordano», interviene il Capitano Volpini, sedendosi sulla grande panca della cucina. Si toglie il basco e lo poggia sul tavolo di legno. Il rumore della pentola sulla stufa fa a gara con la voce di una conduttrice che sbraita dalla televisione. «È passato direttamente dal prosecco al Nesquik, Giordano?» scherza la Lucia, facendo scoppiare Maresciallo e Capitano in una fragorosa risata. Alle sue spalle, il tipico ritratto di Ernesto Che Guevara scruta tutti dall’alto, incastrato tra una gerletta e un vecchio rampone.

Quando qualche giorno prima ci eravamo sentiti al telefono, il Capitano Volpini mi aveva assicurato che se volevamo conoscere un montino DOC dovevamo andare proprio a casa della Lucia: «è l’anima del paese, vedrete». E così avevamo fatto.

Monteviasco si trova in alta Val Veddasca, nelle Prealpi lombarde, e costituisce la seconda metà del comune di Curiglia con Monteviasco. Dal cimitero, il punto più panoramico del paese, si intravede il Lago Maggiore, mentre tutto intorno una corona di montagne chiude l’orizzonte a mezza altezza. Segnano il confine con il Canton Ticino: appena dietro le creste, c’è la Svizzera. Guardando verso il basso, invece, si aprono le case del borgo, un centinaio circa, tutte costruite in pietra e legno su quattro livelli diversi, per far sì che il sole possa colpire sempre le pareti e i balconi di ogni abitazione. Ci sono due chiese, il lavatoio e un numero indefinito di fontane, tre ristoranti – di cui due ormai chiusi – e il vecchio ostello. Attualmente solo sette persone risiedono qui per tutto l’anno, tra cui la Lucia, classe 1944.

Letta così potrebbe sembrare una delle innumerevoli storie che raccontano lo spopolamento dei borghi alpini. Ma c’è una peculiarità che rende Monteviasco diverso da tutti gli altri paesi della provincia, della regione e forse di tutto l’arco alpino. Perché se nel corso del ‘900 tra le valli di montagna sono comparse le carrozzabili, l’asfalto, le automobili, i trattori, a Monteviasco tutto questo non è mai arrivato. Da sempre, Monteviasco è infatti il borgo che non ha mai avuto una strada. L’unica via d’accesso al paese, oggi come duecento anni fa, è una mulattiera di 1.442 gradini che conduce a Mulini di Piero, l’ultima località raggiunta da una strada asfaltata. Da lì si comincia a salire e, dopo un’ora in una fitta faggeta, si intravedono le prime case del borgo, a 950 s.l.m.

La Lucia spegne il fornello, si sistema il golfino, si accomoda al tavolo e inizia a raccontare la sua Monteviasco. Nelle sue parole si rincorrono tutti i topoi di quelle storie d’infanzia, pregne di immagini e ricordi, che hanno vissuto molte persone nate e cresciute nelle Alpi degli anni ’50. Le camminate sulle radure a cercare i nidi di pernice, la processione a fine maggio, gli spettacoli della compagnia teatrale, la banda, che contava 10 fisarmoniche, 4 chitarre e un mandolino. Storie, consuete, di borgate che vivevano di pastorizia e agricoltura familiare, di uomini e donne che, per andare a vendere i loro formaggi giù in bassa valle, dovevano farsi ore di cammino nel bosco.

«Per noi era questa la normalità, perché vedevamo i paesi dall’altra parte della valle che, nonostante avessero la carrozzabile e qualche macchina, vivevano come noi» sostiene la Lucia. Il suo racconto è passionale, entusiasta, un po’ nostalgico ma molto equilibrato, nonostante il trasporto delle sue parole. «I sacrifici erano terribili, enormi. Ma un tempo le donne – l’ho fatto anche io da piccola – scendevano giù a Curiglia a piedi, compravano il pane, portavano su tutto quello che serviva ai negozi – perché qui c’erano 3 negozi – e poi andavano a fare la giornata. La vita era quella, non c’era alternativa».

«Negli anni ’50 Monteviasco era un borgo come molti altri», raccontava il giorno prima lo storico locale Maurizio Miozzi, davanti a un camino scoppiettante, «Ci vivevano circa 450 abitanti. Oggi ne sono rimasti sette». Maurizio porta da vent’anni scolaresche e gruppi di turisti in gita su a Monteviasco. «La strada non si riuscì mai a costruire per ragioni principalmente economiche, e anche perché negli anni ’60 la mulattiera era sufficiente per il numero di persone che abitava in paese» conclude. È così che Monteviasco è rimasta un’isola nel bosco.

Con il boom economico degli anni ’60, anche Monteviasco seguì la sorte di moltissimi borghi delle terre alte. L’economia silvo-pastorale su cui si sorreggeva il paese perse sempre più appeal sui giovani, attratti dalle possibilità che offrivano quelle città che dalle panche di fronte al cimitero si potevano solo immaginare: Luino, Varese, addirittura Milano. Iniziò un crollo demografico che in 50 anni si portò via quasi tutti i suoi abitanti, visto che anche i più volenterosi non potevano permettersi almeno due ore di cammino al giorno per tornare dal lavoro.

Nei primi anni ’80 chiuse anche l’ultima scuola, ma i testardi montini non si diedero per vinti. Una sera corsero giù per lo Stivale fino a Roma per entrare nelle televisioni di tutti gli italiani. Li ospitò nella sua storica Portobello il conduttore Enzo Tortora, dando voce a quel piccolo borgo varesino che rischiava lo spopolamento e chiedeva il suo filo d’Arianna per uscire dall’isolamento. Anche grazie a quella trasmissione, il filo arrivò nel 1987, spesso e di metallo, e portò in paese una piccola funivia. Il minuto parallelepipedo giallo, grande poco più di un ascensore, ridusse l’ora di cammino a 5 minuti di viaggio, a penzoloni sui faggi. Su quel trabiccolo, oltre ai residenti, iniziarono a salire anche turisti e curiosi: non era arrivata una strada, ma per il paese era una bella boccata d’aria. La funivia riportò in paese anche i figli e i nipoti di quelle persone che avevano le radici a Monteviasco e non volevano rompere il legame con il borgo.

Dal 2018, però, il mito del borgo a cui era stata rifiutata la strada si è fatto ancora più intricato. Il servizio della funivia è stato sospeso a causa di un incidente, costato la vita a Silvano, uno dei manovratori. E a causa di una farraginosa odissea di indagini, accertamenti e formulari, da un giorno all’altro quell’unica via di comunicazione con il resto della valle si è interrotta. Un altro masso poggiato sul dorso già ricurvo del paese, sulla sua piccola nicchia di gitanti della domenica, ma anche su chi a Monteviasco aveva costruito una seconda casa per le vacanze e, per esempio, non aveva più modo di portare grandi carichi. Un peso che grava ancora su Candido, che faceva il manovratore nella stazione a monte e da allora è rimasto senza lavoro, su Barbara e Roberto, che da pochi anni hanno preso in gestione il Vecchio Circolo, l’unico bar/ristorante rimasto aperto.

«Per fortuna chi ha acquistato la sua seconda casa qua è ben conscio che non si è comprato solo i muri e il tetto, ma tutto il pacchetto di Monteviasco» continua la Lucia. Il paese ha quindi resistito, le persone hanno continuato a venir su per la mulattiera, Barbara e Roberto hanno tenuto botta, e ora salgono tutti i giorni a piedi da Curiglia per aprire e chiudere la loro saracinesca. Da quel giorno nero del 2018, Monteviasco è rimasta isolata ma mai sola, e ha scoperto una nuova via di comunicazione: i Carabinieri.

Armata, sì, ma di zaini e bastoncini, la squadra del Maresciallo Paolocci della stazione di Dumenza e del suo superiore, il Capitano Alessandro Volpini della caserma di Luino, da circa due anni sale lungo la vecchia mulattiera tre volte a settimana, per portare cibo, medicine e beni di prima necessità. Da allora è questo il solo corridoio umano rimasto per la Lucia, la Franca, Candido, Walter, Rita, Augusto e Giordano, i sette highlander di Monteviasco.

«Fa parte di quello che chiamiamo servizio di prossimità» raccontava il Capitano, mentre salivamo i gradini irregolari piantati in mezzo al bosco, «lo facciamo in auto su tutto il territorio. Qui la strada non c’è, dunque lo facciamo a piedi. È il nostro modo per far sì che questo splendido borgo non muoia». Un altro innamorato di Monteviasco.

Quando giungono in cima alla mulattiera, iniziano il giro porta a porta tra gli abitanti, distribuendo la spesa che i figli o i parenti lasciano loro in caserma. In due anni di salite e discese con lo zaino in spalla, i carabinieri sono diventati parte della famiglia di Monteviasco. Lo si vede da come prendono il caffè con la Lucia, da come scherzano con Augusto e Walter. Salgono perché fa parte del loro lavoro, ma anche perché gli piace farlo. A volte la Lucia prepara loro il pranzo, altre volte si fermano a mangiare al Vecchio Circolo.

A parlare con tutti, insomma, sembra che l’isolamento di questo luogo sia stato da un lato la sua condanna, dall’altro ciò che ha saldato il legame con le persone che lo vivono. Su questo la Lucia non ha dubbi: dice che è ciò che spinge tutti gli abitanti, permanenti e non, a fare squadra e a prendersi cura del paese come se fosse il proprio salotto. A 75 anni, “l’anima del paese” continua a far su e giù sulla mulattiera per andare a trovare i figli a Luino. «Mi piace girare il mondo, mi piace mettere i tacchi qualche volta. Mi piace andare anche a teatro, però quando non hai più la vita programmata dal lavoro fai ciò che meglio credi, ed è meraviglioso stare qui. Si può leggere, si può scrivere, si può cantare da soli, anche stonare, nessuno dice niente», poi conclude, teatrale, «di sicuro vorrò morire qua».

La salutiamo quando il sole inizia a nascondersi dietro la cresta dei monti. Sono i primi di ottobre, e le giornate iniziano a stringersi. Prima di chiudersi la porta alle spalle ci fa salire sul suo terrazzo, da cui si spalanca una vista stupenda. Mostra al maresciallo Paolocci la griglia che le hanno portato su a inizio giugno, sgridandolo che le aveva promesso una grigliata domenicale che ancora non hanno mai fatto. «Ormai mi sa tanto che dovremo aspettare il prossimo aprile» lo schernisce, mentre il maresciallo la rassicura che non mancherà l’appuntamento.

Monteviasco sembra sorreggersi su un equilibrio complesso, millimetrico. Sui bracci della sua bilancia da un lato pesano le difficoltà dell’isolamento, i tempi lunghi, le pendenze, i gradini. La paura dell’essere lontani. I ristoranti del Lago Maggiore sono laggiù, a 15 chilometri di distanza, si riescono quasi a vedere. Ma per sfogliare quei menù devi farti almeno un’ora e mezza di strada, sudata compresa.

Sull’altro piatto della bilancia c’è invece il senso di meraviglia che suscita un luogo del genere, isolato ma non solitario, soprattutto per chi quei posti e quelle storie li incontra e le ascolta per la prima volta. Per quelli che chiamano casa Monteviasco, invece, quella condizione è semplicemente la normalità. Una caratteristica come molte altre, che quasi inconsciamente ha creato e rafforzato il senso di comunità, di appartenere, sì, a un posto singolare, ma normale allo stesso tempo.

«Ogni volta che salgo su a Monteviasco mi chiedo ‘ma è possibile vivere ancora nel 2020 una normalità in un posto senza strade, senza voler scegliere per forza una vita eremitica? – dice con un po’ di fiatone il Capitano Volpini mentre percorriamo a ritroso la mulattiera – Ogni volta, la risposta che continua a darmi questo posto, quando ci fermiamo per il solito caffè e parliamo del più e del meno, è un deciso sì».

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note:
(1) Questo viaggio è stato pensato, vissuto, scritto e fotografato in egual misura da me e dalla mia compagna Daniela Sestito.

foto:
1. / 
2. / 3.  Monteviasco.

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Marco Carlone

Marco Carlone

Sono un fotografo e video maker freelance. Cresciuto ai piedi delle Alpi Cozie, sono appassionato di viaggi in treno, di tutti i paesi che stanno ad est di Trieste, di fotografia, di bandiere e cartine geografiche. Non mi posso definire un escursionista esperto ma mi piace camminare, e nei luoghi di pianura dove non si vede neanche un'altura verso l'orizzonte mi mettono a disagio. Attualmente collaboro con alcune testate straniere in qualità di video reporter, dove mi piace raccontare storie di piccoli luoghi, comunità dimenticate e aree remote.


Il mio blog | Essendo appassionato di fotografia, il mio più che un blog è un portfolio fotografico. È il luogo dove raccolgo tutte le storie che mi hanno stimolato, fin dai tempi dell'università, a viaggiare lontano da casa per scoprire nuovi posti. Sono, quasi tutte, delle piccole "storie fuori traccia".
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