Racconto

#39 • Stazione Nat.al.ina

testo e foto di Chiara Pezzoni

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30/12/2019
4,50 min
informazioni
Disegna. Sulla destra una fila di alberi, la chioma dapprima indefinita prende forma, sono salici piantati lungo l’argine del fosso che delimita il campo.

Al centro la stradina sterrata arriva alla cascina: ha il portico che si affaccia sul cortile, il terrazzo in legno vecchio, pannocchie appese e qualche vecchio utensile che non viene usato da tempo. Sulla sinistra disegna la stalla, il fienile dove viene riposto il fieno ben secco, dopo ogni taglio estivo, il porcile accanto al caco e le gabbie dei conigli all’ingresso del pollaio; sul fondo la vigna; tutt’attorno campi di granturco e barbabietole da zucchero. La vita contadina di una volta, governata dalle leggi della natura e delle stagioni, limitata, ma solida e genuina; difficile immaginare che la tecnologia più sofisticata un giorno potesse mescolarsi ad olezzi e deiezioni animali per diventare osservatore ravvicinato del loro quotidiano.

Nat.al.ina ha invece tessuto la rete di comunicazione fra le stazioni di controllo: web, ragnatela, il frutto del lavoro di un ragno. Anni prima c’erano stati i sistemi di quinta generazione, garantivano velocità elevata, ottima copertura, straordinaria efficienza dei segnali. Spinti dall’incertezza nel futuro, gli informatici avevano poi impiegato le loro competenze ed energie per sviluppare forme di trasmissione ultra avanzata, che sarebbero risultate di vitale importanza in caso di disastri. Negli ultimi decenni infatti i fenomeni naturali estremi ed estremamente distruttivi erano andati aumentando: mesi di siccità e arsura opprimente si alternavano ad ondate di piogge violente e uragani, in cui l’acqua impregnava le zolle aride della terra, rendendola molle e instabile; i dissesti idrogeologici erano abbondanti e diffusi in tutto il pianeta. Il livello di alcune zone di mare era salito lento, ma inesorabile e molte zone costiere erano state prima inondate e poi sommerse.

Avevamo detto addio ad Eleuthera e Great Abaco, nell’arcipelago delle Bahamas, alla loro sabbia finissima dispersa in acqua, alle palme, a centinaia, bruciate dalla salinità dell’oceano; a quartieri di Miami in cui ville lussuose avevano affaccio e approdo per le loro barche sulle lingue di mare infilate fra i lembi di terra. Addio alle Everglades, splendide paludi navigabili, una volta terre di nativi americani, coccodrilli e fenicotteri rosa. A Edam, a Delft, fiabesche cittadine olandesi, non c’era quasi più traccia dei canali che erano soliti ghiacciare d’inverno e avevano fatto da sfondo ad uno dei libri della mia infanzia; la Baltic Sea Route, la pista ciclabile più lunga di Danimarca, che si dipanava per 820 chilometri dalla Selandia allo Jutland del sud, non era più visibile nei lunghi tratti a ridosso della costa bassa. Ingoiata dalle acque una porzione di sud est asiatico: cristalline lagune tailandesi, isole indonesiane, Bali, Lombok, col loro odore di umidità e di spezie, le foreste di mangrovie, la vegetazione che travolgeva tutto.

Erano Storia, avevamo immagini e ricordi da serbare nella memoria e nel cuore, ma bisognava andare avanti, asciugarsi gli occhi ora e disegnare nuove carte geografiche, passibili di ulteriori modifiche. Fette di popolazione avevano abbandonato le zone costiere, si erano spostate nell’entroterra e si assisteva ad una rinascita delle terre alte dove stavano sorgendo piccole comunità, attività partecipate, in controtendenza rispetto all’ultimo secolo. Nessun luogo, seppur distante dal mare, poteva però ritenersi davvero sicuro, perché anche i terremoti adesso erano più frequenti: i ghiacci artici, in scioglimento nelle acque degli oceani, avevano rinforzato le correnti che sbattevano contro i continenti e nelle zone di faglia i movimenti si erano intensificati. Negli atenei ci si era concentrati sui fenomeni sismici e nel tentativo di trovare delle soluzioni e limitare i danni erano nate ricerche sovranazionali: molte si basavano su osservazioni, tramandate fin dall’antichità, di comportamenti anomali da parte di mammiferi, uccelli, rettili, perfino insetti all’approssimarsi di un sisma. Diverse specie parevano presentire il pericolo e voler abbandonare il luogo in cui stava per accadere. Anche in epoca moderna erano circolate notizie di avvenimenti davvero singolari: una moltitudine di rospi in fuga nel Sichuan nel 2008, un canarino che si era lanciato isterico contro la gabbietta in Friuli nel 1976 e poi serpenti che si erano svegliati in anticipo dal letargo, mucche che volevano scappare, formiche che non rientravano nei formicai.

Cosa sentivano: le onde che precedono una scossa violenta, variazioni nei flussi d’acqua sotterranei, il rilascio di gas dal terreno? Non era dato sapere. L’università di Cambridge aveva portato avanti uno studio sul comportamento di roditori in Perù: questi animali risultavano in grado di percepire in anticipo gli ioni positivi rilasciati dalle rocce poste sotto stress dall’ imminente movimento tellurico; modifiche della ionosfera erano state confermate dai radioastronomi. C’era chi ci credeva e chi era scettico, ma tutti si affidavano a questo sesto senso, che noi umani non possedevamo o avevamo evidentemente perso. E così nelle stalle, negli acquari cittadini, negli alpeggi di montagna, nei grandi allevamenti di tutto il mondo, erano stati installati dispositivi di ultima generazione, a trasmissione fotonica, del tutto innocui per gli animali, ma pronti a leggere comportamenti potenzialmente predittivi. Tante piccole stazioni di controllo e rilevamento di dati che viaggiavano a velocità di impronunciabili bit al secondo, mentre milioni di connessioni simultanee li portavano alla stazione Nat.al.ina; qui sarebbero stati confrontati, interpretati e prontamente divulgati, perché si potessero prendere le dovute contromisure.

Gli occhi spalancati e le labbra dischiuse, ci si fermava davanti agli schermi quando veniva annunciata una qualche stranezza, che per fortuna solo di rado era la previsione di un cataclisma, ma questo faceva sentire molto più protetti. Gli animali ci stavano rendendo un ulteriore servigio, dopo averci da sempre sfamati, difesi, accompagnati, arricchiti, scaldati, trasportati; per la prima volta da ché mondo era mondo tutti gli uomini vi si relazionavano con rispetto e cura ed era cessata ogni forma di crudeltà nei loro confronti. L’elettronica avanzata che con straordinaria abilità era stata raggiunta, poteva ora esserci utile e salvarci, solo ammettendo, con una buona dose di umiltà, che avevamo bisogno di un tramite per riallacciare il legame con gli elementi della natura; era solo facendo un passo indietro che avremmo potuto andare avanti.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Chiara Pezzoni

Scrivere è dare un po' di sé agli altri e fare anche i conti con te stesso, ti porta a guardar fuori e guardar dentro.


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