Fotostoria

ANCHE UN SALTO PUÒ FARE SILENZIO #6

Sapremo mai ritornare a sentire il silenzio senza essere obbligati a farlo? O quantomeno a fare poco rumore?

testo e foto di Matteo Mocellin

(Archivio Fotografico Guido Ferrari)
21/12/2022
4 min
Me lo ricordo il silenzio di quell’inverno.
Non era la classica sensazione ̶ ovattata ̶ che si ha durante una nevicata, non solo quella.

Anche in fondo alla valle c’era una percezione strana dell’ambiente, non si sentivano né motori né tante voci durante quelle feste di Natale, tutti erano a casa ed il silenzio si poteva anche non cercarlo.
Ma la libertà sì. Quella si doveva cercare, era quasi dimenticata ormai.

Durante quelle zone colorate dal Governo la libertà l’ho riconquistata grazie ad una persona conosciuta in un passato confuso, quello delle feste e dell’adolescenza. Una di quelle persone che si ripresentano dopo anni, quando si è diversi come uomini, ma ci si ritrova perché non si è dimenticata la voglia di andare ad evadere lì fuori. Chiaro, la voglia di festa è rimasta pure quella.

Una di quelle persone è Sergio. Un amico e appassionato di montagna.
Con lui in quella zona rosso-arancio potevamo muoverci per sgranchire le gambe lungo la Valbrenta, per fortuna un lungo e alto Comune, tanto che, in quell’inverno speciale, si poteva partire dal fiume ed arrivare alla cima più alta tutto con gli sci. È stata una cosa meravigliosa, qui non succede mai. Non sto scherzando, in quarant’anni non l’avevo mai visto.

Quel giorno un tunnel ci avrebbe letteralmente aperto un varco verso una strada normalmente libera dalla neve, ma che in quel momento era lì, bianca, fuori dall’oscurità dalla quale volevamo uscire.
All’inizio non era facile muoversi tra i piccoli alberi del folto e trascurato bosco di carpini ed ornielli della bassa valle, mica sono abituati loro al peso della neve. Le loro fronde a volte ci ostruivano il passaggio, ma delicatamente ci facevamo largo bagnandoci la faccia e la bocca di una neve che si faceva pesante.

Arrivati ai faggi il passaggio divenne più aperto e gli alti fusti ci regalavano la visibilità verso le case del Col dei Prai, da lì non sarebbe più stato così facile battere la traccia.
I fiocchi erano sempre più densi e i pascoli carichi di una neve polverosa dove in salita si sprofonda e la maledici, ma dove sai che in discesa, poi, godrai. Allora ne vale la pena e tiri avanti.

Anche un salto può fare silenzio.
Succede quando non pensi alla realtà, ma a quello che immagini, alla fotografia che vuoi scattare.

Il suono mi arriva dagli sci in mezzo al bosco poco prima del drop che avevamo deciso, poi tutto si congela in quell’attimo aereo, non si sente niente, per poi tornare a terra sulla neve soffice, un suono profondo e veloce (frrrsh), e quasi delicato quello che lascia la bravura di Sergio nell’uscire da quel boschetto di abeti.
E poi una risata. Sì, avrete capito che ormai è ora di scendere.

Ci aspetta l’ultimo break prima di tornare a casa. Chissà se quella pergola aveva mai ospitato la sosta di due personaggi con gli sci? Quel versante del Monte Grappa non è di certo famoso per le gite sulla neve.

«Sergio, ascolta, visto che siamo qui ed è un’occasione irripetibile».
«Quale?».
«Beh, che quel prato l’ho sempre visto verde, e adesso c’è un metro di neve, ma me la fai una curva lì?».
«Certo!».

Una cosa bella è che sulla neve possiamo essere silenziosi, o essere solo un fruscio in mezzo al bianco. Mi sono immaginato l’estate con i bambini che si rotolano su quei prati verdi. Rivestiti di bianco era Sergio a diventare bambino e scivolare davanti a quella vecchia casa di malgari.

Eravamo emozionati dal senso di libertà che ci aveva dato quell’esperienza portandoci a salire da casa fino alla neve profonda. Ci eravamo mossi silenziosi, senza accendere motori, senza consumare combustibili se non le birrette tornati a casa.

Ma mi chiedo quante volte riusciremo ancora a rispettare quel silenzio, a cercarlo un’altra volta.
Abbiamo imparato poco o nulla da quel momento storico dove siamo stati obbligati a rispettare un limite. Oggi continuiamo ad essere rumorosi per raggiungere luoghi dove dare sfogo alla nostra voglia di esplorazione, rendendola quasi una forma di egoismo.

Sapremo mai ritornare a sentire il silenzio senza essere obbligati a farlo? O quantomeno a fare poco rumore?

"Dietro la spalla stanca". Il Natale di Altitudini 2022.

Anche quest’anno per farvi gli auguri di Natale, abbiamo preparato un piccolo calendario dell’Avvento, segnato da quello che rende prezioso il nostro magazine, che ci condurrà al prossimo Natale.

<leggi tutti i racconti>

Palle di natale 2022_03

Matteo Mocellin

Nascere in una valle ha delle conseguenze: la fame di sole, per iniziare. Per andare a prenderlo devi salire sentieri, mettere le mani sulla roccia. Se poi lo fai con una reflex in mano, le cose rimangono e puoi interpretarle a modo tuo. È iniziata così; quando conosci la tecnica e ami il mestiere, il passo verso le prime spedizioni in Himalaya e all’Isola di Baffin non è poi così lungo. Ecco come sono diventato direttore della fotografia in Storyteller-Labs: passione e amore per la fatica.


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8 commenti:

  1. Marco Rossi ha detto:

    Che bellissimo racconto, grazie mille Matteo! Buon Natale
    … Chi fa le cose con il cuore si distingue sempre!

    1. Matteo Mocellin ha detto:

      Ciao Marco, sono ritornato qui ed ecco che ti rispondo con un po’ di ritardo ahah.
      Grazie e facciamo silenzio 🙂

  2. Maria Angela ha detto:

    Grazie Matteo, questo racconto evidenzia una sensibilità unica!

    1. Matteo Mocellin ha detto:

      Grazie Maria Angela, forse ho preso da qualcuno!

  3. Paolo Perini ha detto:

    Bisognerebbe inventare una macchina per produrre il silenzio…

    1. Matteo Mocellin ha detto:

      Facciamo una start-up?

  4. Andrea Pontarollo ha detto:

    Grazie Matteo e grazie Sergio per aver condiviso con noi questo fantastico momento.

    1. Matteo Mocellin ha detto:

      Ciao Andrea, leggo solo ora, mi sa che ho fatto troppo silenzio 🙂
      Grazie!

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