Racconto

#44
LE TERRE DEL METTĀ

Non facciamo un viaggio insieme da un po’». Quando Umberto pronuncia questa frase non ha ancora bevuto il suo primo caffè della giornata.

testo e foto di Chiara Cerri  / Osimo (AN)

Un sentiero quasi impercettibile, un cielo oscuro e divino, il grano colto che ha lasciato i suoi aculei. Un albero solo.
19/01/2022
9 min
Marco_Rossignoli_014

Le terre del Mettā

di Chiara Cerri

«Non facciamo un viaggio insieme da un po’».
Quando Umberto pronuncia questa frase non ha ancora bevuto il suo primo caffè della giornata. È una mattina di metà aprile e nella casa, al risveglio, queste parole risuonano quasi profetiche. Nessuno è ancora pronto al dialogo.

«Ma dove?».
Una voce dal bagno, disturbata dal rumore dello spazzolino elettrico. E’ Elia, il figlio più grande, intento a non perdere l’autobus delle 8:32 che lo avrebbe portato al lavoro.

«Ma pa’, che stai a di’? Ma ‘ndo annamo?».
La propositività di Giulia, 25 anni, due anni più piccola del fratello. Ancora in pigiama e diretta alla credenza della cucina per mangiare almeno otto/dieci di quei biscotti con le stelline, a due a due, inzuppati nel latte e caffè.

«Dai Berto, magari ne riparliamo stasera a cena. Adesso ti faccio un caffè».
Mamma Lucia, con la sua frase da manuale, mette tutti al loro posto e batte il gong che dà inizio alla giornata.

Nelle ore successive, a differenza di altri giorni, la chat di famiglia si anima di foto: scogliere a picco sul mare, musei d’arte, spiagge caraibiche, capitali europee, montagne innevate, borghi dimenticati, castelli da fiaba.
Era stato di nuovo papà Umberto a dare il “là”, ma questa volta aveva colpito nel segno: le immagini hanno traghettato il sogno e la fantasia.
La sera a cena, insieme, ne scelgono una su tutte: nella foto sono ritratti un sentiero quasi impercettibile, un cielo oscuro e divino, il grano colto che ha lasciato i suoi aculei e un albero, solo.

Quella notte ciascuno ha vegliato su di sé, interrogandosi su quella strana sensazione di vicinanza.
Dieci giorni dopo, approfittando delle vacanze pasquali, sarebbero partiti alla volta di un cammino: tre tappe zaino in spalla nelle misteriose Terre del Mettā.

L’ultimo viaggio insieme risaliva almeno a dieci anni prima.
La sera prima della partenza ciascuno si trova in religioso silenzio nella propria stanza: il rito della preparazione dello zaino è in corso.
Papà Umberto e mamma Lucia hanno recuperato dal pc la vecchia “lista-delle-cose-da-non-dimenticare” nei viaggi di famiglia. Il foglio stampato, con annessa matita per depennare mano a mano, è poggiato sul letto tra i due zaini.
All’interno dei due zaini avrebbero messo lo stesso contenuto dunque, se non fosse per quell’aggiunta fuori lista che entrambi si sono concessi: un libro di poesie ha trovato spazio tra il pile e il beauty case nello zaino di Lucia, un coltellino col manico in legno si è invece infilato in una piccola tasca di quello di Umberto.

La “lista-delle-cose-da-non-dimenticare” è stata passata con affetto anche ai due figli.
Solo una volta sicura di non essere vista, Giulia sbircia l’elenco e sorride con tenerezza alle parole “piccozza piccola Giulia”, il bastone con cui amava sempre camminare in montagna e che poi riempiva di stemmi e adesivi dei luoghi visitati. Con cura, prima di chiudere lo zaino, controlla di aver messo all’interno la maglia verde del Parco dei Monti Sibillini che le ha regalato Daniele la scorsa estate.

Dal canto suo Elia, senza nemmeno guardarla, ha riposto la lista all’interno di una scatola sopra l’armadio. In casa tutti credevano che in quella scatola blu con tre strisce bianche ci fossero le sue scarpe da calcio preferite – così aveva affermato lui, intimando di non avvicinarsi mai. Sotto quel coperchio di cartone conservava in realtà tutti i suoi ricordi: biglietti del cinema, ingressi a mostre e concerti, foglietti con dediche e tante altre piccole “coccole d’annata”.
Proprio dalla scatola tira fuori un portachiavi e lo appende all’occhiello di una delle zip dello zaino: ha la forma di un’ancora, un souvenir acquistato in Grecia, durante un viaggio fatto con la sua ex anni prima. Lui aveva scelto l’ancora, lei il timone.

“Sarebbero partiti alla volta di un cammino: tre tappe zaino in spalla nelle misteriose Terre del Mettā.“

Di nuovo insieme, sotto la chioma dell’albero e sopra le sue radici. Al di là della collina, l’ostello e il tè per mamma Lucia.

Un libro di poesie, un coltellino, una maglietta e un portachiavi.
Quel peso in più, il peso del cuore, che Lucia, Umberto, Giulia ed Elia hanno scelto di portare con sé lungo il cammino nelle Terre del Mettā, le terre dell’amorevolezza e della benevolenza. Ma per raggiungerle si dovrà necessariamente passare per l’oscurità.
Le Terre del Mettā hanno una particolarità: non sono mai uguali a sé stesse, cambiano e si plasmano a seconda di chi attraversa i sentieri. Nel sito web del cammino è tutto ben descritto e in una piccola nota a piè pagina i curatori assicurano che la meta è però sicura, l’importante è essere ben equipaggiati e abbandonare la falsità e l’ostentazione. Una frase piuttosto ambigua e apparentemente poco inerente considerato che gli ignari pellegrini potrebbero incontrare dislivelli nulli o di mille metri, animali selvatici o soltanto qualche gatto randagio, terreni franosi, paludosi o godere della fresca ombra di un bosco.

Alla partenza i membri della famiglia Rovere si direbbero esitanti. L’incredulità traspare dai loro occhi, quasi a non capacitarsi di essere davvero tutti insieme alla prima tappa.
Finalmente escono dalle gabbie dei pensieri solitari, si rivolgono uno sguardo e scoppiano a ridere. Il calore di quelle quattro risate, anche quelle, così insieme, erano anni che non le vivevano.
Davanti a loro distese di campi di girasoli.

Percorrono i primi chilometri ricordando di quando passavano un mese in Trentino, di quando Giulia ha preso la varicella e gli orecchioni in vacanza, di quando Elia è caduto nel torrente tentando di saltare da un sasso all’altro. I ricordi sono così vivi e densi, i particolari aggiunti con dovizia: la maglia con lo smile, non più così gialla, di quando papà Umberto è scivolato sulla cacca di una mucca, le pose poco ginniche di mamma Lucia durante gli amati percorsi-vita e il colore del cielo, così sgombro e ardente, al tramonto del giorno in cui si sono persi nel bosco ed è calata la notte. Quella volta hanno dovuto chiamare i soccorsi.

La mente è subito tornata a quel momento: era stato quell’episodio a sancire la fine delle vacanze insieme. Nel tempo la versione è poi mutata: «ormai siete grandi, avete gli amici», «la nonna è anziana, non possiamo allontanarci troppo». La verità è che si erano disuniti, nella difficoltà la cordata familiare si era sciolta.
A riaccendere i loro volti rabbuiati uno scorcio familiare: l’albero della foto era lì, a cento metri.

Senza parlare si sono arrestati sotto i suoi rami, a godere della sua ombra, approfittando per riprendere fiato. Un albero solo, in realtà un immenso ecosistema.
Dopo la sosta il cammino è proseguito tra dolci pendii, vigneti e un dislivello accettabile. Mamma Lucia non si è ancora lamentata della fatica e dello zaino pesante, papà Umberto non ha ancora perso la pazienza dopo aver sbagliato direzione per tre volte, Giulia non ha mai tirato fuori il suo cellulare, Elia non ha preso il largo, rimanendo al passo di tutti gli altri.

Il giorno seguente, al risveglio, la temuta pioggia è pronta ad accompagnare i quattro pellegrini. Una compagnia conosciuta, di solito contrastata con ombrello e stivaletti da pioggia in città. Armati di poncho, copri zaino, scarpe impermeabili e bastoncini da trekking, percorrono i primi cinque chilometri in discesa senza dire una parola. La concentrazione è tutta riservata alla propria precaria stabilità.
Quella lunga discesa melmosa allontana in un attimo le quattro figure. Elia in testa, senza mai voltarsi, imprecando contro santi e madonne, Giulia per seconda, quasi impassibile, priva di sentimenti, occhi fissi davanti a sé, papà Umberto poco più indietro, maledicendo la mattina in cui ha avuto l’idea di fare di nuovo un viaggio insieme e mamma Lucia in coda, pregando che nessuno si arrabbi e cercando un efficace dialogo con la sua mente, così vogliosa di una sosta in un bar e un thè caldo.

Al quindicesimo chilometro le nubi si diradano. I passi si riavvicinano alla vista di un albero solo, il secondo. Elia si arresta per primo di fianco a quella quercia non troppo maestosa. Viene raggiunto da tutti nell’arco di venti minuti. Di nuovo insieme, sotto la chioma dell’albero e sopra le sue radici. Al di là della collina, l’ostello e il tè per mamma Lucia.
Quella sera, durante il pasto, il dialogo si è limitato alle informazioni funzionali per l’ultima tappa dell’indomani. Di fatto un dialogo su un tracciato presunto e pieno di incognite. Di ogni tappa si poteva sapere solo la lunghezza e l’ubicazione dell’ostello all’arrivo, il resto sarebbe stato una scoperta in itinere, sempre mutevole. Prima di dormire, Giulia torna nella pagina web del cammino per un’ultima verifica: della foto dell’albero, decisiva per la partenza, non vi era più traccia.

“Al quindicesimo chilometro le nubi si diradano. I passi si riavvicinano alla vista di un albero solo, il secondo.“

Un albero che accoglie le pene, pronto a mostrare i segni del tempo e la sua resistenza, a far immaginare le infinite vene in cui scorre la sua linfa.

Un albero è famiglia: radici forti, rami rigogliosi, nodi rugosi, foglie analoghe tra loro ma mai una uguale all’altra.

La solitudine dell’acquazzone ha lasciato sul sentiero lastricati di pozzanghere, discese fangose e nubi minacciose. Con fiducia, senza accordo alcuno, nessuno ha scelto di indossare il poncho quella mattina, ma istintivamente si è riproposta la formazione del giorno prima: Elia in testa, Giulia, papà Umberto e in coda mamma Lucia.

Al primo tuono Elia sobbalza e si gira verso gli altri cercando risposte: Giulia fa spallucce e papà Umberto fa un gesto con la mano a significare “continua a camminare”. Dalle retrovie mamma Lucia, sempre puntuale e risolutiva, grida: «Ma perché invece non andiamo tutti insieme?».

Un vento caldo si leva all’improvviso, il fango si trasforma in polvere, le pozzanghere si fanno cratere e le nubi si dileguano. L’attraversamento di questo piccolo uragano disvela una nuova strada, leggermente in pendenza, ritorta su sé stessa.

All’imbocco della ritorta strada vi è posto un cippo di pietra con sopra quattro sassi e un foglio bianco piegato su sé stesso.
Giulia prende il foglio e legge ad alta voce: «Ciascuno di voi avrà con sé una di queste pietre lungo la salita. Ogni pietra a simbolo delle vostre paure, quelle paure che si fanno carne e si trasformano in fughe dal confronto e dal dialogo, in muri pronti a tenere lontane le emozioni, in risate ammaestrate atte ad occultare i dispiaceri e le fragilità, in silenzi, di quelli che allontanano le carezze. Ne porterete il peso. A voi decidere a che punto abbandonare il vostro sasso».

«Beh, se il cammino si modella in base a chi lo calpesta, questi sassi devono essere proprio per noi. Avanti, uno a testa e rimettiamoci in marcia!». Senza troppi indugi, e con grande sorpresa, Giulia anima la famiglia invitando tutti a farsi carico di quelle zavorre che nel tempo hanno contribuito ad offuscare il loro legame profondo.

I muri toccano a papà Umberto: un sasso color ruggine a forma di parallelepipedo rettangolare, poroso e rivestito di polvere. Le risate ammaestrate: un sasso bianco levigato dal mare, leggero e grande quanto una moneta da due euro, si adagia nella tasca sinistra dei pantaloni di mamma Lucia. Le fughe attirano l’attenzione di Elia: un sasso nero con delle striature bianche, piuttosto informe. Infine, i silenzi di Giulia: un sasso piatto e lungo, grigio asfalto, che infila nella sua manica destra.

Un altro “peso del cuore”, oltre agli oggetti personali che ciascuno ha portato con sé da casa. A parlare ora è l’altra metà, quella più oscura, quella dei non-detti e delle difficoltà.
Lungo la ritorta via nessuno posa il suo sasso, ciascuno arriva in cima col suo peso. Ad attenderli un albero, solo, immenso, alto almeno come un palazzo di sei piani. Un albero, ancora una volta.

Un albero che accoglie le pene, pronto a mostrare i segni del tempo e la sua resistenza, a far immaginare le sue infinite radici, le vene in cui scorre la sua linfa. Di fronte a lui posano i sassi e i loro “affetti scelti”: il libro di poesie, il coltellino, la maglietta e il portachiavi.
In tre tappe, al passo, i componenti della famiglia Rovere si sono mostrati nella loro autenticità, per incontrarsi di nuovo.
Un albero è famiglia: radici forti, rami rigogliosi, nodi rugosi, foglie analoghe tra loro ma mai una uguale all’altra. Umberto, Elia, Giulia e Lucia, foglie di uno stesso albero, somiglianti e in relazione.

Famiglia: partenza, percorso e met(t)ā[1].

_____
*In ricordo della Quercia Monumentale di Galloro a Sant’Angelo di Amatrice. Cerro seicentenario caduto dopo una bufera l’11 Agosto 2021. Il 7 Novembre 2021 è stato piantato un nuovo seme, simbolo di rinascita. La quercia è ritratta nelle foto 3 e 4.

[1] Il termine “mettā” della lingua Pali significa “benevolenza”, “gentilezza amorevole”.

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Questa storia partecipa al BC2021.
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Chiara Cerri

Chiara Cerri

Da sempre fan delle scarpe alte alla caviglia: intercambio quelle da basket con quelle da trekking. Appassionata di storie e di parole, mi sono avvicinata al mondo della scrittura biografica e autobiografica. Sono inciampata nella dimensione del "cammino" qualche anno fa. Una fortuna!


Il mio blog | Eleggo Altitudini.it a mio blog. Narrare è rivivere ed anche immaginare. Sicuramente è una dimensione del camminare… un po’ “fuori traccia”. Mi sento nel “posto” giusto!
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