Racconto

Il diedro che non c’è

testo e foto di Massimo Bursi

28/12/2018
4 min
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Sono in uno stretto camino, viscido ed umido, con i piedi allargati in opposizione, cerco di salire con fatica, sudo ma ho freddo…

Non distinguo più la verticale dallo strapiombo, forse mi gira la testa… sicuramente mi scivolano le mani, calcolo quanto è distante l’ultimo chiodo arrugginito, caspita… scivolo giù con un urlo strozzato! 

E mi sveglio tutto sudato, ora si mi servirebbe magnesite per le mani. Sono le quattro di notte e si è materializzato ancora una volta il mitico diedro Philipp-Flamm sulla parete nord-ovest del Civetta, l’Eiger delle Dolomiti, mio sogno ed incubo al tempo stesso!
Sono almeno trent’anni che questo diedro si è conficcato nei miei pensieri e nei miei sogni alpinistici come un solido friend in fessura. Ogni volta che durante le mie scalate trovo un’apparenza di diedro, mentalmente mi vedo, mi sogno e mi immagino lassù.
Ma l’occasione che ebbi anni fa con il compagno di cordata di allora e con le tantissime vie classiche macinate alla svelta come allenamento per il Philipp è oramai svanita e con quell’occasione è venuto meno anche il coraggio o la decisione improvvisata di salirlo.

Superiamo l’ultimo strapiombo ed usciamo sui prati finali, solo allora mi rendo conto che ho ucciso il timore che serpeggiava in me!

Siamo in parete ed una cordata lenta occupa la nostra via; malgrado la bellissima giornata, l’autunno lascia oramai aperta la porta all’inverno e non c’è poi così caldo, Nazzareno spinge per andare a destra su un’altra via ben più difficile, con traversi senza ritorno, una sua proposta che da anni respingo, più che altro a livello psicologico, e poi abbiamo una corda sola… Ma a volte le decisioni impulsive sono le migliori e così, saltando tutte le mie infrastrutture di ragionamenti aristotelici di buon senso e di sopravvivenza, spinto dal freddo pungente, parto senza indugio per il famoso primo traverso di 6b o addirittura 6c: sembra facile, oggi trovo tutti gli appigli ed in breve risalgo sul pulpito della sosta! Quando, dopo alcune ore, superiamo l’ultimo strapiombo ed usciamo sui prati finali, solo allora mi rendo conto che ho ucciso il timore che serpeggiava in me!

Saranno le sue quaranta lunghezze, sarà la roccia non sempre perfetta o addirittura marcia, saranno tutte le leggende che ho letto e sentito su questo severo banco di prova, saranno le sempre più brevi estati piovose e bizzarre che concedono una buona scusa per non impegnarsi su questa parete, ma sono convinto che solo una brusca ed improvvisa decisione mi potrà portare nell’umido ventre di questa grandiosa parete nord-ovest.
Eppure questo sogno o incubo, ma forse solo un lunghissimo diedro, incombe nei miei pensieri alpinistici e mi pesa più di qualsiasi altro zaino. Mi dico e mi ripeto che la mia vita è fantastica e piena di tante dimensioni e non solo alpinistiche e pure limitandomi alla montagna ho scalato tanto, compresi stupendi e delicati diedri solari, diedri atletici di perfetta roccia granitica, diedri dalla perfetta geometria che impongono un uso sapiente dei piedi in opposizione sfidando le leggi della fisica… beh allora perché buttarsi in questo diedraccio maschio anzi muschioso, con tratti di roccia ma anche fango e ghiaia sempre all’ombra, umido, dove se fa caldo si scoglie la neve e ti bagni e se fa freddo non asciuga e ti bagni in ogni caso…
Insomma perché scalarlo?

Il Diedro è una calamita che mi attrae e mi respinge contemporaneamente. È una paura che attrae.

Con tutte le mie forze cerco di tenere il Diedro distante dalla mia vita, ma mi ritorna, come un mantra, una frase di Armando Aste “Sopra incombono enormi tetti e strapiombi gialli, paurosamente belli. Il mio animo ne è ossessionato, eppure sono contento che ci siano”.
Già il Diedro, bello e pauroso, sintetizza il significato e le contraddizioni dell’alpinismo Le pareti generano attrazione e repulsione al tempo stesso. Il Diedro è una calamita che mi attrae e mi respinge contemporaneamente. È una paura che attrae. È un godimento che voglio ritardare nel tempo.

Nel freddo pungente, al riparo sotto pareti strapiombanti, su una piccola cengia dalla quale ho tolto i sassi più appuntiti, con i piedi dentro lo zaino, scruto una piccola porzione di cielo fra berretto e pareti, riposo, vigile, stanco e poco tranquillo, sono la persona più felice al mondo… sono sul Diedro della Parete a lungo desiderata. Ma, forse, sto sognando?

Massimo Bursi

40 anni di arrampicate prevalentemente in Dolomite! Ora amo le vie lunghe e selvagge dove è naturalmente praticato il distanziamento sociale. Mi piace scribacchiare circa le mie avventure!


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