Reportage

#23 CIÒ CHE NOI FUMMO UN DÌ

testo e foto di Cecilia Micciantuono  / Parma

01/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Ciò che noi fummo un dì

di Cecilia Micciantuono

Numerosi treni ci mostrano numerosi paesaggi: la pianura Padana, il lago di Como e il lago di Mezzola, da cui, nel luglio 2013, partiamo per percorrere la Valle dei Ratti e incunearci nell’inaccessibile Val Codera, rifugio dal fascismo e base operativa delle Aquile Randagie e di schiere di scout dopo di loro, desiderosi, come noi, di ripercorrerne le tracce nell’unico modo possibile: camminando (in realtà un altro modo c’è, ma si sa che gli scout non viaggiano in elicottero). Lasciatici alle spalle la prima tappa, Foppaccia, riprendiamo il sentiero.

Il mio zaino è pesantissimo. Ad ogni passo mi rendo conto che è più adatto ad una settimana di campeggio che ad una di escursioni in montagna. Lo stuoino appeso rimbalza ritmicamente sui polpacci, ostacolando ulteriormente l’andatura. È la mia prima route in comunità di Clan e quello che porto sulle spalle è il risultato di una serratissima cerimonia pomeridiana di elenchi spuntati, corse in solaio, ricognizione dell’equipaggiamento ammonticchiato sul letto e di un severo (a malincuore) razionamento dei vestiti. Un rituale che nel corso degli anni si affina sempre di più sino a trasformarsi in automatismo, non privo, però, di una certa solennità: sarà l’unico brandello tangibile di realtà ad accompagnarmi per una settimana nella natura (per questo, forse, il suo peso specifico è considerevole), condensato ed estratto con precisione dal flusso della routine che si fa route, strada condivisa.

Siamo circa una quindicina e ognuno di noi rappresenta una diversa declinazione del modo di vivere la fatica: chi in silenzio, chi dimenticandola perché immerso in chiacchiere anestetizzanti, chi canticchiando, chi con rassegnazione, chi pensando alla meta o al pranzo. Io la percepisco come crescente e divorante ad ogni passo, arranco senza calcolare l’economia dei movimenti e della mente, che più del corpo enfatizza e accusa la sensazione di sforzo. Per fortuna le pause sono frequenti, ci aspettiamo a vicenda, empatizziamo con l’altrui fatica.

Ben presto alla fatica si aggiunge il meteo avverso. Inizia a piovere forte. Come rispondendo ad un segnale silenzioso ci fermiamo, frughiamo negli zaini alla ricerca del poncho e ci trasformiamo in figure sgraziate e ondeggianti in mezzo ai boschi, inguainate e lucide di pioggia.

Proseguiamo imperterriti. Il poncho da riparo evolve in una cappa di calore e umidità generata dallo sforzo e dal sudore, il fazzolettone si appiccica al collo fino a diventare un tutt’uno con esso (“Scout una volta, scout per sempre”. Ecco, quel “per sempre” ora inizia a preoccuparmi). Gli scarponi, forse non così impermeabili, forse un po’ datati, forse non precisamente in Goretex, sono involucri sciaguattanti, il copri-zaino non regge più l’impatto della pioggia che, subdolamente, abbatte ogni difesa idrorepellente a nostra disposizione. Il bosco è tutto un gocciolio, un ticchettio rotto da sospiri e sbuffi. Ci sembra di camminare da ore e all’arrivo dovremmo accamparci con le tende. Ci fermiamo sotto gli alberi cercando di ritagliarci un piccolo spazio asciutto. Lo sconforto e la tensione ci soffocano più dei poncho, non riusciamo a capire in che punto del percorso ci troviamo, tanto la pioggia confonde ogni cosa.

La vulnerabilità umana al cospetto della natura mi sorprende per la prima volta. Percepisco il mio essere totalmente indifesa e impreparata di fronte allo scatenarsi delle sue forze, delle sue espressioni più violente. Sono atterrita dall’idea di avere in qualche modo perso di vista il sentiero giusto e che il nostro orientamento in un ambiente sconosciuto e potenzialmente insidioso sia così fallibile. Allo stesso tempo conservo dentro di me come un’angusta camera stagna impermeabile e insonorizzata, indifferente agli effetti pratici del temporale, riservata alla contemplazione attonita di ciò che sta accadendo intorno a me, fuori di me.

La meteorologia esterna si confonde con quella interna.
L’omino del meteo, occhialuto e munito di bacchetta e cartina geografica, scandisce con aria diabolica le previsioni della mattinata: “Si alterneranno orrore e meraviglia, con picchi di angoscia sui rilievi e nei cuori più esposti. Il principio duale che governa la caoticità dei fenomeni naturali, la bellezza selvaggia che incanta, stravolge e insinua disagio, lascerà spazio ad una perturbazione di sconcerto e tumulto. La bassa pressione insiste, sembra non dare tregua ad un gruppo di scout fradici. Una in particolare. Sì, proprio tu – dice picchiettando l’indice contro lo schermo del televisore- tu con lo zaino enorme e il modulo che rimbalza sui polpacci”. Sentendomi presa di mira, mi desintonizzo in fretta da quella trasmissione immaginaria, esco da quell’isolata camera stagna.

La meteorologia rivela chiaramente che faccio parte della natura. Eppure, ne sono anche estranea.
Nessuno di noi parla o canticchia o pensa più al pranzo. L’”antico istinto”, quello di conservazione, si affaccia, cauto, dai nostri occhi. Tutto passa in secondo piano quando, come un’antica divinità primordiale, è invocato. Ora sì, mente e corpo sono finalmente in economia, sincronizzati e tesi verso un fine comune: lasciare al più presto il bosco per trovare tregua all’insistenza della natura. Il nostro capo clan, come ex trema ratio, chiama la forestale per capire se ci siano rifugi nelle vicinanze. Dopo numerosi tentativi resi vani dallo scarso segnale, riesce a contattarli: a circa tre quarti d’ora di cammino, sul Monte Bassetta, c’è una baita cui potremo chiedere ospitalità. La buona notizia e l’adrenalina ci fanno percorrere il tragitto nella metà del tempo stimato e, quando vediamo la sagoma della struttura emergere incerta tra i vapori, ci sembra che le contrattazioni con quell’istinto ridestato, per oggi, possano dirsi concluse.

Ci accolgono due pastori, marito e moglie. Avvezzi a ciò che per noi era una scomoda novità – accantonare la nostra abituale autosufficienza ed essere costretti a cercare rifugio- mettono a disposizione tutto quello che può darci immediato sollievo dopo ore di pioggia sferzante: dei letti a castello, un fuoco, tè fumante.

Disfiamo gli zaini, ci cambiamo i vestiti zuppi. Sfinita, guardo i calzettoni appesi al camino sgocciolare. Mi chiedo se l’omino del meteo annunciasse, con allarmismo compiaciuto, le previsioni alle Aquile Randagie: se anche in loro, un tempo, si confondessero fenomeni atmosferici interni ed esterni. O se l’urgenza di portare in salvo i perseguitati dal regime mettesse a tacere senza distinzioni ogni moto interiore superfluo, ogni frivola distrazione dall’impellente missione che si erano dati, dando retta esclusivamente alla verità muscolare del loro corpo in fuga. Mi rispondo da sola. La clandestinità nella quale operavano richiedeva l’essenzialità di spirito, non erano previsti indugi, esitazioni, ma una buona capacità di improvvisazione sì.

Si può organizzare una route magistralmente, preparando una tabella di marcia dettagliata nel prevedere orari di arrivo e partenza, i tempi di percorrenza con uno zaino carico del necessario a sopravvivere una settimana in una valle chiusa e nascosta, le soste, il meteo, l’andatura più lenta di alcuni. Si può organizzare l’espatrio di persone in pericolo magistralmente, creando documenti falsi, studiando i sentieri di montagna meno battuti, viaggiando di notte, incoraggiando, con una busta di denaro, il doppiogiochismo di guardie e sentinelle, usando messaggi in codice, agendo nella massima segretezza.

L’imprevisto, però, non è programmabile. Subdolamente puntuale quanto un temporale estivo, sprona ad essere sempre pronti, che si tratti di montagna o di prendere posizione. È questa l’eredità più grande che le Aquile Randagie ci hanno lasciato.

Ora che le nostre membra non sono più così intirizzite e che l’adrenalina ha lasciato spazio alla stanchezza, la fame non è più una preoccupazione secondaria. Cuciniamo con i fornellini le nostre buste di riso liofilizzato, frettolosamente, senza avere la pazienza di aspettare che l’acqua evapori del tutto.

Nell’atmosfera silenziosa della lunga stanza in pietra, rotta solo dal borbottio delle gavette sul fuoco, balugina la consapevolezza di averla fatta franca, per questa volta. Sappiamo, infatti, che verremo messi alla prova ancora, durante i rimanenti giorni di route. Ma se intimamente avessimo desiderato la tranquillità e la comodità, saremmo rimasti a casa a combattere lunghi e afosi pomeriggi estivi, non avremmo scelto di partire.

Trascorsa la notte al coperto riparati da un tetto in pietra e non dal soffitto di tela delle tende igloo, dopo aver a lungo ringraziato i nostri ospiti e cercato di sdebitarci, oltre che con la gratitudine, acquistando i prodotti del loro antico lavoro di pastori, abbiamo ripreso il sentiero che, attraverso le gallerie e i binari abbandonati del Tracciolino ci ha condotti, finalmente, in Val Codera.

A Codera, nel piccolo cimitero accanto alla targa che ricorda l’aquila randagia Andrea Ghetti, soprannominato Baden, leggeremo:

Ciò che noi fummo un dì
voi siete adesso
chi si scorda di noi
scorda se stesso! 

Camminare in quella valle è, per uno scout, voler rinnovare e risignificare la memoria con i propri passi, ripercorrerla e risalirla fino alle sue manifestazioni più tangibili. La memoria è davvero come una montagna, richiede di essere affrontata per poterla fare propria. Camminare in quella valle è, per noi, voler ribadire una scelta, una promessa pronunciata furtivamente quasi un secolo fa.

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foto:
1. Il Clan Parma 8 davanti alla base scout La Centralina, Codera

2. In cammino
3. Nella baita sul Monte Bassetta

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Cecilia Micciantuono

Cecilia Micciantuono

Sono Cecilia, da poco laureata in Arti Visive e capo scout da ormai qualche anno. Amo leggere, scrivere, viaggiare e visitare: cerco di ampliare la mia cultura con il movimento, camminando con i piedi ma anche con la mente.


Il mio blog | Ho aperto il blog "I pendolari sono gli ultimi romantici" durante gli anni dell'università, per raccontare la mia vita da pendolare sulla tratta ferroviaria Parma-Bologna.
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