Reportage

#58 I CAFFÈ DI LUSERNA

testo e illustrazioni di Silvia Benetollo

29/12/2020
7 min
Il Bando del BC20

I caffè di Luserna

di Silvia Benetollo

«Non prende!» mi urla un ragazzo biondo affacciato alla porta del bar.

Immagino abbia notato la tizia foresta aggirarsi confusa per la piazza e abbia pensato di intervenire. Volevo chiamare a casa per avvisare che ero arrivata, ma pazienza: la perfetta copertura per tutti cellulari, anche quelli scarsi come il mio, sarebbe arrivata solo qualche anno più tardi. Tutto sommato, ripensadoci, non mi è dispiaciuto aver trascorso quella domenica delle Palme in quasi perfetto isolamento, lontana dal mondo che incominciava oltre il bosco e laggiù, in fondo alla vallata.

Ero partita di buon’ora da Padova per raggiungere quel paesino che rappresentava il passaggio chiave della mia tesi di laurea sulle minoranze di lingua germanica delle Alpi. Avevo da fare un lavoro interessante, ma ingrato: rompere l’anima a più gente possibile per distribuire un questionario e capire cosa stava succedendo in quegli anni al cimbro di Luserna. Sarei tornata a ritirare le schede dopo Pasqua, contando sul fatto che i miei intervistati avrebbero passato la festa a casa, trovando forse il tempo di rispondere alle mie domande.

Se ti occupi di linguistica ti abitui ben presto agli incontri con persone convinte di saperne più di te, quindi la storia di Mario e dei Cimbri sconfitti ai Campi Raudii l’avevo sentita già svariate volte. Un’ipotesi affascinante, va detto, secondo la quale i sopravvissuti alla battaglia contro i romani si sarebbero rifugiati sulle montagne venete, per arrivare a parlare un dialetto di origine germanica fino ai giorni nostri. Sarebbe davvero eccezionale, se non fosse che negli anni Venti del secolo scorso un giovane studioso austriaco, vagando per gli altipiani del vicentino e del veronese, ha fatto una scoperta interessante.

Si è accorto infatti che anche la parlata di queste zone mostra una particolare caratteristica nel sistema delle consonanti che si è sviluppata nelle aree germaniche del centro e del sud a partire dal nono secolo dopo Cristo (lo sappiamo con certezza, perché nelle annotazioni degli amanuensi, che nei monasteri trascrivevano i testi classici, la mutazione di questa consonante appare proprio in quel periodo… come diventano importanti gli errori di ortografia, dopo un po’ di tempo!).

E quindi, sosteneva il giovane studioso austriaco, considerando che i cimbri del veronese e del vicentino da secoli sono separati dalle zone in cui si parlano correntemente le lingue germaniche, non potevano essere i discendenti dei sopravvissuti alla battaglia contro Mario: dovevano per forza aver lasciato il loro luogo d’origine dopo il nono secolo, portandosi dietro la mutazione della consonante!

La scoperta meritava di essere approfondita e quindi lo studioso decide di analizzare il lessico, scoprendo che molte parole cimbre hanno in effetti un loro corrispondente nei dialetti bavaresi. E quindi ecco risolto il mistero delle origini del cimbro. Ma non solo: nota anche che in cimbro la pronuncia della vocale “a” si era mantenuta chiara, mentre nei dialetti bavaresi si era trasformata in “o”, oscurandosi nel corso del XI secolo (anche questo lo sappiamo grazie agli amanuensi). Quindi gli antenati degli odierni cimbri dovevano essersi già spostati quando, nelle loro zone di origine, si era iniziato a pronunciare “o” al posto di “a”. Tra il nono e il dodicesimo secolo… insomma, poco dopo l’anno mille.

La linguistica è un mondo in cui le sorprese non finiscono mai. Quella domenica mattina a Luserna, però, dopo che il ragazzo del bar mi aveva chiesto se volevo un caffè, non me la sono sentita di ripetere questa storia al villeggiante che mi stava istruendo sull’origine del cimbro. Avevo davanti una giornata impegnativa e un centinaio di questionari da recapitare, era meglio mettersi al lavoro.

"Allora ti faccio un caffè” e sparisce in cucina a mettere su la moka / Un tè dalla signora Federica

Il fatto era che il cimbro, immerso da secoli nelle lingue romanze, si stava lentamente sgretolando come un guscio d’uovo immerso nell’aceto. Non solo la fonetica, ma anche la sintassi tipica delle lingue germaniche aveva da tempo subito mutazioni: già in un catechismo del 1600 la posizione dei verbi era quella tipica delle lingue romanze. Ma non solo: il cimbro veniva usato sempre meno, e in ambiti sempre più ristretti, un po’ come stava capitando ai dialetti veneti. Sapevo che la televisione, la scuola e il mondo del lavoro stavano accelerando questo processo, e che eravamo nel bel mezzo di un mutamento. Ero lì per saperne qualcosa di più.

Il primo citofono da suonare era quello di una famiglia con i bambini piccoli. Santocielo che imbarazzo… ma non potevo scegliere un altro momento, che non fosse la domenica mattina? Mi stavo già preparando a un «Grazie, non ci interessa» e invece la giovane mamma mi dice «Ma certo, entra pure! Lo vuoi un caffè?». Scavalcando i giochi sparsi sul pavimento approdo al tavolo della cucina. Il primo di una lunga serie…

Mentre un caffè profumato scende dalla moka nella tazzina, la ragazza mi racconta che lei non è originaria di Luserna e il cimbro non lo parla. Il marito sì, soprattutto con i genitori e con gli amici. Ma ai bambini di solito parlano in italiano. Chiedo come mai, anche se immagino la risposta: in paese c’è la scuola materna e, complice anche la presenza dei nonni, i più piccoli iniziano a imparare il cimbro, ma dalle elementari in poi devono andare nei paesi vicini e l’apprendimento subisce una battuta d’arresto.

«Però» mi dice, «so che adesso lo insegnano anche all’università».
«In che senso?» rispondo.
«Chi si è trasferito a Trento frequenta un corso organizzato apposta per loro. Perché non vogliono perdere la loro lingua e soprattutto vogliono che la imparino i loro figli. Vedi che non è tutto perduto».

Esco da quella casa accogliente pronta a continuare il mio giro. Deve essersi sparsa la voce, perché vedo finestre che si aprono, tende che si spostano. La giornata è fresca, per essere aprile, ma ci sono lavori da fare e molte persone le trovo intente a trafficare nell’orto. A pomeriggio inoltrato suono il campanello della signora Maria. Anche lei fa entrare volentieri in casa la ragazza di pianura a caccia di parole antiche. Lei anzi è orgogliosa delle sue parole antiche, e se potesse se le appunterebbe tutte sul risvolto della giacchetta di lana, come si fa con le spille preziose.

«Ti faccio un caffè?» mi chiede cinguettando, tutta ansiosa di rispondere alle mie domande sulla sua parlata germanica, per sapere se la usa con i nipoti, col marito, con le figlie.
«Grazie signora, ma qui ogni volta che suono un campanello arriva un caffè… finisce che non torno a casa stasera!»
«Allora ti faccio un caffè!» e sparisce in cucina a mettere su la moka. Non mi resta che sedermi in soggiorno. Sul caminetto c’è una gabbia con due uccellini.
«Sì sì, sono cardellini» conferma la Maria dalla cucina, «un colpo di vento li ha fatti cadere dal nido, l’anno scorso. Mio marito li ha raccolti, gli ha dato da mangiare, e siccome erano piccolini si sono abituati a vivere nella gabbietta». Loro, i cardellini, mi guardano con occhietti vispi, e ogni tanto mandano un frullo d’ali. Saranno contenti anche loro di avere ospiti, in questo solitario soggiorno di un solitario paese a picco sulla Valdàstico, che parla una lingua solitaria in mezzo a un mare di dialetti veneti?

Nel frattempo è scesa la sera.

«Qua se ne vanno tutti» dice la signora Maria mettendomi davanti un caffè scuro e denso come petrolio. «E cosa resterebbero a fare? Scendono verso Padova, o verso Trento. Però ritornano tutti nei fine settimana e per le feste. E allora parliamo di nuovo tutti in cimbro, perché così non lo dimentichiamo». Come le rondini, penso.

Dalla signora Maria però scopro una cosa interessante. Mi racconta infatti che tutti i giovani, anche laureati, continuano a parlare cimbro. Un particolare per nulla scontato, visto che tutti i manuali di sociolinguistica dicono il contrario, e cioè che all’aumentare del grado di istruzione corrisponde un allontanamento volontario dalla lingua madre. D’altra parte, se a Trento i figli degli emigrati frequentano un corso di cimbro vuol dire che l’interesse per la conservazione della parlata è forte. Che sia il segno di una controtendenza?

Ho pensato allora che fosse il caso di approfondire, decisa ad attaccare bottone con tutti per chiedere perché secondo loro bisognerebbe conservare la parlata cimbra. E così, affacciati a un balcone o appoggiati allo steccato dell’orto, davanti a un caffè o sulla soglia di casa, gli abitanti di Luserna mi hanno spiegato cosa significa avere la consapevolezza delle proprie radici, che non vuol dire perpetuare vuote tradizioni, ma prendersi cura di ciò che ci è stato lasciato in eredità, quindi avere rispetto per sé stessi e, in definitiva, essere liberi. Il sociolinguista direbbe che la varietà gode di prestigio sociale: una formula un po’ arida per dire che i parlanti di una minoranza linguistica hanno intenzione di vendere cara la pelle, e che forse non tutto è perduto.

Ormai è sera, e sono sfinita. La consegna dei questionari ha avuto un successo strepitoso, in mano mi resta solo l’ultimo modulo. Potrei incominciare la mia discesa verso la pianura (a dire il vero con tutta la caffeina che ho in corpo, potrei scendere di corsa), ma decido di suonare l’ultimo campanello. Si affaccia una signora anziana, ben sopra ai novanta, e nell’invitarmi a entrare in un minuscolo soggiorno mi sembra di notare un vago accento francese. Devo essere proprio cotta per sentire un accento francese in un’anziana signora di Luserna!

Glielo dico mentre mi siedo davanti alla cucina economica e lei mi risponde che no, non mi sbaglio affatto. E che proprio per questo non può rispondere al mio questionario, né tantomeno dire quali sono le parole cimbre che usa di più. Lei il cimbro non lo parla da tanto tempo. Perché è vero che è originaria di Luserna ma, quando nel ’39 il fascismo impose alla popolazione le opzioni, suo padre decise che non gli andava bene né di assimilarsi né tanto meno di trasferirsi nel Terzo Reich. Ed emigrò in Francia con la famiglia. Lei da giovane aveva insegnato a lungo all’estero, e alla fine era tornata a casa.
«Ti faccio un caffè, così ti racconto della Francia?»
«Volentieri. Ma niente caffè, grazie. Ho perso il conto di quanti ne ho bevuti oggi».
«Allora ti faccio un tè».

Fuori nel frattempo è scesa la notte. Forse non sarà poi così buia.

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illustrazioni:
1. / 3. Nel frattempo è scesa la sera.
2. “Allora ti faccio un caffè” e sparisce in cucina a mettere su la moka / Un tè dalla signora Federica.

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Silvia Benetollo

Silvia Benetollo

Sono una traduttrice con la passione per il disegno, per le Dolomiti Bellunesi e per la toponomastica alpina, perché penso che risalire all’origine del un nome di luogo caro sia un buon modo per farne parte.


Il mio blog | La Martora Blu è il mio progetto che raccoglie i disegni e le collaborazioni che ho avuto l’onore di avere in questi ultimi anni. È anche un modo per tentare di fare ordine sulla mia scrivania. Contiene storie di montagna, appunti di viaggio, disegni. In ordine sparso.
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