Racconto

#14 · Terra bianca

"Poi si svegliò. Là fuori, nella luce dell’alba, tirava un vento caldo. Si chiese come sarebbe stato il domani."

testo e foto di Mariolina Cattaneo

09/12/2019
3 min
informazioni
Non so come sia vivere sulla luna. Provo a immaginarlo quando di notte ne guardo il profilo: una palla vuota, ricoperta di crateri e buchi irregolari.

Un po’ come qui, roccia e ghiaioni interrotti solo da qualche arbusto buono da mangiare, dai licheni spalmati sulla roccia che lecchiamo senza stancarci. Lui ed io abbiamo percorso molta strada insieme, Lei morì un giorno, non so quale né quando, poiché come tutti gli esseri del mondo animale, ignoro la concezione del tempo.

«Ora la vita è cambiata: il mio branco un tempo era numeroso, attraversava valli, affrontava inverni rigidi tra bufere di neve e scarsità di cibo. Con la stagione calda migravamo più in alto, ma sempre al di sotto della coltre bianca che s’ispessiva con l’arrivo del freddo e, quando i prati tornavano verdi, s’alleggeriva senza mai scomparire. Quel bianco cominciò ad arretrare, divenne un fiume fragoroso che giorno e notte scendeva la valle; da fiume si fece torrente, poi ruscello, fino a rimanere asciutto proprio come è oggi. C’erano allora alberi snelli e alti, fiori e bacche. Noi maschi in piccoli gruppi raggiungevamo di rado le quote dove ora invece viviamo, oltre i tremila metri. Poi in silenzioso accordo il girovagare si interrompeva e con il muso tra le rocce, cercavamo l’erba più verde e più fresca. Ci guardavamo attorno, annusavamo l’aria e ancora il capo chino su un germoglio che brucavamo fino alla noia. Non eravamo soli: c’erano specie che abitavano queste rocce, tra anfratti e buche scavate nella terra o nidi ben nascosti. C’erano centinaia di impronte che percorrevano la schiena della montagna. Minuscole e frettolose erano quelle dei topolini; eleganti con un passo davanti all’altro quelle delle volpi; coppie di balzi anteriori, singole dietro, quelle delle lepri, esseri abilissimi a mascherare i loro tragitti con spirali concentriche. Salti a traccia doppia conducevano dritti alla tana dell’ermellino, che creatura! Poco più grande della nostra coda, aveva un manto rossobruno che si faceva bianco nella stagione fredda ad eccezione della coda che sulla punta restava nero gracchio. Li vedevamo danzare sulla neve, mettersi dritti, immobili, gli occhi vispi, le minuscole orecchie tese verso la preda. Un giorno non ne vidi più nemmeno uno. E non vidi più alcuna tra queste specie troppo fragili per sopravvivere all’innalzamento delle temperature. Anche il nostro pelo si è assottigliato, è meno folto e più chiaro».

Il caldo e un’aria pesante soffocano la montagna e con lei chi vi abita. È come se tutto con il tempo si fosse spostato in un girone superiore, oltre i tremila metri. E si continuerebbe a salire se solo ci fosse ancora terra e non, invece, il cielo. Quando cala la sera, c’è un versante che si illumina di un bagliore accecante sovrastato e attutito da una sorta di nebbia che resta lì, giorno e notte come una mano che preme, soffoca, non lascia scampo.

«Non so cosa nasconda quel mare di luce, non l’ho mai raggiunto, l’istinto mi costringe qui dove sono nato, dove ho visto morire i maschi del branco. Me ne andrò anche io, sento la fine sopraggiungere. Sono numerosi i cerchi sulle mie corna, cresciuti l’uno dopo l’altro potrebbero raccontare i mutamenti di questa porzione di Alpi. Un sultano spelacchiato, con la vista debole e le zampe stanche. Resterai tu che non dovrai lottare come me per marcare il territorio nella stagione degli amori e scacciare l’avversario; resterai tu con Lei che è tra le poche femmine rimaste. Saprai cavartela solo se questa incessante metamorfosi si arresterà e non so, sarà l’istinto, ma sono certo che la causa provenga da quella parte di orizzonte costantemente illuminato anche quando tra le cime cala il buio. Da quella mano di nubi lunghe e larghe che incombe».

Così lasciò Lui e iniziò il suo peregrinare solitario fino a quando le zampe non si piegarono e il capo inerme toccò la roccia. Venne novembre e Lui senza dover affrontare alcun rivale, trovò Lei. Ripensava ai racconti del vecchio e provava ad immaginare una montagna diversa, così come gli era stata descritta, con animali e colori che non aveva mai visto.

Poi una notte fece un sogno. Era l’alba, un’alba immersa in un silenzio diverso da quello che accompagnava ogni risveglio. Tirava un’aria dal sapore metallico che entrava nel naso fredda. Lui uscì, le zampe pestarono una terra diversa, bianca e soffice. Si guardò attorno, questa terra aveva ricoperto ogni cosa: cime, canali, rocce, riempiva le buche, ogni anfratto. Da dove veniva? Cadeva da un cielo colore del latte, cadeva con lentezza e piano si depositava sulle cose. Provò a leccarla, non aveva sapore. Lei e Lui si misero in cammino. E dietro seguivano le loro impronte. Raggiunto uno sperone di roccia si voltarono a guardare quel sentiero che si era creato, una traccia che li avrebbe inseguiti fino a sera. Quando si rintanarono, i minuscoli pezzi di terra bianca cadevano ancora.

Poi si svegliò. Là fuori, nella luce dell’alba, tirava un vento caldo.
Si chiese come sarebbe stato il domani.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Mariolina Cattaneo

Montagna, montagna, montagna. Vorrei fosse così. E invece tocca mediare, Milano-Montagna andata e ritorno.


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2 commenti:

  1. Beppe Guzzeloni ha detto:

    Bellissimo e poetico racconto. Da tenere con sé.

  2. Carlo Fontana ha detto:

    Bellissimo e delicato scritto, quasi un testamento di Mariolina che probabilmente sapeva…: ora Mariolina sale le montagne del Cielo … certo più leggere ed ancora più belle. Carlo Fontana

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