Reportage

#72 MARINAI DI QUOTA

testo e foto di Francesco Cestari  / Trento

01/01/2021
7 min
Il Bando del BC20

Marinai di quota

di Francesco Cestari

La notte era appena trascorsa con il suo carico di pioggia battente; troppa per un terreno che non ne mantiene memoria e che la rigetta rabbioso come schiuma in eccesso.

Al suo posto, il cielo terso della mattina stava lentamente prendendo spazio tra le nuvole ancora intorpidite dai freddi umori notturni. Rischiarandosi, l’atmosfera lasciava l’ultimo spazio ad alcune flebili tracce di un’aurora passata, ma che, ostinatamente, continuava a marcare di un rosso ambrato le pareti delle montagne che cingono come una corona la città alpina.

Non è che si trattasse di una mattina del tutto particolare. Innumerevoli ce ne sono state e tante saranno quelle a venire. Anche le precipitazioni della sera precedente non avevano scosso particolarmente gli animi della gente, la quale, come di consuetudine, sembrava aggirarsi frenetica per le strade cittadine. Le persone che mi passavano attorno, indaffarate a scorrazzare qua e là le loro cose, i loro desideri e i loro affanni, non sembravano affatto colpite quanto lo ero io. Immagino, che inconsciamente si sentissero protette dalla massa di edifici che compone la città, che la separa dalla natura cosiddetta incontaminata. Una natura illibata agli occhi dei più. Occhi bulimici di un visitatore estivo che balza in rapida successione da una valle all’altra, puntando ad un nuovo panorama. Un panorama sempre nuovo, con servizio al tavolo e parcheggio annessi. Una natura che è stata sì intatta, ma che sopravvive come tale solo nella narrativa commerciale degli annunci pubblicitari.

Gli ignari passanti, con gli sguardi avvolti nel grigio delle loro vetture, nel grigio delle loro strade da percorrere secondo una tabella di marcia prestabilita, nel grigio dei loro uffici dove nascono, crescono e muoiono burocrazie altrettanto grigie, non venivano nemmeno sfiorati dall’unico pensiero che in quel momento mi assillava. L’unico pensiero che poteva trovare spazio al volgere lo sguardo a quella montagna che sovrasta la città e le ruba l’orizzonte. Il candore della vetta, imbiancata nottetempo, abbagliava la vista. Mi chiedevo come potesse presentarsi così sfacciatamente immacolata dopo tutto quello che era successo la sera prima. Delimitata dal suo contorno di neve, si manifestava come una presenza inquietante sopra la città. Una chimera dal richiamo dolce ma i cui ricordi ancora mi fermavano il sangue nelle vene.

Nulla a che vedere con l’aria ferma da primo inverno del giorno precedente. Una delle prime nevi della stagione stava scendendo copiosamente sui monti attorno alla città. La frenesia aveva già colpito i più, che, eccitati dai fiocchi, sembravano in preda ad una sacra taranta. Me le ricordo bene le fila di automobili arrancare faticosamente su per i tornanti della montagna. Improvvisamente, sembrava che la città si fosse riversata sulle pendici come un’onda di piena contro un frangiflutti. Un pellegrinaggio laico ad onorare il cambio di stagione. Una paganità bianca, che tanto mi ricordava le greggi estive che dalle pianure si spostano a nord per godere del fresco e dell’aria pulita. All’interno della carovana, partiti in assoluto ritardo dopo aver preparato lo zaino alla rinfusa, mi ci trovavo anch’io, assieme a qualche compagno di avventura. La destinazione non era ben definita e la cosa non ci preoccupava affatto. Ciò che contava era poter immergersi in quel mare bianco che univa cielo e montagna. Tuffarsi e lasciarsi avvolgere dalle onde chiare e scomposte sollevate dalla brezza montana. Una navigazione, che si rivelò essere decisamente idealizzata.

Il sogno iniziò a scricchiolare già a metà tragitto, quando ci trovammo bloccati nel bel mezzo della strada. Alla nostra destra un muro di neve, alla sinistra una corsia innevata e, poco oltre il guardrail, il vuoto. L’automobile verde pistacchio, stracarica di attrezzatura, vestiti, copricapi improbabili, gente festante e qualche vecchio cd, non riusciva più ad avanzare. Noi, indecisi sul da farsi, restavamo altrettanto fermi, poco dopo una curva della strada provinciale che porta all’altipiano. Ci trovavamo nella fascia in cui la pioggia inizia a cambiare stato e si trasforma in neve. Una neve pesante e bagnata ci colpiva con veemenza e noi stavamo perdendo la carovana.

L’unico modo per continuare la nostra peregrinazione era quello di fissare un paio di catene alle ruote. Montare le catene di un’auto non è particolarmente agevole, a maggior ragione se ti metti a farlo per la prima volta sotto una fitta nevicata. Fradici di neve, venivamo salutati a intervalli regolari da tsunami di neve, altrettanto bagnata, provocati dagli automobilisti impazienti nel superarci. Lentamente e con poca fiducia del lavoro fatto, ci rimettemmo in moto. Di lì fino alla base di partenza della nostra escursione il paesaggio si fece via via più bianco ed ovattato. Scesi dal nostro furgoncino verde però, realizzammo subito che quella che ci sembrava un’avvolgente atmosfera natalizia, altro non era che un campo di battaglia, dominato da raffiche di vento e temperature aguzze.

Dovevamo sbrigarci se volevamo godere almeno un po’ di questa neve tanto agognata. Il resto della carovana, stava ormai già rientrando alle loro automobili e le strade sembravano popolate per la maggior parte da spericolati amanti del controsterzo in curva.

Il percorso lo conoscevo ormai a memoria, sebbene fosse passato oltre un anno dall’ultima volta. Le continue curve, utili per ammorbidire la costante pendenza che ti porta a oltre duemila metri sopra la città, si inoltra in un boschetto a bordopista della storica località sciistica. Il bosco va via via facendosi più rado mentre noi persistiamo nella nostra salita. L’umore è alto, scherziamo l’un l’altro mentre seguiamo le tracce lasciate da chi è passato prima di noi. Alcuni con le ciaspole, altri con gli scii. Solo il vento che ci ha accolti in fondovalle non sembra volerci abbandonare.

Mentre saliamo, sulla destra intravediamo nella burrasca i piloni degli impianti di risalita dismessi. Se non fosse per la pandemia che ha colpito indiscriminatamente terre e paesi lontani, sarebbero in piena funzione, e così i registratori di cassa di tutto l’indotto. Quest anno, gli unici visitatori saremo noi, attori senza nome di una sconclusionata armata Brancaleone in cerca di un po’ di inverno. A ben vedere, però, non siamo soli. Oltre a qualche altro avventuriero solitario, che desiste saggiamente dal raggiungere la vetta, il vento ci ricorda violentemente la sua presenza. La faccia ormai intorpidita e i rivoli di sudore che iniziano a freddarsi sulla schiena ci fanno accelerare il passo. Ormai la cima è così vicina, che conviene restare sulla traccia e scendere solo una volta raggiunto l’ampio pianoro di vetta.

Gli ultimi passi ci portano finalmente al culmine, ma ci accorgiamo subito che non vogliamo restarci a lungo. Il soffiare incessante del vento continua a prendere forza e il freddo inizia a penetrare le giunture. Di colpo, tutto diventa faticoso e ogni movimento sembra rallentato da una resistenza esterna. Tra il bere quel po’ di tè caldo che ci eravamo portati e prendere l’unica decisione disponibile, quella di scendere il prima possibile, sembra passare un’eternità. Ci impieghiamo più del dovuto e non riusciamo nemmeno ad organizzarci tutti in tempo. Cosicché mi ritrovo, un’altra volta, in fondo alla carovana. Questo giro, una carovana di pellegrini maledetti. Marinai di quota in cerca di rifugio, ma che trovarono tempesta.

Partiti alla spicciolata, resto in coda al gruppo, assieme ad un’amica che, a quanto pare, non era mai stata sulla montagna della città. La visibilità si fa sempre più scarsa. Le raffiche di vento sono come frustate in faccia, e lasciano poco spazio al respiro e alla vista. È un avanzare lento. Mettiamo un passo dietro l’altro, andando a tentoni nel bianco più totale. La mente, frastornata da tutto quel bianco, a tratti cupo ma non meno accecante, inizia a vagare. La mia compagna di discesa continua a chiedermi se sono sicuro della strada, se siamo sulle tracce giuste. Appena le rispondo, le mie parole sono già trasportate centinaia di metri più in là, da un vento che ricorda le terre patagoniche. Inutile cercare una conversazione.

Provo a tranquillizzarla con dei gesti ma anche la visibilità non aiuta. Mi appoggio al vento contrario che pare essere così solido, ingombrante, quasi non lascia spazio al respiro. Persisto nell’incedere non curandomi dei dubbi della mia compagna e continuando a ripetermi che la strada non posso certo sbagliarla. L’ho fatta così tante volte. Se solo non ci fosse questa bufera che lancia negli occhi cristalli ghiacciati così simili a carta vetrata.

All’improvviso, la luce verde del mare irruppe bruscamente nel cielo, seguita subito dopo da un tuono. Il fulmine aveva tracciato un reticolato irregolare nelle nubi sopra di noi. Sotto i vestiti, probabilmente, ci si stavano rizzando tutti i peli tanta era l’adrenalina che ci assaltò in quel momento. Saranno stati pochi metri, difficile a dirlo, ma la sensazione era quella di essere appena stati sulla cima di un parafulmine, in piena tempesta. E non c’eravamo affatto lontani.

Incuranti del percorso, acceleriamo il passo. Lo spavento è grande e l’istinto parla una sola lingua, una sola parola: scendere. Lasciarsi alle spalle il monte, la neve, la tempesta, il prima possibile.

Un altro fulmine, in concomitanza del tuono, frusta i nostri nervi. Il percorso è ancora lungo ma iniziano ad intravedersi le luci della città, mentre il buio rapidamente ci avvolge. Nella neve fresca non si riesce nemmeno a muoversi tanto rapidamente, per fortuna è tutta discesa. Ancora una scarica e tutto si illumina di nuovo. Non sembra essere una cosa a cui ci si fa l’abitudine. L’eccitazione mista a preoccupazione è palpabile. Più scendiamo, più i fulmini sembrano rimanere alti sopra di noi. Non è chiaro quanto possano avvicinarsi. Altre due scariche ci sollecitano il rientro all’automobile. Arriviamo dagli altri zuppi d’acqua, scossi per tutta l’energia respirata e per il pericolo scampato.

Così, rimasto fermo sul marciapiede, guardavo la vetta alle luci del primo mattino. Il ricordo della sera prima faceva salire un brivido lungo la schiena. Chi l’avrebbe detto che la montagna dietro casa può essere così estrema. Una tempesta di neve in pieno stile patagonico con tanto di raffiche, tuoni e fulmini. Cosa non sappiamo ancora delle nostre montagne, che diciamo di vivere e conoscere così bene. Cosa sta succedendo al nostro clima, che non riusciamo più a prevedere. Cos’è successo a tutta la gente, che non si ricorda nemmeno di guardare in alto la mattina, per assaporare l’aprirsi di un nuovo giorno, ammirando le vette dorate che salutano la città?

_____
foto:
1. Le Dolomiti tornano ad essere mare, questa volta di neve.
2. Tratto iniziale della salita alla Cima Palon del Monte Bondone. Ci si inizia ad immerge nel mare di neve,
3. Cima Palon del Monte Bondone. Si staglia sulla città di Trento, duemila metri più in alto.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Francesco Cestari

Francesco Cestari

Nato a Trento in una famiglia appassionata di montagna, fin da giovanissimo entra in contatto con l’ambiente alpino. Curioso per vocazione e sempre alla ricerca di espandere i propri orizzonti. Lavoro nel mondo della finanza e coltivo la passione per le arti.


Il mio blog | Altitudini.it è mia rivista digitale. Mi piace Altitudini perché ritengo importante dare spazio a una pluralità di narrative che circonda il mondo della montagna. Le persone sono innanzitutto fatte di storie, ognuna diversa dall'altra. Vale la pena renderci esploratori del vissuto e dell'immaginario disponibile in alta quota.
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