Racconto

Tempo per la cima: 25 anni

testo e foto di Adriano Ferrio  / Arese (MI)

30/12/2018
5 min
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L’aria è frizzante questa mattina, mi trovo davanti alla croce ed ho gli occhi un po’ gonfi, non so se per la mancanza di sonno o per l’emozione.

E’ il 1 giugno 2017 ed ho appena raggiunto la cima del Gran Paradiso a 4061 metri. La giornata è bellissima, vedo tutte le cime della Valle d’Aosta, il Monte Bianco, il Cervino, il Monte Rosa, il mio sguardo spazia, perso nell’orizzonte, da una parte l’Italia, dall’altra la Francia, qui non ci sono confini ma solamente roccia, neve e nuvole. Il momento solenne deve essere celebrato con il canonico “selfie”!

Prendo lo smartphone, lo imposto in modalità “mirror”. Quella faccia che vedo sullo schermo, stanca ed arrossata, si rivolge a me e dice: «Bentornato!».
Sussulto, il mio braccio trema, il telefono quasi mi sfugge e per un pelo lo salvo da un volo fatale sul ghiacciaio sottostante.
Sono impazzito? Riguardo il telefono ed ecco che il me stesso sullo schermo mi parla nuovamente e dice: «Bentornato, non ci vediamo dal 1992, che cosa hai fatto in tutti questi anni?».

Lì capii che pur essendo nato in pianura la montagna mi era entrata nel cuore.

Secondo sussulto! Ora mi siedo, avevo sentito parlare di allucinazioni legate alla quota, però non pensavo di poterne soffrire in questo modo. Ripenso un attimo però a quello che mi ha detto (o che mi sono detto): “non ci vediamo dal 1992”.
Quel tizio ha ragione, io qui ci sono già stato nel 1992. In quel periodo ero arruolato come Allievo Ufficiale di Complemento negli Alpini e precisamente il 28 agosto 1992 insieme al mio corso, venni per la cerimonia del Giuramento proprio su questa vetta.
Che fatica quel giorno, arrivavamo da due mesi di duro lavoro e quello doveva essere l’apice nel nostro addestramento in montagna. Io ero, e lo sono ancora, uomo di pianura, abituato a viaggiare in metropolitana e a prendere la seggiovia per andare a sciare. In quei due mesi avevo percorso più chilometri e più salite che in tutta la mia vita da “civile”, fiacche ai piedi e dolori a muscoli ed ossa mi affliggevano da settimane.
Eppure in cima ci ero arrivato, ed in quel momento, in quel luogo, la folgorazione. Mi ricordo ancora la giornata splendida, la soddisfazione di essere arrivato fin là, il panorama meraviglioso di fronte ai miei occhi, lì capii che pur essendo nato in pianura la montagna mi era entrata nel cuore.

Tornammo a valle, ma qualcosa in me era cambiato. Il desiderio di rivivere quei momenti era forte, la voglia di salire, di calpestare la neve, di sentirmi legato ad una corda, erano tutte sensazioni mai provate prima e che ora, quasi come una droga, volevo provare nuovamente.
Quell’estate ebbi ancora tante altre possibilità di salire in montagna, di inerpicarmi per sentieri inesplorati, di soddisfare il mio desiderio di altitudine. Poi però lentamente ma inesorabilmente tutto cambiò. Si diventa grandi, c’è l’università, poi arriva il lavoro, una moglie ed una famiglia.

Il tizio dello smartphone mi ha chiesto “che cosa hai fatto in tutti questi anni?”. E già, che cosa ho fatto?
Al posto di inseguire i miei sogni verticali, ho cominciato ad inseguire le mie chimere professionali. Spesso non te ne accorgi quando entri nel tuo sentiero nero, ti ci trovi in mezzo e basta.
Io ho semplicemente seguito questo sentiero, che mi ha portato in tanti posti in Italia e all’estero, ho cercato il denaro, ma anche la stabilità e la sicurezza per me e chi mi sta vicino.
E così al posto di aspettare in una tenda, ti ritrovi ad aspettare davanti al check-in di un aeroporto, l’attesa è identica, ma l’obbiettivo da raggiungere è molto diverso.

Senza saperlo ho intrapreso il mio sentiero nero quella sera del 28 agosto 1992 e ne sono uscito la mattina del 1° giugno 2017.

Ogni sentiero però ha un inizio ed una fine, o almeno spesso si arriva ad un incrocio.
Io penso di esserci arrivato a quell’incrocio, ben segnalato, con i cartelli del CAI, uno indicava l’aeroporto di chissà dove, l’altro invece era quello per il rifugio Chabod, e poi per la vetta del Gran Paradiso. Stavolta ho alzato la testa dal computer ed ho preso la direzione rifugio.
Senza saperlo ho intrapreso il mio sentiero nero quella sera del 28 agosto 1992 e ne sono uscito la mattina del 1° giugno 2017, ci sono voluti ben 25 anni per percorrerlo tutto.

Riprendo il telefono, accendo lo schermo e rivedo me stesso, sto sorridendo, sono felice.
Tutto sommato anche i sentieri neri non sono poi così male, il mio mi ha riportato nello stesso posto che avevo visto tanti anni fa, più vecchio è vero, ma molto più consapevole.
Ho visitato luoghi e conosciuto tante persone, che mi fanno apprezzare ancora di più dove sono ora, con chi sono ora. Ho ancora tempo per seguire altri sentieri, per arrivare a tanti incroci, per scegliere strade diverse, chissà se tra 25 anni riuscirò a trovarmi ancora qui.
Intanto vivo il presente, e la cosa più importante ora e fare un bel sorriso e… click!

Adriano Ferrio

Adriano Ferrio

Sono un appassionato di montagna, costretto a vederla spesso solamente dal balcone di casa, quando nebbia e smog di città lo permettono. Ma forse anche per questo il mio sentimento verso di lei è forte, e come per un amante lontana, scrivo lettere di amore nell’attesa di riabbracciarla.


Il mio blog | Non ho un blog personale, scrivo quando sento di avere qualcosa da raccontare. Ho scelto altitudini.it perché qui non si descrivono imprese o conquiste, ma vere storie di montagna. Altitudini.it è la mia rivista digitale.
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