Reportage

#60 UNO SPLENDIDO VIAGGIO

testo di Paola Favero  / Pove del Grappa (VI)

30/12/2020
7 min
Il Bando del BC20

Uno splendido viaggio

di Paola Favero

Ho iniziato a scrivere il libro sulla parete nord ovest della Civetta nel 2003, dopo aver salito la via Solleder-Lettenbauer con due amici.

Da sempre amavo la Civetta, tanto che ancora adolescente mi piaceva salire da Capanna Trieste al rifugio Tissi fantasticando sulle strane torri che incontravo lungo il cammino: il Vescovo, lo Gnomo, la torre di Babele, l’Elefante, con quelle grandi orecchie e la lunga proboscide, dove correva il difficile diedro Lìvanos.

Quelle guglie, assieme alla splendida torre Trieste e alla elegante torre Venezia, sembravano quasi i guardiani di un mondo altro, dove il mistero e la fantasia tessevano fili intriganti attraverso la verticale severità delle pareti, anticipando il regno incantato della nord ovest. Quando poi arrivavo al cospetto della meravigliosa parete rimanevo ogni volta senza parole, immaginandola come un possente invalicabile castello, tra le cui mura si nascondevano racconti, avventure, miti e misteri che a me era dato solo immaginare.

Con il passar degli anni le montagne erano diventate sempre più parte della ma vita: ne percorrevo tutti i sentieri, d’estate a piedi e d’inverno con gli sci, ed avevo cominciato anche ad arrampicare. Ma quella parete restava per me quasi un confine, un sogno irraggiungibile, e tra le sue linee la via Solleder, che mi attirava per la sua storia, per l’intuizione di chi l’aveva immaginata, per i racconti della prima invernale, per quel suo staccarsi dai ghiaioni basali per raggiungere la punta più alta della Civetta sfiorando il ghiacciaio pensile del Cristallo. Mi attirava e al tempo stesso mi incuteva timore: per la sua lunghezza, per le scariche di sassi che la attraversavano, per la difficoltà di un eventuale rientro.

Fu forse per vincere quelle paure, che la mia mente ingigantiva al pari del desiderio di salire, che decisi finalmente di tentare, incoraggiata dall’amico Marco Anghileri a cui la solitaria invernale aveva regalato grandi emozioni. Mentre lasciavo il rifugio Tissi alla luce della frontale, seguendo due amici più esperti verso l’attacco della via, mi sembrava quasi di valicare un confine invisibile, che esisteva fuori ma soprattutto dentro di me, lottando per superare dubbi e paure e assecondando le mie passioni ed i sogni più profondi. E mentre salivo, spaventata per il continuo sibilare dei sassi che muoveva una cordata sopra di noi, la montagna mi catturava, e scoprivo che la parete non aveva solo un altezza ed una larghezza, ma era soprattutto profonda.

Attraverso quella incredibile quinta di roccia si poteva entrare dentro la montagna, in un dedalo di gole,pulpiti, torrioni, canali, passaggi nascosti, cascate … un castello con mille porte da aprire, dove tanti alpinisti avevano inseguito i loro sogni. La sera stessa, mentre ancora incredula ed emozionata festeggiavo al rifugio Torrani, immaginai di cercare quegli alpinisti per tentare di capire cosa avessero inseguito sulla nord ovest della Civetta, contribuendo a creare il mito della parete delle pareti. Perché quella splendida muraglia di grigi, gialli, bianchi, neri, che al tramonto del sole si fondevano nella bellezza quasi irreale di un unico rosa, prima di essere trasformati in lucente biancore lunare, non era fatta solo di roccia e sassi, ma era intessuta di sorrisi e tremori, di passione e pianto, di gioia e paura, di sogni  speranze delusioni e vittorie. Volevo raccogliere quelle storie, perdute tra le pieghe della parete, e raccontarle in un libro.

Giovani e vecchie generazioni di alpinisti riunite al rifugio nel settembre del 2007

Sarà per non tradire la sua nascita avventurosa, sarà per rispettare la sua missione così ambiziosa, quel libro rimase tale solo per pochi giorni, e si trasformò rapidamente in un appassionante viaggio: prima per raggiungere i diversi alpinisti in varie parti del nord Italia, da Trento a Belluno, da Brunico a Rovereto, da Canale d’Agordo a Zoldo, e ancora a Vicenza, Lecco, Mandello, Finale, Milano, per valicare poi i confini di stato e raggiungere Marsiglia dove abitava George Livanos.
Ricordo ancora il nostro incontro: io con le due figlie piccole nel suo salotto, dove ci accolse sorridendo con un sigaro in mano ed un pacchetto di Mon Cherì sul tavolo, di cui non restò neppure un cioccolatino. Parlava delle sue scalate come di un gioco appassionante, senza eroismi o inutili rischi, e mi continuava a ripetere “meglio un chiodo in più che un uomo in meno”. Per le due bambine, costrette a seguirmi in questi incontri spesso noiosi, risultò senz’altro l’alpinista più simpatico!

Adriana Valdo la incontrai nella sua casa a Vicenza, Cristoph Heinz al Filmfestival di Trento e nella casa di Riscone, mentre per parlare con Venturino De Bona dovetti salire più volte fino al Torrani. Roberto Sorgato mi raccontò finanche i dettagli più amari della salita invernale della Solleder, e mi presentò il grande amico Ignazio Piussi, che da quando era malato ospitava nella sua casa di Belluno. Ricordo ancora i lamponi sotto grappa di Giacomo Albiero, che dei piccoli vermi bianchi arricchivano di contenuto proteico, e la bella serata con Leoni, Martini e Frizzera, la cui amicizia continuava salda negli anni.

Rintracciare Walter Philipp fu molto difficile, ma quando finalmente lo raggiunsi in America attraverso una e-mail, mi rispose subito con tanto entusiasmo che quello scambio di lettere finì per uscire dal computer e diventare roccia e montagna, trasportandomi nelle emozionanti e spesso spaventose esperienze di quell'”artista senza rete”.

Fu un incredibile viaggio non solo nello spazio, ma soprattutto nel tempo, nella vita di quegli uomini, in anni ormai passati, quando l’impresa alpinistica si riempiva di altri significati. Un viaggio attraverso montagne conosciute ma anche per valli lontane, spesso in luoghi remoti della terra,  su per pareti impossibili, seguendo ambizioni, desideri, misteri, sussurri. Incontrando gesti di grande amicizia ma anche  invidia, rancore, desiderio di rivalsa e competizione, rabbia e perdono. Passioni senza limite e immagini di bellezza, vite dure ed estreme, imprese al limite del possibile, alla soglia della morte. Volevo scavare in quelle vite cercando cosa avesse significato per loro la montagna, e in particolare quella parete, quasi il simbolo della loro forse inutile passione. Inutile ma necessaria, motore della vita stessa.

Quelle pagine si riempirono così di tanti incontri, di luoghi lontani, di bufere improvvise, di albe fredde, di notti stellate, di fuochi di bivacco, di nuvole nere  e di ritirate sotto la pioggia… ed il viaggio diventò ancora più concreto quando per conoscere ancor meglio alcuni di questi protagonisti cominciai a camminare, arrampicare o sciare con loro. Ed eccomi sulla cresta Segantini in Grignetta con Marco Anghileri, sul pilastro grigio del Mulaz o sulla Lacedelli a cima Scotoni con Manrico Dell’Agnola, in val di Mello con Giovanni Rusconi, sulla neve a sciare con Renato Panciera.

Con Sonia Livanos e Ignazio Piussi, settembre 2007 (ph. Manrico Dell’Agnola)

Avevo incontrato nuovi compagni di viaggio con cui condividere la passione per le montagne e avevo intessuto relazioni ed amicizie… e mentre la mia conoscenza cresceva attraverso il fare, mi tornavano alla mente alcune parole di Massimo Mila quando, per spiegare lo strano gergo degli alpinisti che dicono “ho fatto una montagna”, oppure “ho fatto una via”, afferma che l’alpinismo è “un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza“.

Ed intanto le pagine crescevano, si riempivano, e quel libro diventava sempre più parte della mia vita.

Ad ogni alpinista volli dare un nome “mitico” che ne rappresentasse, seppur in modo sintetico, l’essenza: ecco allora l’alchimista ed il drago, il mago delle nuvole ed il guerriero dello specchio. Ed in ogni salita cercai non tanto gli aspetti tecnici, i record o le motivazioni alpinistiche ma le spinte più profonde, interiori, umane. Quando il testo fu completo, le foto raccolte, le correzioni fatte,ecco l’ultima tappa ad Ivrea, alla casa editrice Priuli e Verlucca, per l’impaginazione del libro. Ma lui… lui no, non era affatto d’accordo che un simile viaggio potesse concludersi in modo così scontato, la stampa e poi la sua copertina esposta nelle librerie.

Fu allora che mi chiamò Walter Bellenzier, gestore del rifugio Tissi. «Visto che hai scritto quel libro sulla nord ovest, ed hai incontrato tutti quegli alpinisti, mi aiuteresti ad organizzare una giornata in ricordo della prima salita del diedro Philipp Flam in occasione del cinquantesimo? Quando? Beh, nel settembre del 2007. Dove? Naturalmente quassù, ai piedi della parete!»

Ed ecco, l’8 e 9 settembre 2007, i passi di tanti alpinisti che quelle pagine avevano contribuito a far incontrare si unirono per salire al rifugio Tissi. Fu un’emozione indescrivibile camminare assieme a Gogna, Martini, Leoni, Rusconi, Villa, Aste, Panciera, Radin, Heinz, Bellenzier e molti altri, e stare seduti sul terrazzo del rifugio Tissi ad ascoltare Piussi che raccontava, e dopo tanti anni finiva per bere un bicchiere assieme a Redaelli. E quale commozione nei suoi occhi quando con Sonia Livanos, da poco rimasta vedova, fu portato in elicottero a pochi metri dalle vie che tanti anni prima aveva salito!

Al rifugio Tissi arrivarono in elicottero anche la mamma e la sorella di Lorenzo Massarotto, grande alpinista e grande amico, che era scomparso nel 2005 colpito da un fulmine, al termine di una via che avevamo scalato assieme sulla Torre d’Emmele, nelle Piccole Dolomiti. Lorenzo aveva realizzato la prima solitaria della Aste a Punta Civetta e della Livanos alla Su Alto e la prima solitaria invernale del diedro Philipp, con il suo stile unico e inconfondibile, lasciandoci la testimonianza di un alpinismo di ricerca e d’avventura, sempre e per sempre resistente. Lo stesso che praticavano alcuni giovani forti alpinisti saliti con noi al rifugio, che negli anni successivi avrebbero realizzato nuove difficili vie attraverso la parete delle pareti, e che in quell’occasione furono felici di conoscere tanti grandi scalatori, collegando così idealmente passato e futuro.

Al rifugio c’era una gran festa, c’era gioia, commozione, gratitudine… i ricordi sembravano quasi palpabili nell’aria, i racconti si moltiplicavano rinsaldando legami.

Il libro se ne stava là, sopra un tavolo, accarezzato da tante mani che lo sfogliavano, guardato da tanti occhi curiosi, mentre i vari protagonisti si ritrovavano tra le sue pagine e sorridevano, pensando a momenti ormai lontani ma impressi per sempre nell’anima. La parete, ormai immersa nel rosa del tramonto, con i toni che solo settembre sa regalare, li guardava compiaciuta, consapevole che la sua bellezza, quel paesaggio interiore che la faceva così grande, era legata anche a tutti i loro sogni impigliati tra le sue pieghe.

Era stato davvero uno splendido viaggio.

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illustrazioni:
1. 
La parete nord ovest con i suoi due cuori (ph. Paola Favero)
2. Giovani e vecchie generazioni di alpinisti riunite al rifugio nel settembre del 2007 (ph. Paola Favero)
3. Con Sonia Livanos e Ignazio Piussi, settembre 2007 (ph. Manrico Dell’Agnola)

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Paola Favero

Paola Favero

La mia vita è intessuta di montagne, che amo percorrere sia esplorando luoghi nuovi che ritornando in quelli da sempre amati. Mi piace entrarci dentro, nella loro natura ma anche nella loro storia, nelle leggende e nei miti, nel loro incanto e nella loro bellezza. Ho sempre lavorato in montagna come forestale, ed oggi continuo a farlo come scrittrice e divulgatrice. Penso sia necessario, per chi le frequenta e le ama, impegnarsi oggi nella loro difesa, perché la crisi ecologica e culturale che stiamo vivendo le sta travolgendo.


Il mio blog | Non ho un blog/pagina digitale, eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. In Altitudini trovo molto bello raccontare e leggere di montagna sotto tutti i punti di vista, intrecciando storie ed esperienze.
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