Racconto

IL NATALE DI PIRMINIO POMPEO

"Noi siamo quello che quelli prima di noi sono stati, io sono mia madre e mio nonno e generazioni di gente contadina con la schiena curva sulla terra, ma ritta di fronte ai potenti. Questa è una storia vera di quei giorni del Natale 1940"

testo di Andrea Nicolussi Golo

24/12/2020
3 min
Quando dal cielo chiuso incominciarono a cadere i primi radi fiocchi di neve, sembrava non dovesse durare, invece durò.

Per cinque giorni e cinque notti non smise più di nevicare e il paese in cima alla montagna, per cinque giorni e cinque notti, rimase in silenzio e senza fiato. All’alba del sesto giorno si alzò un vento teso da nord-ovest, il cielo si stracciò in bioccoli chiari schiudendo spazi di azzurro sempre più ampi, l’aria, vibrante di vapore, brinando si saturava di scintille gelide.

Maddalena quel mattino non se la sentiva proprio di uscire da sotto le tante coperte che si era gettata addosso per proteggersi dal freddo che assediava la sua casa, sapeva che doveva farlo, ma cercava di rimandare quel momento il più a lungo possibile. Sentiva il marito affaccendarsi in cucina, non era venuto a dormire neppure quella notte, il pover’uomo si stava consumando di troppi mali, il più grande: quello di avere condotto la propria famiglia alla miseria.

Era testardo il Pirmin, testardo come il mulo dei Giècchela, niente riusciva a fargli cambiare idea. Eppure non passava giorno che lei non lo rimproverasse:
«Vai dal podestà e chiedi, se non chiedi nessuno può darti una mano».
«Io non chiederò mai nulla a questi vigliacchi che ci hanno fatti scappare dalla Francia». E poi aggiungeva: «Sono un vecchio socialista e conservo nel cuore quello che ci detto il Filippo Turati quel giorno a Grenoble». E mentre diceva così, si batteva forte il petto e poi tossiva e allora correva a nascondersi in camera.

La Maddalena si alzò, svegliò la più grande delle sue due bambine che dormivano in fondo al letto e poi uscì in cucina, il marito aveva messo sul fuoco un po’ di latte annacquato, più acqua che latte, per la colazione delle bambine e caffè di orzo per loro due.
«Neppure questa volta ti hanno chiamato per la squadra degli spalatori e lo sanno che non abbiamo più un centesimo».

Il Pirmin non la ascoltò, accolse in cucina la figlia più grande con un sorriso e le versò quel liquido biancastro nella tazza. La bambina bevve il suo latte annacquato senza una parola, sapeva che quelli non erano giorni buoni per la sua famiglia, da quando erano venuti via da Bonneval sur Arc in Francia a causa della guerra vigliacca, come diceva il suo papà, non c’erano più stati giorni buoni per loro.
Il Pirmin passò il resto della mattina a guardare il lavoro degli spalatori che si erano messi di buona lena a liberare il paese dal suo involucro gelato, di tanto in tanto uno di loro gli si avvicinava e, con fare furtivo, gli diceva che non era colpa loro se non c’era posto per lui. Il Pirmin scuoteva la testa: «Non preoccuparti compare vedrai che un giorno…» poi, più stanco che se avesse lavorato, se ne tornò a casa.

A mezzogiorno tornò anche la figlia più grande, tratteneva con forza i singhiozzi, e aveva gli occhi gonfi, non appena il Pirmin le si inginocchiò accanto per chiederle la causa di tanto dolore, la bambina non riuscì più a trattenersi e scoppiò in un pianto senza freni.
«Oggi il maestro ha detto i nomi di tutti quelli che non amano la Patria Italia e ha detto anche il tuo papà».
«E tu?».
«Io allora mi sono alzata in piedi e ho detto che deve mettere anche il mio nome, perché anch’io non amo la Patria Italia. Io amo la Patria Francia, che lì avevamo da mangiare anche troppo, non come qua. E non ho pianto sai, o almeno credo di non averlo fatto».

Per consolarla il Pirmin prese dal comò la spazzola rossa, si sedette e aspettò che la bambina gli chiedesse di pettinargli i capelli che portava lunghi ed erano ancora folti e biondi senza un solo filo di bianco. Era il loro modo di stare assieme.
La Maddalena scosse la testa sconsolata, non solo aveva un marito socialista, ma anche una figlia ribelle e adesso che si avvicinavano i giorni della Natività di nostro Signore si sentiva ancora più misera del solito, se almeno non ci fosse così tanta neve.

Proprio in quei giorni prima di Natale, la bambina più grande portò a casa da scuola una busta sigillata, sulla busta con calligrafia perfetta: “Per il mio amico Pirmin”.
«Te la manda il maestro Silvio, Papà».
Il Pirmin aprì la busta, ne trasse un cartoncino telato dal colore rossastro, sul fronte un viso ben noto con elmetto in testa e alle spalle l’obelisco con la scritta dux, dentro il suo nome, Pirminio Pompeo e i riquadri per dodici mesi con sopra vergato a penna: “pagato”. Assieme era una lunga lettera che iniziava così:
«Caro amico mio, conosco i tuoi sentimenti e non voglio in alcun modo offenderli, ma proprio in nome della nostra antica amicizia, mai rinnegata da entrambi, voglio dirti che l’ordine di leggere in classe tutti i cittadini del paese che non siano in possesso  della tessera del Nostro Partito Nazionale Fascista, ci è stato imposto direttamente dal Segretario Federale. Oggi penso di farti un regalo gradito in vista delle Festività natalizie inviandoti la tessera per l’anno 1941 debitamente pagata da me medesimo, potrai finalmente rivolgerti per un lavoro a testa alta e mantenere la tua famiglia». La lettera proseguiva ricordando la fraternità che per lunghi anni li aveva legati e terminava con la firma “Il tuo amico di sempre Silvio”.

Il Pirmin chiamò vicino a sé le due figlie, prese il cartoncino telato tra le mani provò a strapparlo, ma quello resistette, prese allora una forbice, incominciò a sminuzzare la tessera del partito nazionale fascista, continuò a tagliare finché non rimasero che dei minuscoli coriandoli quasi privi di colore, poi li raccolse e li rimise nella busta assieme alla lettera e la richiuse:
«Riportala così al maestro».
«E cosa gli dico?».
«Che tuo papà è in lutto per la morte di un amico».

Andrea Nicolussi Golo

Responsabile dello sportello Linguistico della Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri, collabora con l’Istituto Cimbro di Luserna/Lusérnar Kulturinstitut. Ha pubblicato il libro di racconti Guardiano di Stelle e di vacche (2010), e i due romanzi Diritto di Memoria (2014) e Di roccia di neve di piombo (2016), quest’ultimo finalista e segnalato ai Premi ITAS, Rigoni Stern e Leggimontagna. Nel 2011 è stato insignito del premio “Ostana scritture in lingua madre”. Ha vinto numerosi concorsi di poesia sia in lingua cimbra che in italiano e nel 2013, su autorizzazione Einaudi, ha dato alle stampe la traduzione in lingua cimbra del capolavoro di Mario Rigoni Stern Storia di Tönle. Nel 2016 ha pubblicato la traduzione in cimbro de "Il piccolo principe", nel 2018 la versione integrale di "Pinocchio" e nel 2021 "Il sergente nella neve". Per l’Istituto Cimbro di Luserna ha pubblicato varie favole per bambini.


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