Racconto

LAGO LAGORAI, THE BIG PORTAGE

Per raggiungere luoghi d’Acqua in aree remote, talvolta è necessario trasportare a piedi via terra la propria imbarcazione. Come in questa storia.

testo e foto di Cristian Bertolin

Lago Lagorai
11/09/2021
7 min
Tecnicamente con il termine ``portage``, nel mondo delle canoe, si intende il trasporto a piedi via terra della propria imbarcazione e del relativo materiale personale.

Questa tecnica viene utilizzata per collegare due corsi d’Acqua non uniti tra loro, per aggirare rapide impraticabili, pericolose o tecnicamente troppo impegnative per la propria preparazione e talvolta per raggiungere luoghi d’Acqua in aree remote (quest’ultimo caso rientra nella nostra storia).
Quando pensiamo ai grandi viaggi in canoa i pensieri attraversano veloci l’oceano, l’Alaska, il Canada, oppure corrono su, oltre le Alpi, verso il nord ovest dell’Europa: Svezia, Finlandia, Russia. Sulle Alpi non ci sono più grandi estensioni d’Acqua e i grandi fiumi alpini, un tempo prodigiosi draghi scintillanti, giacciono come fiere in gabbia sotto il presuntuoso e incapace controllo dell’uomo, la storia ce lo insegna.
Scrivo Acqua con la A maiuscola perché è un nome proprio. Proprio perché l’Acqua è un bene unico e universale e in tutte le sue forme contiene il valore della vita.

Come tutto ebbe inizio
Novembre 2011, siamo sul piccolo Lago di Pusiano non lontano dal Lago di Como. Davanti al fuoco facciamo conoscenza con Valentina e Jürg. E’ venerdì sera e i primi arrivati si scambiano idee, impressioni e raccontano, come consuetudine, le proprie avventure lungo i fiumi e i laghi delle Alpi e non solo. All’epoca in Italia i praticanti di canoa canadese sono pochi, molto pochi, e soprattutto sparsi per lo stivale. Siamo qui per un meeting che riunirà una trentina di persone e avremo finalmente la possibilità di fare un corso di “canadian classic style” con Becky Mason e Reid McLachlan. Becky è figlia di Bill Mason, colui che universalmente viene considerato l’uomo che ha documentato per primo la tecnica della canoa canadese, per noi è una grande occasione di crescita sia tecnica che culturale.

Jürg è uno svizzero dell’Alto Bernese, lo svizzero di montagna come lo immagini nei racconti dei tuoi nonni e zii lì emigrati. E’ come se ci conoscessimo da sempre, parliamo condividendo intenti e pensieri, stiamo bene accanto al fuoco nella notte umida in riva a questo piccolo lago sulla cui sponda nord si vedono le montagne. A un tratto, animato da un illuminante furore, Jürg mi dice: «Tu che vieni dalle Alpi orientali forse conosci un lago che sto cercando». Sicuro della mia conoscenza del patrimonio d’Acque delle mie montagne, gli dico senza esitazione: «Certamente!»
Penso che il suo lago abbia un nome o almeno Jürg conosca la catena montuosa in cui si trova o il fiume che lo alimenta. Invece no. Jürg tira fuori dal portafoglio una foto stropicciata presa da internet, molto piccola perché ricavata da un banner pubblicitario, e me la mostra. La guardo e lo riconosco immediatamente come il Lago Lagorai: il lago simbolo del Lagorai, la catena montuosa, in gran parte formata da porfidi, situata nel Trentino orientale.

Un attimo però…, Jürg non può voler salire proprio lassù, forse non sa dove si trova e che in fondo è solo un piccolo lago sperduto in una semi-sconosciuta catena montuosa delle Alpi.
Carola, mia moglie, mi guarda e sorride con una certa gioia, capisco che vuole dirmi: «Questa volta non si può rimandare».
A quel punto dico a Jürg che il lago lo conosco e che vorrei capire come mai uno svizzero voglia andare proprio lì. Mi dice semplicemente che, per lui, quella è una foto esemplare di un paesaggio alpino e che per il suo compleanno vorrebbe una foto esattamente come quella, ma con lui e la sua canoa in mezzo al lago. Gli spiego che salire lassù, per la lunghezza e il dislivello da coprire, tirandosi dietro la canoa e tutto il necessario, è un’impresa impegnativa, ma capisco che ormai è troppo tardi per accampare scuse e quella foto è un buon motivo per salire insieme al Lago Lagorai.

A noi piace raccontarla così. In realtà i motivi che ci spinsero a salire con oltre 70 chili di attrezzatura caricata su dei carrelli autocostruiti, erano diversi e anche seri.
Da bambino avevo idealizzato le montagne come un terreno di avventura e di esplorazione. Da adolescente ho avuto la fortuna di incominciare ad andare in montagna con persone più grandi ed esperte di me, persone con cui potevo soddisfare la mia sete di conoscenza, che sapevano sempre dare un nome a un luogo, a una cima o a chi era stato il primo a salirla. E oggi che le mie domande sono ampiamente appagate e si è assopito il mistero di quei luoghi inviolati, portare la mia canoa lassù, in quel lago di incomparabile bellezza, significava ritrovare uno scampolo dell’innocenza perduta delle mie montagne. Avrei potuto guardarle – e guardare dentro me – da una prospettiva assolutamente nuova ed esclusiva.
Jürg invece, che ho imparato a conoscere nel tempo, è un uomo che onora con l’ammirazione la Natura nelle sue forme più diverse e questo fu il vero motivo che lo spinse a portare lassù la sua canoa.

The big portage
Dopo mille vicissitudini, viaggiando di notte, arriviamo all’ingresso della valle che sale al lago. Carola e io dormiamo qualche ora in auto sui sedili anteriori, appena al margine del bosco, lungo la strada. Jürg e Valentina sono su dal giorno prima, parcheggiati con il loro furgone attrezzato a camper nel parcheggio dove termina la carrabile aperta al traffico. Al nostro arrivo Valentina è intenta a cucinare, Jürg invece è in giro per il bosco a respirare l’aria che odora di resina. Vedo il loro carico che è già pronto e ben legato sul carrello.
Dopo poco cominciamo a salire, c’è poco spazio per le parole, bisogna spingere e tirare, ma il duro lavoro non pesa. Ci pervade uno spirito epico e così affrontiamo positivamente anche i piccoli inconvenienti che nascono dall’uso dei nostri carrelli che non abbiamo mai collaudato. Ogni tanto ci fermiamo per fare il punto sulla salita e a dosare le forze, mangiamo qualcosa velocemente senza sederci.
Non c’è nessuno in giro, incontriamo solo due anziani apicoltori provenienti dalla Valsugana, ciascuno porta sulle spalle un basto di alluminio con un’arnia. La loro meta sono i pendii che sovrastano il lago, lì depositeranno l’arnia e le api laboriose compiranno il miracolo di produrre il miele di rododendro.

Ormai siamo alti sulla valle e manca poco ad uscire dal bosco, si vedono molto bene le cime, a un tratto la vista si apre verso una radura. All’orizzonte, sotto l’arco di un grande arcobaleno, vediamo la bellissima cascata che origina l’emissario Rio Lagorai. Crediamo di essere ormai vicini alla meta, ma ad attenderci ci sono ancora le rampe più dure da salire, la mulattiera ora è lastricata e scivolosa e con tutto quel peso le esili ruote da 24” si piantano ovunque.
Sentiamo la cascata scrosciare oltre i larici che si aprono sull’abisso: il lago non può essere lontano. Pochi passi ancora e arrivo sul ponticello che attraversa il Rio. Dinanzi a me compare il lago: è uno spettacolo. Mollo lo zaino tra i mughi e corro ad abbracciare tutti. Liberiamo le canoe dalle cinghie che le vincolano ai carrelli, nascondiamo i carrelli nel fitto dei mughi, mettiamo in acqua le canoe e iniziamo a pagaiare.

Facciamo un ampio giro intorno al lago costeggiando le sponde, ci muoviamo con circospezione, come si gira intorno a un cavallo di razza per conquistarne la fiducia.
Lasciamo il materiale su una sponda vicino alla malga e iniziano le danze. Sì proprio le danze, nel senso che quando si pagaia, non per pratica sportiva ma per il piacere del gesto, come in una danza si cerca l’eleganza del movimento della pagaiata che è soprattutto espressione del proprio rapporto con l’Acqua.
Salgo lungo il pendio che sovrasta il lago, voglio osservarlo dall’alto e valutare come possiamo raggiungere i laghi superiori. Circondato da rocce di porfido e rododendri osservo le canoe danzare fino alle ultime luci del giorno.
Non vediamo animali al pascolo e nemmeno la presenza di pastori o malgari. Jürg, conoscendo la dura vita dell’alpeggio, vorrebbe consegnargli degli omaggi alimentari che si è portato: un ananas, verdure fresche, del vino e qualche dolce, ma non si vede nessuno.

Intanto si è fatto buio e nel cielo compare la luna. Abbiamo cenato abbondantemente, il campo notturno è pronto, ma la luce della luna che illumina il lago ci spinge a tornare in Acqua. Siamo consapevoli che un minimo errore potrebbe essere fatale, cadere di notte dentro un lago alpino non è augurabile, anche nuotando sarebbe difficile orientarsi e l’ipotermia colpirebbe inesorabile. Entriamo tutti insieme, ma dopo qualche pagaiata ognuno segue una sua rotta nel buio: si cerca, forse inconsapevolmente, di abbandonare le sicurezze della vita quotidiana per entrare nella Natura selvaggia.

Dentro i sacchi piuma si dorme bene, il silenzio della notte è rotto solo dal latrare di una volpe e dall’abbaiare di due caprioli. A svegliarci è la tenue luce dell’alba che filtra attraverso le nostre tende e che piano piano dà forma e colore ad ogni cosa.
Attraversiamo con le canoe un’ultima volta il lago, sulla sponda dove si origina l’emissario vediamo ammassati e in parte sommersi, centinaia di grossi abeti e larici con i tronchi nudi. Notiamo anche un groviglio di fili da pesca, ami, cucchiaini e lenze da pesca a mosca attorcigliati ai rami. Prendiamo accendino e coltello e recuperiamo ogni rifiuto lasciato da pescatori insensibili alla delicata bellezza di questo lago.

Oggi si rientra a valle e la preoccupazione di tutti noi non è per la lunga discesa con i nostri carichi, a pesarci è l’idea di abbandonare questo paradiso. Prima di andarcene dobbiamo fare la famosa foto che Jürg voleva per il suo compleanno. Con in mano il ritaglio di carta che ci ha portati fin qui, cerchiamo la giusta inquadratura. Intanto iniziano ad arrivare i primi escursionisti che salgono dalla valle, ci guardano curiosi per questa inusuale presenza di canoe e canoisti. Arrivano anche i gestori della malga, sono saliti in auto e anche loro sono curiosi di sapere cosa abbiamo fatto. Sono gentili e ci offrono un delizioso pasto con cervo e polenta.

E’ ora di scendere. Carichiamo le canoe sui carrelli, ci abbracciamo e ci inchiniamo dinanzi le Acque di questo magnifico lago che ci hanno accolto per due giorni. Come l’Acqua del Rio Lagorai che scende libera, anche noi scendiamo a valle felici di avere vissuto uno scampolo di libertà.

La foto ricordo di Jürg
Cristian Bertolin

Cristian Bertolin

Guida fluviale, fondatore di Barbasso Nature.


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