Saggio

DI CHI E’ LA MONTAGNA? #10

Vivere a Cicogna non è facile. Le difficoltà sono infinite, come i boschi della Val Grande, come la tenacia di chi qui è nato e ci vorrebbe restare, ma anche di chi qui è arrivato dalla città regalando un futuro a questa “ultima Thule”.

testo di Fabio Copiatti

Cicogna innevata. Ben evidenti attorno al paese i secolari terrazzamenti agricoli (foto Carlo Zanetta)
18/04/2021
7 min
Cicogna, ultima Thule.
Chi ci muove più da questo bel posto?

“Di chi è la montagna?”, mi chiede la redazione di Altitudini.it. Il caso vuole che io pochi giorni fa abbia ricevuto una richiesta di aiuto da Cicogna, solitario e solatio paese immerso nel Parco Nazionale Val Grande.
I gestori del locale ostello[1] hanno lanciato un accorato appello: «Così non possiamo andare avanti, dopo un anno non sappiamo più a quali risorse attingere. Fino ad oggi abbiamo sempre tenuto aperta la struttura ricettiva pur non avendo avuto accesso ai ristori, ma non si può continuare così, le spese sono tante e gli ospiti sempre di meno».
Da novembre è chiuso anche il vicino Circolo “Felice Cavallotti”, punto di riferimento per i pochi abitanti e i tanti turisti che, in tempi pre Covid, qui trovavano un luogo accogliente dove sorseggiare una bibita o degustare piatti locali.

#10 – Cicogna (Verbano-Cusio-Ossola)

Cicogna, “l’ultima Thule delle nostre vallate”,[2] come scrissero nel 1890 gli alpinisti del CAI, è il principale punto di partenza per escursioni all’interno della selvaggia Val Grande, l’area wilderness più vasta delle Alpi, parco nazionale dal 1992[3]. Raggiungerlo è già un’avventura. Situato a 12 km da Verbania, sulla sponda piemontese del lago Maggiore, il paese è ogni anno meta di numerosi escursionisti.

Gli ultimi 7 km della tortuosa strada e la stretta galleria scavata nella roccia, che segna il confine amministrativo ma anche fisico dell’area protetta, sono da percorrere quasi a passo d’uomo. Sul versante opposto a quello che si percorre in auto, si snoda l’antica mulattiera medievale che collega il capoluogo Cossogno alla sua frazione, un itinerario percorso nei secoli da pastori, boscaioli, briganti, contrabbandieri, partigiani, esploratori e persino vescovi, cammino ideale per chi preferisce raggiungere Cicogna a piedi, tra boschi e alpeggi: «L’Italia ha un grande bisogno di un viaggio lento. Da noi si è smesso di viaggiare: ci si sposta. Così il mondo minore scompare e la memoria pure», scrive Paolo Rumiz[4].

Lasciata la galleria, il paesaggio improvvisamente muta: sul vicino ponte Casletto, che sovrasta la forra del rio Valgrande, finisce la civiltà degli uomini e inizia quella della natura. «Cristo si è fermato al Casletto», annotava nel 1967 lo scrittore e alpinista Teresio Valsesia in uno dei suoi primi articoli dedicati a Cicogna e alla Val Grande, parafrasando il titolo del noto libro di Carlo Levi. «Un grande silenzio: il silenzio dei paesi disabitati», proseguiva, concludendo che «la valorizzazione del paese e della Valgrande può avvenire solo in una direzione, istituendovi cioè un grandioso parco nazionale»[5].

I nuovi abitanti
Pensando a com’era il paese quarant’anni fa, con segni inequivocabili di abbandono annunciato, anzi ormai in atto, oggi siamo testimoni di un processo decisamente opposto, avviatosi nella seconda metà degli anni ’90, ancora fragile nel suo evolversi, e quindi da accompagnare e incoraggiare.
Vi è infatti un ritorno culturale alla montagna, portato avanti dai nuovi abitanti, che pone in campo un modo diverso di essere montanaro, fuori da stereotipati cliché e oltre la tradizione, pur senza disconoscerla.
È grazie a loro se Cicogna forse ha un futuro diverso da quello dell’abbandono.
L’ente che gestisce il parco nazionale e l’amministrazione comunale hanno fatto la loro parte, ma è stata la resilienza dei suoi abitanti a permetterne la rinascita.

Il paese da una parte trasuda di passato: la chiesa, il cimitero, il monumento ai caduti, le case dalle linee antiche (ma anche quelle malamente ristrutturare nei decenni passati, ahimè!), le vie acciottolate, persino il volto dei pochi anziani rimasti, tutto ricorda le storie che hanno accompagnato nei secoli questa comunità.
Dall’altra emerge, con discrezione, il presente: le bacheche informative e la segnaletica dei sentieri, le strutture ricettive armoniosamente inserite nel tessuto rurale, ma soprattutto loro, i cosiddetti “nuovi montanari”, uomini e donne che per scelta hanno trasferito residenza e attività lavorativa in questo villaggio ai confini del mondo.
Tra questi, due famiglie, entrambe provenienti dalla pianura lombarda: i Gaiazzi, titolari di un’azienda agricola con possibilità di ristoro e soggiorno[6], e i Mazzoleni, proprietari di un bed & breakfast e gestori del Circolo[7].

«Ci siamo trasferiti a Cicogna nel 1999 poco più che trentenni», racconta Rosanna Ferrario, moglie di Rolando Gaiazzi. «Con le prime sette caprette acquistate abbiamo avviato un’attività di cui non sapevamo nulla, tanta voglia di realizzare il nostro progetto, tanta incoscienza, tanta gioventù. I corsi di caseificazione, di allevamento, l’avvio del piccolo caseificio e la soddisfazione di vendere i nostri primi formaggini. Andavamo “in giù” – si dice così da queste parti quando si scende a fondovalle – a fare mercati ma piano piano il turismo che saliva in valle aumentava, grazie alla promozione del Parco Nazionale Val Grande e al crescente interesse di vivere la natura da parte delle persone che cercano sempre più posti come questo per poter “staccare” dalle grandi città. È stata quindi una conseguenza naturale l’apertura dell’agriturismo che ci ha permesso di vendere il nostro formaggio direttamente sul posto e ci ha dato una nuova possibilità di lavoro. L’aumento della consistenza del gregge di capre e non solo (anche l’aumento della famiglia con le nostre due figlie, Serena e Chiara) hanno concretizzato negli anni la nostra attività. Tra alti e bassi ad oggi il bilancio di tutti questi anni è sicuramente positivo; nonostante non siamo di origini “valgrandine”, chi ci muove più da questo bel posto?».

Val Grande. Al centro, tra le chiome dei faggi, appare Cicogna (foto Fabio Copiatti)
Le arnie di Sara Bianchi (foto Sara Bianchi)
Antichi bözz, le arnie del passato (foto Sara Bianchi)

Ul bözz
Federico Mazzoleni e sua moglie Sara Bianchi, invece vivono a Cicogna dal 2004. Anche i loro due figli, Simone e Samuele, sono nati qui. Federico è anche Guida ufficiale del Parco, mentre Sara ha iniziato da poco una nuova attività diventando apicoltrice: «Non posso certo dire che sia una tradizione di famiglia, né tanto meno che arrivi da una lunga esperienza, ma sicuramente questa nuova attività è frutto di una improvvisa passione che è nata inaspettatamente e che mi ha completamente travolto!».

La sua piccola azienda Sara l’ha chiamata Ul bözz, nome dialettale (in italiano “il bugno”) con il quale veniva chiamata l’arnia utilizzata dai primi apicoltori della Val Grande. Questa è infatti una tradizione secolare: nel 1235 Ottone Salvatico di Cossogno viveva allevando api e stringeva contratti commerciali con acquirenti lombardi che frequentavano il mercato di Pallanza.

Ul bözz era costituito semplicemente da una sezione di un tronco, generalmente castagno, che veniva interamente svuotato e lasciato a disposizione delle api, le quali costruivano all’interno i loro favi in completa autonomia e secondo le loro necessità. Antichi bözz si trovano ancora tra gli alpeggi abbandonati della Val Grande. Sono ancora visibili anche le minute strutture in pietra che li ospitavano, ponendoli al riparo da animali e intemperie.

Oggi queste tecniche di apicoltura sono state sostituite da moderne arnie, sicuramente più facili ed efficienti da utilizzare, quanto meno per gli apicoltori come Sara: «Il nostro apiario s’incontra all’ingresso del paese. Sicuramente, chi è già stato qui non ha potuto fare a meno di vederlo. In un ambiente incontaminato, dove le api possono godere di tantissime fioriture diverse che caratterizzano la media montagna, i nostri prodotti sono naturali, sani e genuini. Il miele da noi prodotto è multifloreale e racchiude tutta l’essenza delle fioriture del parco. Orgogliosamente l’ho denominato “Nettare di Val Grande”».

La smielatura avviene, per scelta, una sola volta all’anno, alla fine delle più importanti fioriture estive, per garantire al miele di essere un concentrato di aromi e profumi della nostra valle, il “succo” di quello che il nostro ambiente naturale offre.

A Sara piace ricordare il motto di Plinio il Vecchio: “Ubi apis, ibi salus”, che significa semplicemente “Dove ci sono le api, c’è la salute”: «Qualcuno penserà che ho una visione troppo poetica dell’apicoltura, ma a me piace pensare che le api ci regalino il loro duro lavoro e per questo dobbiamo essere attenti, grati e rispettosi il più possibile».

Di chi è la montagna?
Vivere a Cicogna, come in altri paesi alpini segnati dall’abbandono e dall’isolamento, non è facile. Le difficoltà sono infinite, come i boschi della Val Grande, come la tenacia e la forza di chi qui è nato e ci vorrebbe restare fino all’ultimo respiro, ma anche di chi qui è arrivato dalla città per vivere e lavorare a contatto con la natura, regalando un futuro a questa “ultima Thule” che nel 1921 contava 524 abitanti, scesi drasticamente fino a sei del 1991 e ora in lenta ma incoraggiante risalita.

Di chi è, quindi, la montagna di Cicogna? Dei suoi 18 abitanti, di Rosanna e Rolando con Serena e Chiara, di Sara e Federico con Simone e Samuele, di Paola e Gianfranco, di Nele e Alessio con Carlo, di Celestina e Bertino, Renato, Leonardo e Mauro, ma sicuramente anche di Gentile, che solo lo scorso anno, all’età di 93 anni, ha deciso di lasciare il paese per il fondovalle, dove non si rischia di restare isolati per giorni a causa di una frana o di una abbondante nevicata.

La mia risposta, pertanto, non è tanto diversa da quella data da chi mi ha preceduto in questa rubrica. La montagna è di chi ci vive e ogni giorno se ne prende cura, ma anche di tutti coloro che la frequentano con rispetto, garantendo un futuro sostenibile ai suoi abitanti e all’ambiente che li circonda e li ospita.

Dormire a Cicogna in una delle sue strutture ricettive, assaporare i formaggi di Rosanna e Rolando o il miele di Sara, vivere anche solo per qualche ora nel silenzio e nel buio della wilderness, oppure essere qui all’alba mentre il sole ridona luce e colori ai suoi boschi, è un’esperienza che non si dimentica.
_____
[1] Per informazioni sull’Ostello Val Grande: www.parks.it/ost/ostello.del.parco
[2] F. Copiatti, Cicogna ultima Thule, MonteRosa edizioni, 2020.
[3] Per info aggiornate su iniziative e stato dei sentieri: www.parcovalgrande.it
[4] P. Rumiz, è Oriente, Feltrinelli, 2003.
[5] T. Valsesia, Val Grande ultimo paradiso, Alberti libraio editore, 1985 e successive ristampe.
[6] Per info: www.cortemerina.it
[7] Per info: www.cadelpitur.it

La piazza di Cicogna con l’Ostello del Parco e il Circolo “Felice Cavallotti” (foto Fabio Copiatti)
L’azienda agricola Corte Merina (foto Fabio Copiatti)
Fabio Copiatti

Fabio Copiatti

Sono nato a Verbania nel 1963, da genitori originari di Cossogno, paese al quale sono profondamente legato. Dal 1996 al 2019 ho lavorato per il Parco Nazionale Val Grande. Trasferitomi nel dicembre 2019 all’ombra delle Dolomiti Bellunesi, oggi mi occupo di politiche per la sostenibilità. Ricercatore storico, biologo e guida escursionistica ambientale, da trent'anni studio la cultura e le tradizioni alpine. Tra i miei libri ricordo gli ultimi: "A passo di vacca. Dalla Val Grande alle valli Ossolane con Antonio Garoni (1842 -1921), la guida alpina che tracciò il sentiero Bove", Azimut, Verbania, 2018 (seconda edizione ampliata e aggiornata 2019) e "Cicogna ultima Thule", MonteRosa edizioni, Gignese, 2020.


Il mio blog | "A passo di vacca" è la mia filosofia del camminare, ovviamente lento, osservando quello e quelli che incontro lungo strade e sentieri. Questo blog raccoglie pensieri, racconti e frammenti di storia, editi e inediti, dedicati a terre e acque lepontine, tra lago Maggiore e valli ossolane.
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