Racconto

TONI ROMBALDI, L’ULTIMO DELLA VALLE DI SAN MARTINO

Di quella sua valle sapeva tutto, faceva la sentinella meglio di noi, l’amava e a modo suo la difendeva. È vissuto come un eremita, a poca distanza dal progresso che certamente non amava.

testo e foto di Teddy Soppelsa

25/04/2022
2 min
La valle di San Martino è una valle gentile delle Dolomiti Bellunesi, con dolcezza ti accompagna fin sotto i ripidi versanti delle Vette Feltrine.

Non ha nulla di pretenzioso, ma è una valle dolomitica vera. Il fondovalle, stretto tra il San Mauro da un lato e il Pafagai e le Perazze dall’altro, offre un cammino piacevole accanto a limpide acque. Ovunque si avverte una forte naturalità, ma è solo apparente, la valle è costellata da tracce profonde del lavoro dell’uomo. L’ultimo ad abitarla stabilmente è il protagonista di questa cronaca, una storia che racconta l’incontro di Toni Rombaldi con due giovani guardie forestali⁽¹⁾. Il testo è di Ernesto Longo, pubblicato nel 2012 sul bollettino della parrocchia di San Gottardo (Comune di Sospirolo), in parte riadattato con il consenso dell’autore.

***

Lo abbiamo conosciuto per caso, un mattino del febbraio 1977.
Era appena sorta l’alba, faceva freddo, il giorno prima aveva nevicato. Era una delle prime volte che andavamo in perlustrazione in Val di San Martino, non conoscevamo nessuno. A circa metà valle scorgiamo nel bosco una persona che, con fare sospetto, scompariva e riappariva nascondendosi dietro gli alberi. Ogni tanto urlava qualcosa, ma il vento gelido disperdeva la voce e non si capiva cosa dicesse. Con calma ci avvicinammo e lo vedemmo dietro a un masso brandire un’accetta e urlare:

«Andè via, qua l’è tut meo, son mi el paron de la val!»

Ci guardammo increduli chiedendoci chi fosse. L’uomo era piccolo di statura, di sicuro aveva superato i sessanta anni, trasandato nel vestire e per la stagione era poco vestito, con un paio di pantaloni di fustagno neri, sporchi e rammendarti in più punti, una maglia bucherellata, un cappello nero consunto, barba lunga da giorni e un paio di occhi furbi. Faceva fatica a scandire le parole e a farsi udire.

«Chi seu voialtri?»
«Siamo guardie forestali.»
«Ah la milizia!»

Essendo il capopattuglia mi feci avanti e gli chiesi: «Ma lei chi è?»
«Mi son el Toni e son el paron de la val. Chi entra el deve domandar el permesso a mi.»

Rimanemmo perplessi: «Scuseme Toni, l’è la prima volta che ne vedon».
Ci squadrò dall’alto al basso, più o meno come faceva il brigadiere quando andavamo a rapporto.
«Così me pias» e si mese a sorridere.

Da quel momento diventammo amici e ci invitò a seguirlo nella sua casera. La casera era un piccolo edificio in pietra con il tetto coperto da vecchie onduline di zinco, il sottotetto in legno era tutto annerito dal fumo. All’esterno, appoggiati alle pareti, c’erano pali di ogni genere e una slitta che gli serviva per il trasporto della legna. L’edificio era al centro di una radura, nel punto migliore per prendere quel poco di sole che gli regalava la Valle di San Martino.

«Eco vedeu, quà l’è el me regno, le quasi setanta ani che son quà e de quà no me move, né de inverno né de istà, vae sol a tor la spesa na olta ogni tant a Lasen.»

Toni Rombaldi, ph Patrizia Costarelli

Aprì la porta e ci fece entrare. All’inizio feci fatica ad abituarmi a quella poca luce. Le pareti erano tutte nere e l’unica finestra aveva i vetri oscurati dal fumo. Ci invitò ad accomodarci, ma dove? Non c’era posto. Solo una sedia di paglia mangiata dai tarli, accanto una stufa che lasciava passare il fumo tra i cerchi di ghisa. Trovai un ceppo e mi sedetti. Vittore, il mio collega, si sedette sulla sedia in paglia e Toni rimase in piedi a spiegarci che la casera apparteneva ai suoi nonni e ai bisnonni, di quante capre e vacche avevano e delle fatiche che facevano andando in estate a fare il fieno sul San Mauro e che lo portavano a valle d’inverno con le musse. Ci chiese se volessimo il caffè. Lo zucchero lo teneva in un barattolo di latta appoggiato sulla piastra della stufa. Ci spiegò che lo teneva lì perché i topi o le formiche non glielo avrebbero rubato, visto che la piastra era sempre calda, giorno e notte.

«Grazie, sarà per la prossima volta», fu la nostra risposta.

All’inizio sospettoso, ora Toni si sentiva tra amici e di sicuro aveva bisogno di compagnia. Ci fece vedere la camera, come la chiamava lui: un pagliericcio di fieno rialzato da terra e sopra una vecchia coperta.

«Quando che son là me sente an re. Dorme poc ma san. A la matina l’è la pi bela ora, ho tante bestie che me sveia e le me fa compagnia e a la sera i me dà la bona not.»

Era ora di andare, ci alzammo in piedi e Toni ci aprì la porta. Feci una foto ricordo e ce ne andammo. In seguito, andai a trovarlo tutte le volte che passavo di là e se nello zaino avevo avanzato qualcosa glielo davo. Lui, riconoscente, mi accoglieva con un sorriso, poi mi metteva al corrente delle novità della valle: se era passato qualcuno, se il cuculo aveva cantato in anticipo, se la volpe era passata di là e sempre con quel parlare affaticato, a volte incomprensibile.

Di quella sua valle sapeva tutto, faceva la sentinella meglio di noi, l’amava e a modo suo la difendeva. È vissuto come un eremita, a poca distanza dal progresso che certamente non amava. Ai nostri occhi era una persona povera che conduceva una vita grama, ma di sicuro nel suo intimo era ricco e felice.
_____
1) Ernesto Longo e Vittore Da Ros

Teddy Soppelsa

Teddy Soppelsa

Vive a Cesio Maggiore nelle Dolomiti Bellunesi. Ha fondato la rivista altitudini.it e ideato il Blogger Contest, scrive di montagna, alpinismo e ambiente. Ha ideato diversi progetti culturali capaci di unire le emozioni della scoperta alla conoscenza dei luoghi. Ama camminare nei luoghi più selvaggi delle sue valli, fuori traccia, in ogni stagione, meglio se in compagnia.


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13 commenti:

  1. Giuseppe ha detto:

    Tempi che fùrono, adesso inimmaginabili, che bei personaggi!!!

    1. Teddy Soppelsa Teddy Soppelsa ha detto:

      Le storie danno un senso ai luoghi, le persone li rendono vivi e cari. Quando non ci sono più le persone rimangono le loro storie che ce li fanno amare.

  2. Fiorenzo ha detto:

    Bello. C’è da riflettere su questi nostri di tempi pieni di tutto. Ma di quale valore ?

    1. Teddy Soppelsa Teddy Soppelsa ha detto:

      Alla fine quello che ci serve per vivere è molto poco, nessuno auspica di ritornare alla vita di Toni Rombaldi, ma la sua vita qualcosa ci può insegnare.

  3. mario ferrazza ha detto:

    “In questo progresso scorsoio non so se sono ingoiato o se ingoio.”
    Breve poesia di Andrea Zanzotto.
    Comunque se non ci fosse il progresso dove saremo ora se mai ci saremo ancora?
    Io penso che alla base del progresso ci dovrebbe essere sempre il bistrattato buon senso, ma mai la negazione retorico-romantica.

  4. Fabio ha detto:

    Questa storia mi ha fatto tornare indietro di molti anni… Toni Rombaldi che personaggio…. solo adesso noi riusciamo a capire quanto bene viveva… all’epoca lo si criticava per il suo modo di vita….
    Grazie per avermi fatto tornare indietro di oltre 50 anni con i miei ricordi…

  5. mario ferrazza ha detto:

    perdona la consecutio temporum approssimativa

  6. Enrico Monegat ha detto:

    Ho conosciuto Toni Rombaldi passava dietro casa quando veniva in paese e quando tornava in valle. Portava sempre sulle spalle il caratteristico zaino militare e una stanga (lungo fusto di legno di una pianta ) x scaldarsi a lasen. Non si fermava a parlare, ma salutava sempre con rispetto.

    1. Teddy Soppelsa Teddy Soppelsa ha detto:

      grazie del tuo ricordo.

  7. alessandro savio ha detto:

    Negli anni 60/70 era consuetudine nei paesi trovare questi rari e caratteristici personaggi . Bravo Teddy a ricordare le loro storie con note e foto .

  8. andrea ha detto:

    Bel ricordo, sarebbe piaciuto anche a lui, suppongo

  9. MARISA DALLA CORTE ha detto:

    Sono anche queste le persone che hanno fatto la nostra storia. Anche loro meritano menzione e ricordo. Ora suscitano un certo fascino, ma non dobbiamo dimenticarne la sapienza pratica nel loro vissuto quotidiano, nonchè il loro forte legame con l’ambiente. Sono i “nostri” Muir, Thoreau, Rousseau allo stato puro. Essenziale. Ciao e grazie per questo racconto.

  10. Elio Sacchet ha detto:

    Lo ricordo, era sua abitudine recarsi al mercato di Feltre. Al rientro si fermava al bar cooperativa di Foen. Un bicchiere di vino e via verso la sua valle.

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