Reportage

In Islanda sulle tracce della volpe artica

Nella tempesta che monta rapida sulle nostre spalle, incrocio il suo sguardo selvatico e fiero, la figura magra, il manto scuro coperto di gocce d’acqua, i muscoli delle zampe tesi pronti a fuggire.

testo di Andrea Pasqualotto  / Lentiai (BL)

14/02/2018

La barca ci ha lasciati nel fiordo di Hrafnfjordur, ad ovest, oltre il passo. Al primo campo, ai piedi del Drangajokull, il quinto ghiacciaio dell’isola per estensione, per la prima volta realizzo di essere nell’Hornstrandir, la penisola più remota e selvaggia dell’Islanda.
Sono a caccia, ma non sono più tanto sicuro di essere io il predatore.

La penisola più remota e selvaggia d’Islanda
Un giorno di fine estate del 1952, un gruppo di contadini e pescatori si radunò nella casa del dottore, ad Hesteyri, per capire se aveva un senso continuare ancora a presidiare l’ultima frontiera prima dell’artico.
Giunse tutta la popolazione, ognuno dalla propria fattoria, ognuno con la propria idea. Discussero, si contarono, erano cinquanta persone. Non avevano strade, non avevano elettricità, non avevano più la forza di resistere.
Il giorno dopo ognuno mise insieme la propria roba, la propria famiglia, la propria vita e, prima che il fiordo del ghiacciaio solidificasse per l’ennesimo inverno, abbandonarono per sempre, dopo oltre 1000 anni di colonizzazione, la penisola più remota e selvaggia d’Islanda.
Donne e uomini se ne andarono e rimase la natura che da allora domina incontrastata l’Hornstrandir, lassù, a 300 chilometri dalla Groenlandia. Se ne andò anche il dottore, rimase la sua casa costruita nel 1901, ora punto di approdo obbligato per chiunque passi da queste parti. Rimase la pulcinella di mare e l’uria, la foca comune e la megattera, ma soprattutto rimase lei, la più furba e vanitosa, l’unico mammifero terrestre autoctono dell’Islanda, la volpe artica.

Dalle mani, contro il fuoco che finalmente prende coraggio sulla legna bagnata, il calore si espande alle braccia, poi al resto del corpo.
Dalla schiena, contro l’Oceano che spinge a riva un gelido soffio artico,
il freddo si espande alle spalle, poi al resto del corpo.
Fino ai polmoni, che mescolano e mitigano il contrasto.
Fino al cuore, che pompa beato, senza sosta.

La baia di Bolungarvik
L’alta marea ci impedisce di proseguire, le onde si infrangono direttamente contro la scogliera, siamo costretti a fermarci ed aspettare. Seguire i ritmi della natura significa anche aspettare che il mare si ritiri, trascinato dalla forza della Luna verso altre spiagge lontane.
Sopra di noi due urie ci guardano dal loro nido, si lanciano verso l’Oceano, scompaiono tra le onde.
La lunga attesa, con la minaccia della perturbazione in arrivo, ci innervosisce, così decidiamo di forzare. Togliamo scarpe e pantaloni e superiamo quei dieci miseri metri di acqua gelida con le onde spumose che ci cingono la vita.
Di là la costa si fa meno scoscesa, la traccia sale nell’erba costellata di ranuncoli gialli, gerani viola e grossi cespugli verdi di angelica. Il paesaggio cambia forma continuamente, svela slanciati faraglioni con guglie affilatissime e misteriose pareti verticali di basalti colonnari, ma è quando giriamo il promontorio che tutto diventa semplicemente magnifico e il tempo si ferma.
La baia di Bolungarvik è una sequenza di curve perfette, tirate da un ciclopico compasso migliaia di anni fa.
Quella che segna la fine dell’Oceano contro la sabbia fine, quella della spiaggia ampia, liscia, piatta, immobile, quella delle dune parallele, coperte di vegetazione, che terminano contro la prateria torbosa, infine quella della corona di potenti colate di lava che chiudono la scena.
Nient’altro, da migliaia di anni. Percorriamo in silenzio tutto il palco deserto e per qualche minuto non pensiamo allo zaino pesante, al vento freddo, all’acqua gelida dei guadi. Saliamo quindi il ripido sentiero verso il primo passo di giornata, scolliniamo veloci, superiamo la seconda baia e affrontiamo il secondo passo.

foto di Marco Barbagelata e Andrea Gabrieli
foto di Marco Barbagelata e Andrea Gabrieli

Una macchia bruna, un fantasma, si avvicina
Detto il ritmo, il gruppo si allunga ma sono consapevole che il fronte è ormai sopra di noi, le nuvole gonfie e scure non mentono, quel muro grigio all’orizzonte nemmeno, lo sapevamo già da ieri che sarebbe stata una corsa contro il tempo.
Raggiungere Smiduvik prima della tempesta, piantare le tende, aspettare. L’avventura semplifica i pensieri, fa emergere la purezza dell’essenziale. Le prime gocce ci raggiungono quando siamo in vista dell’arrivo.
Mentre montiamo veloci il campo, mettiamo al riparo il materiale, ci prepariamo al bivacco, a poche decine di metri da noi, tra la vegetazione, compare.
Una macchia bruna, un fantasma, guardinga, curiosa, la prende larga ma si avvicina. E’ lei, è la volpe artica.
Nella tempesta che monta rapida sulle nostre spalle, mentre tutti frettolosi si mettono al riparo, mi volto un’ultima volta, incrocio il suo sguardo selvatico e fiero, la figura magra, il manto scuro coperto di gocce d’acqua, i muscoli delle zampe tesi pronti a fuggire, il muso proteso verso l’alto a percepire il mio odore.
Poi una raffica di vento più forte mi colpisce in pieno, il fantasma scompare, mi getto nella tenda e cala la sera.

Un fiordo una coppia
La volpe artica giunse in Islanda circa 10.000 anni fa sfruttando il ponte di ghiaccio che si formò con la Groenlandia. Prese possesso dell’isola e vi regnò indisturbata per migliaia di anni, specializzandosi a cacciare uccelli marini lungo le coste. Poi arrivò l’uomo e decise che la volpe era un competitore da eliminare. La odiò, la perseguitò, la portò sull’orlo dell’estinzione fin sulle penisole più remote come quella dell’Hornstrandir. La volpe però era più furba e, nonostante la caccia spietata, sopravvisse. Un giorno l’uomo si stancò, se ne andò e la volpe tornò ad essere la regina di queste terre remote.
Ora la volpe deve vedersela solo con la natura, non meno crudele nel decimare i cuccioli che ogni anno non riescono ad arrivare alla fine dell’estate. Uno su cinque supera il primo anno di vita. Poi i maschi tentano di conquistarsi il proprio spazio. Un fiordo una coppia, non c’è posto per altri. Un maschio vive cinque anni, poi viene sopraffatto da qualcuno più giovane e più forte. E così da migliaia di anni e così sarà ancora per molto tempo, perché la volpe è furba e non si fa catturare nemmeno dai ricercatori, perché non entra in uno spazio chiuso, in una gabbia, nemmeno in cambio di cibo.

Hornbjarg, le poderose scogliere dell’Islanda
Due volte ho provato, due volte sono stato respinto. L’Hornbjarg, il corno, l’affilata guglia settentrionale il cui profilo domina l’ampia baia di Hornvik, non mi ha regalato la soddisfazione di raggiungerlo.
La prima volta potenti scrosci di pioggia portati dal vento che rendevano difficile perfino stare in piedi, la seconda volta una fitta nebbia che nascondeva il bordo della scogliera profonda anche 400 metri. Entrambe le volte, per accentuare la beffa, il corno mi ha regalato la vista più bella il giorno dopo, quando è emerso dalle nuvole in tutta la sua eleganza.
Punto di riferimento per i pescatori che circumnavigavano la penisola, l’Hornbjarg ospita una delle più poderose scogliere dell’Islanda e su di essa alcune tra le più dense colonie di uccelli marini. Pulcinelle, urie, alche, fulmari si contendono chiassosi le strette cenge a picco sul mare, irraggiungibili per il loro predatore più accanito, la volpe artica.

Col sole in faccia saliamo verso l’ultimo passo del nostro trekking, quello che ci separa dal fiordo di Hesteyri, uno sparuto gruppo di case di legno da cui, 60 anni fa, i tenaci ed orgogliosi abitanti dell’Hornstrandir decisero che ne avevano avuto abbastanza, che era troppo anche per loro e che sarebbe stato meglio restituire lo spazio sottratto alla natura.

Andrea Pasqualotto

Andrea Pasqualotto

Camminare, leggere, scrivere, secondo il tempo e lo spazio a disposizione, il resto è superfluo. Sono nato e cresciuto tra la Valbelluna e le Dolomiti, ma il mio terreno di gioco si è allargato parecchio negli ultimi anni.

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