Racconto

Il sentiero del cimitero

testo e foto di Vincenzo Agostini

29/12/2018
5 min
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Il mio sentiero nero è un cimitero situato a 1453 metri sul livello del mare il quale, a ragione di tanta altitudine, sembra toccare il cielo con un dito.

Costruito a terrazzamento come se i fabbricanti avessero voluto impedire che le anime scivolassero anzitempo verso il basso, esso dispone le tombe tutte uguali, rigorosamente orizzontali. Qua e là numerose croci di ferro battuto si alternano a ritagli di prato, a vialetti di ghiaia, a montucoli di terra battuta. Sulle tombe, a mo’ di ornamento, predominano le stelle alpine, l’erica e ghirlandette di luccicanti fronde di tasso. Sono abbellimenti che vanno spesso con le stagioni: crisantemi a novembre, fiori di campo d’estate e d’inverno pigne di abete affastellate a bei lumini rossi. Per via di tanta cura questo mio cimitero lassù, dove sono custoditi i miei avi, pare una coltivazione, ma senza frutti, quasi un ricordo antico, come uno struggente mestierare attorno alle ultime possibilità che ci restano di considerare vivi i nostri morti.

Lassù, in cambio del privilegio di toccare il cielo, i morti godono di un ordine di sepoltura del tutto casuale: è la morte, infatti, ma meglio sarebbe dire la vita quando si muore, che sceglie il luogo dove per sempre riposare. Può dunque capitare di avere per vicino di tomba una persona che in vita era lontana, così come può succedere di avere distante la persona più cara della propria vita. É, questa, una regola che nessuno può cambiare. Lassù si mescolano dunque gli uomini con le donne, i giovani con i vecchi, i ricchi con i poveri e i morti sempre con i loro morti, di qualsiasi specie e malattia.
Ivi riposa una parte del genere umano, il resto sono quisquilie.

Morti e dispersi sono scritti in rigoroso ordine alfabetico, affinché possono riposare davvero in pace.

In quel mio cimitero, lassù, ci sono molte lapidi. Alcune sostituiscono i morti mentre altre quei morti abbelliscono, li risaltano, li rimembrano cercando di farli restare in vita forse perché non si meritavano affatto di morire. Le lapidi singole sono quasi tutte dedicate ai parroci che, lì incardinati, hanno celebrato tante funzioni, soprattutto funerali, tanto che a osservarli in fotografia pare che qualcuno stia ancora balbettando il requiem aeternam. Le lapidi collettive sono invece due e ben disposte ai lati della porta della chiesa: sormontate da un alloro in ferro battuto, avendo alla base mazzetti di fiori di carta ben plissettati, esse ricordano i morti e i dispersi della prima e della seconda guerra mondiale, compreso quel mio zio caduto in Galizia diciassettenne nel marzo del ’45. Morti e dispersi non sono scritti in ordine di grado né di luogo dove sono morti o dispersi bensì in rigoroso ordine alfabetico, affinché possono riposare davvero in pace.

Non potendosi immaginare un cimitero senza acquasantiera, qualcuno ha ricavato da un pezzo di granito un bacile e lo ha interrato a ridosso della cancellata del cimitero. Per aspergere i morti è dunque necessario chinarsi e cogliere l’acqua come quando si beve alla fontana. Essendo l’acquasantiera all’aperto, l’acquasanta si mescola con la pioggia ed è giusto che sia così perché acqua santa e pioggia sono quasi la stessa cosa.

Questo mio cimitero lassù, sentiero che percorro ogni qualvolta mi si presenta l’occasione, è cinto da un muro che protende nella valle, così avanti che pare una carena di nave nelle Dolomiti; e l’aria il mare. Navigano, dunque, quei morti che noi vivi abbiamo sistemato nella stiva come un’abbondante mercanzia in previsione di un lungo viaggio; e sulla tolda di questa nave sempre stelle alpine, sempre eriche, sempre ghirlandette di fiori di carta ben plissettati.

Quando posso, percorro quel mio sentiero lassù, cimitero a 1453 metri sul livello del mare, nel cuore delle Dolomiti.

A capo di tutte queste vicissitudini protegge un uomo crocifisso scolpito in legno di cirmolo e protetto da un timpano in scandole di larice. Ha gli occhi chiusi ma non del tutto e le labbra abbozzano un bel sorriso. L’espressione è rilassata. I capelli sono raccolti da una corona di spine che gli cinge anche la fronte. Ha il viso di un incarnato dolce, niente affatto sofferente, come se la sua morte fosse tutto ciò che desiderava.

Questa mia morte, sembra dire l’uomo crocifisso, non deve impensierirvi, quantomeno non più della vostra vita. Venite dunque a me, e state tranquilli, ché qui assomiglia molto al paradiso. Anzi, forse questo è proprio il paradiso! Tanto è vero che per godere al meglio della mia compagnia siete stati ordinati come una mercanzia, ché il viaggio durerà a lungo, forse fino al centro della terra. Venite a me, allora, e sbrigatevi, ché in questo cimitero si sta bene.

Ecco perché, quando posso, percorro quel mio sentiero lassù, cimitero a 1453 metri sul livello del mare, nel cuore delle Dolomiti. È sentiero sicuro e si dice che nessuno si sia mai smarrito. Il cielo sopra è azzurro anche quando è grigio e le montagne intorno sono le montagne dell’universo. La terra è buona, il fuoco non si spegne mai, l’aria è fresca e l’acqua addirittura santa.

Lassù, dunque, a 1453 metri sul livello del mare, è un paradiso sulla terra, altro che sentiero nero, e lassù l’inferno ancora non esiste.

Vincenzo Agostini

Bellunese, amante delle montagna a modo mio, di montagne scrivo per necessità interiore. Quest'anno ho pubblicato il mio ultimo libro, La montagna di Quentin. Per lavoro distillo grappa, ché parole e grappa sempre spirito sono, e si assomigliano.


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