Racconto

#13 · Natale ’68

"È la nostra lettera di auguri per un Natale sereno..."

testo e foto di Maurizio Ferrin

Abitazioni diroccate in frazione Lomese (Montecrestese, Val d'Ossola)
07/12/2019
4,50 min
informazioni
Cara Dafne, cara Irma,
speriamo che questa nostra letterina di auguri vi trovi bene. Come state, ragazze?

Ci chiediamo ogni giorno come riusciate a cavarvela, lassù, con le vostre famigliole, con i bambini che avete adottato (la piccola Thyda, Musa e Zilan… ovviamente cito i loro nomi grazie alla memoria di vostra madre) prima di lasciarci. Ci ostiniamo a scrivervi nonostante il vostro silenzio, poiché vi immaginiamo alle prese con la lotta quotidiana per la sopravvivenza, sebbene vi troviate in un luogo indubbiamente più riparato rispetto a questo. Ci conforta non poco, il sapervi al sicuro in quell’abitazione ricavata all’interno della vecchia stazione della seggiovia, dalle pareti certamente più robuste delle lamiere che vi avevano accolto al vostro arrivo. Sappiamo che non fu facile, all’inizio, e che le circostanze vi spinsero ad accantonare i vostri buoni principi in qualche occasione, ma era l’unica via per trovare una sistemazione decente. È questo che conta, tutto sommato.

Vi pensiamo sempre, sapete? Le fotografie di quando eravate bambine, di quando eravamo una famiglia, sono quasi consumate, per quanto le abbiamo maneggiate e accarezzate, la mamma e io. E fortuna che ne avevamo stampate a centinaia, i primi anni, perché altrimenti non sarebbe rimasto nulla di quella spensieratezza. I bauli e le cassapanche con i vostri cimeli, sono rimasti giù, a casa; sperando che i saccheggiatori non siano mai entrati per fare razzia, e vedendo dall’oratorio che il paese non è ancora stato toccato dall’incendio, mi riprometto sempre di scendere e recuperare qualcosa, ad esempio i costumi di carnevale che la mamma vi cuciva quando andavate a scuola. Ricordi quel costume da civetta, Dafne cara? Era il ’17, mi suggerisce tua madre… ti eri rifiutata di sfilare insieme agli altri; come Irma, hai sempre voluto fare di testa tua, in fondo avevate ragione. Ma forse corro troppo con la fantasia, non mi rassegno ancora al fatto di aver compiuto cent’anni l’estate scorsa. Oltretutto, dovrei chiedere un lasciapassare al Commissario di zona per spostarmi da qui, e non è detto che lo otterrei senza avere qualcosa da offrire in cambio: rape e topinambur bastano appena per noi, non si vede un biacco da almeno un anno. E c’è dell’altro: zoppico maledettamente da un paio di mesi, cioè da quando un contagiato, venuto da fuori, mi ha aggredito per entrare in casa. Doveva essere un maschio sui quaranta, praticamente cieco e deforme come gli altri; è stata la mamma, stavolta, a neutralizzarlo con la roncola, ma ormai quello mi aveva azzannato al ginocchio sinistro. Vostra madre ha poi avuto il suo bel daffare, per evitare che la ferita facesse infezione; certe radici non si trovano più facilmente, come un tempo. Non abbiamo informato le guardie, ché stavolta mi avrebbero portato giù con gli altri per evitare un nuovo focolaio. Per ora sto bene, dolore a parte. Mi dà un certo conforto la preghiera.

Affresco cinquecentesco in frazione Lomese (Montecrestese, Val d'Ossola)

Abbiamo visite in questi giorni. Una ragazza che viene da lontano, di carnagione scura, ha trovato un riparo provvisorio sotto una balma, non lontano da noi. Si chiama Srey e ha un bambino con sé; ignoriamo se sia il figlio o un fratellino, siamo incapaci di darle un’età! Abbiamo scambiato qualche parola, ma è arduo capirsi perché lei si esprime mescolando lingue diverse, alcune delle quali suonano totalmente indecifrabili al nostro orecchio; comunque pare intenzionata a salire dalle vostre parti, e immagino che le guardie non respingeranno una giovane donna a sassate, come fecero con me e la mamma. La ragazza ci ha fatto capire che la situazione in pianura è peggiore di quanto credessimo: racconta che grandi costruzioni – ipermercati e stadi dismessi, supponiamo – vengono adibite a lazzaretti e campi di detenzione, mentre le strade sono sconvolte giorno e notte da scontri fra milizie paramilitari e folle di insorti. Spero di avere capito male, ma Srey sostiene di aver visto enormi fosse comuni date alle fiamme, specie lungo il circuito di Marzaglia, nel Modenese, e nei campi inariditi che costeggiano la Via Emilia, fino a Milano. La gente fugge chissà dove per sottrarsi alle epidemie e all’arsura, mentre una folta vegetazione tropicale ha già invaso le periferie e i piccoli centri, sventrando palazzi e sbriciolando ponti di cemento armato con una furia che qui possiamo solo intravedere. Comunque Srey ci piace, è a lei che affideremo questa lettera.

Ci mancate da morire, inutile farne mistero! Comprendiamo la situazione, in fondo l’avevamo immaginata tante di quelle volte… e ci fa piacere che voi siate al sicuro, sinceramente, ma sentiamo che la storia ci ha maltrattati, che è stata ingiusta con noi, perché chi ha lavorato e si è impegnato a fondo per salvare queste montagne e i corsi d’acqua che le bagnavano, per lasciare un mondo ancora vivo alle nuove generazioni, non avrebbe meritato una porta in faccia come chi, dall’altra parte, consumava e dissanguava l’ambiente di tutti per arricchirsi. Invece eccoci qua: due vecchi profughi rintanati come arvicole spaurite in una baita cadente, senza legna da ardere per cuocere i cibi, senza un letto degno di questo nome. Non abbiamo nemmeno più il desiderio di raggiungervi in città – o come diavolo preferite chiamare quella bolgia di baracche e vicoli anneriti dai roghi, che rende irriconoscibile e spaventoso l’Alpe Devero di quando eravamo giovani – perché la violenza con cui ne siamo stati respinti una volta, francamente ci è bastata.

Ma non vogliamo finire questa lettera con parole di rabbia e di sconforto. È la nostra lettera di auguri per un Natale sereno e un 2069 ricco di cambiamenti positivi, di vita, di speranza! A dispetto di questa separazione coatta, vi siamo vicini e vi amiamo ancora con tutte le nostre forze. Vi scongiuriamo soltanto di farci avere qualche notizia e di raccontarci, se vi è permesso, delle vostre giornate a Devero, della scuola dei piccoli, di com’è andato il raccolto dei cavoli. Se lavorate sempre al tunnel per l’Alpe Veglia, dove almeno c’è un ospedale.

Tanti auguri e un abbraccio affettuoso da mamma e papà.

Carcassa di imponente edificio a uso agricolo in frazione Veglio (Montecrestese, Val d'Ossola)

♥ Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Maurizio Ferrin

Nato in Ossola nel 1968, ci vivo dal 2008, dopo quarant'anni di pianura emiliana. Con Alessandra e le nostre figlie, ci siamo stabiliti all'imbocco della Valle Antigorio, dove la Toce scava una forra vertiginosa. Farei principalmente traduzioni, ma sono eclettico, creativo, polemico e, di conseguenza, disoccupato.


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