Saggio

Miserere mei

la Grande Madre, presa da misericordia di genitrice verso la specie più evoluta, ha voluto dare una lezione di vita a monito di quanto di errato si sta facendo nei suoi confronti.

testo e foto di Francesco De Bastiani

18/05/2019
4 min

In quanto madre, o semplicemente perché così dev’essere, mai come in questa primavera la natura e la montagna hanno dato da intendere quanta misericordia provino per il genere umano.

Un inverno magro di neve e povero d’acqua e subito le mille voci del popolo dei disfattisti: “Le stagioni non sono più le stesse di una volta…”, forse a ragione, “Quest’estate non ci sarà acqua a sufficienza né per noi né per le colture …”.
Ma i tempi del ciclo naturale delle stagioni non sono i tempi sperati dall’uomo, o meglio non coincidono più con quello che il genere umano pretende da essi.
Per fortuna la Grande Madre, ancora una volta presa da misericordia di genitrice verso la specie più evoluta, ha voluto dare una lezione di vita a monito di quanto di errato si sta facendo nei suoi confronti.
Sebbene tardive, anche quest’anno l’acqua e la neve hanno intriso i pascoli e i boschi, mentre la neve di maggio ha coperto le cime e le quote di mezzo, assicurando acqua e prosperità per il periodo della semina.

Tempi diversi, il genere umano sempre più incline a ritmi incalzanti dove le pause vengono additate quali perdite di tempo e dall’altra, la Grande Maestra che, saggiamente all’interno di una economia più ampia riporta tutto all’ordine, ma con tempi a lei più consoni e agli uomini sempre meno graditi.
L’accelerazione esponenziale dei tempi di compimento dalle azioni quotidiane, anche le più semplici, quali per esempio il processo comunicativo verbale o quello di comunicazione digitale, per non parlare dei ritmi imposti dalla filiera produttiva, come le catene di montaggio soprattutto industriali, hanno imposto nel comune pensare che tutto, compreso l’avvicendarsi dei fenomeni naturali, debba correre ed espletarsi a ritmi solo fino a pochi decenni fa impensabili e comprimibili nel più breve conteggio di tempo.
Paradossale pensare che il bene più prezioso non materiale destinato all’umanità sia proprio il tempo, ma se ne faccia un uso così poco oculato sconoscendone l’assoluto ed irripetibile valore, tanto da dedicarne troppo per le faccende effimere, capitalizzandone sempre meno per quelle che invece avrebbero merito di averne una fetta maggiore.

Ancora una volta la natura e la montagna, quest’ultima a mio avviso figlia prediletta della prima, ostinatamente si rivolgono al popolo dalla dura cervice, offrendo la possibilità di ripianare, di rimettere in sesto un’economia di valori imposti da una metrica non più incline alla crescita e sostentamento della specie umana, ma piuttosto legata alla logica del guadagno e del potere, espressa non di rado da una economia molte volte inquinata al servo della finanza.
L’osservare l’avvicendarsi delle stagioni con i ritmi di attività e riposo, basterebbe a fare intendere che anche le cosiddette stagioni morte e dell’attesa, non siano da intendersi quali periodi di ozio, bensì forieri di tempi destinati alla crescita e poi al raccolto.
La terra che per mesi riposa e sembra dormire, ai raggi del primo sole di primavera si risveglia e genera ancora vita, non per questo sciupa il proprio tempo, semplicemente capitalizza per un futuro generoso.
L’uomo che sebbene di diversa essenza materiale è costituito, ma che dalla terra fino a prova contraria trae sostentamento e vita e non di certo dalle logiche finanziarie, necessita di rientrare in possesso quanto prima della disponibilità di questo bene assoluto e personale, capendone il valore e responsabilizzando ogni scelta di gestione dello stesso, destinandolo non all’ozio, opposto di negozio, bensì investendolo in ogni forma di valorizzazione del rapporto umano e nella riscoperta del sodalizio atavico con la natura.

La natura, nostra maestra e madre che nei giorni di inizio maggio, ha scelto la montagna quale testimone della sua grandezza rivestendola del fenomeno naturale più visibile e palpabile qual’è la neve, ma nello stesso tempo limitato nel tempo per conservarne la magia che non conosce età e quindi tempo, ha dato l’ennesimo insegnamento, con tempi a volte diversi da quelli imposti dal pensiero del genere umano, ha elargito in misura più generosa di quanto lei abbia ricevuto in protezione e salvaguardia.

La neve di maggio ha ristorato la richiesta e sopito la preoccupazione di mancanza di acqua, la natura ha gestito il tempo in maniera tale da far quadrare i conti di un’economia non compressa in un breve lasso di tempo, ma gestita in una visione più ampia, distesa nella rotazione delle quattro stagioni. Di certo una percezione del tempo diversa da quella dei disfattisti che a febbraio urlavano alla siccità. Una sensibilità, la loro, di più grezza specie al confronto di quella del conterraneo che alle quattro stagioni ha dedicato e scritto note di musica e poesia con una metrica sublime colorata di pause, silenzi e travolgenti canti forieri della nuova stagione, freschi come lo schiudersi ed il compire di una gemma nella giostra delle stagioni, ma ignare della misura del proprio tempo, sebbene elargito tra le quattro sorelle in parti uguali.
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Miserere meiDeussecundum magnam misericordiam tuam «Pietà di me, o Dio, per la tua grande misericordia»

Francesco De Bastiani

Francesco De Bastiani

Alla continua ricerca del perché e del come… vivo al cospetto delle autentiche Dolomiti trovando l’essenza che mi aiuta a colmare il bisogno innato di certezze. Osservo con rinnovato sbalordimento l’immutato aspetto delle cime e ogni qualvolta si tingono di rosa, allora mi sento figlio prediletto di tanta magnificenza.


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