Racconto

Il mio ultimo giorno da piccolo

E’ la storia di un bambino che perde la strada e non trova i suoi genitori, ma è anche il racconto di come il passaggio all'età adulta possa avvenire in modo repentino e in circostanze impreviste

testo e foto di Daniele Patrioli

02/11/2018
4 min

Ci sono giorni, o attimi, che definiscono il punto di svolta nella vita di una persona. L’istante in cui tutto cambia. Da quei momenti può nascere una storia di ribellione o di riscatto, in altri casi sono piccole vicende private che nella loro familiarità ci portano a riflettere su temi che coinvolgono tutti. Questa è la storia di un bambino e di uno di quei giorni.

Quando ero ragazzino, la mia famiglia trascorreva le vacanze in una località sulle Dolomiti. Per circa tre settimane i miei genitori e noi quattro figli trascorrevamo le giornate tra escursioni in montagna e passeggiate ai rifugi.
Questa consuetudine si è ripetuta per circa venti anni, fin quando noi ragazzi, per un motivo o per l’altro, e in tempi diversi, abbiamo smesso di passare le vacanze con i nostri genitori, distratti dagli altri interessi dell’adolescenza.
Mio padre ha sempre amato la montagna, anzi credo sia stata (e ancora sia) la vera grande passione della sua vita, che ha potuto coltivare però solo marginalmente, in quanto impiegato di banca a Roma, ben lontana dalle amate vette alpine che quindi raggiungevamo, con rigorosa consuetudine, ogni estate.
Con i miei genitori avrò quindi percorso centinaia di escursioni, ma questa è quella che oggi, a 36 anni, ricordo con maggiore intensità, e che in qualche modo sento abbia segnato il mio passaggio tra il mondo dei piccoli e quello dei grandi.

Un giorno di quella estate del 1989
Avevo 9 anni ed eravamo a San Martino di Castrozza, in provincia di Trento. In un imprecisato giorno dell’estate del 1989. Come ogni giorno, la mattina si partiva per una gita: camminata, pranzo al rifugio, discesa e poi tutti in hotel. Un rituale più o meno simile tutti i giorni, seppur con destinazioni diverse. Quell’estate c’era con noi Michele. Lui e mio padre si erano conosciuti in montagna vicino Roma, qualche anno prima. Un incontro suggestivo, dai loro racconti: Michele praticava lo yoga e pensò bene di eseguire una perfetta verticale in appoggio sulle mani sulla cima del monte Gennaro, monti Lucretili. In quel momento arrivava mio padre, solitario anche lui, e se lo trovava lì, a testa in giù, su quella vetta. E fu così che avevano iniziato ad organizzare assieme le loro escursioni. Quell’anno Michele era venuto con noi anche in vacanza d’estate.
Ricordo pochissimo della prima parte di quella giornata. Funivia, camminata, forse un rifugio. Tutto successe sulla via del ritorno. Io ero molto sveglio per la mia età, o almeno così dicevano tutti. Ero abituato a sgambettare in montagna fin da piccolissimo e mi ritenevo completamente indipendente. Camminavo più velocemente di mia madre e di mia sorella e sul sentiero per tornare in paese, nei boschi, accelerai. Con la convinzione che da lì a poco avrei ripreso Michele che si trovava più avanti con mio fratello Marco, più grande di me di sei anni. Loro due, di buon passo, avevano preso un leggero vantaggio e procedevano davanti a me forse solo di qualche centinaio di metri.
Il sentiero procedeva in discesa. Era una traccia chiara, netta, ben visibile. Scendeva a tornanti nel bosco, ma non era pericolosa, ed io per andare ancora più spedito iniziai a tagliare le curve scendendo ripidamente nel bosco per ritrovarmi dopo pochi metri sullo stesso sentiero, più in basso. Non lo sapevo, ma così facendo (in base alla ricostruzione dei fatti) tagliando una curva dovevo aver mancato un bivio cruciale.

Mio padre ha sempre amato la montagna, anzi credo sia stata la vera grande passione della sua vita

Mi ero perso, non sapevo dov’ero
E fu così che andando avanti, sempre più avanti, ancora non trovavo i due che mi precedevano. Ma quanto distacco mi avevano dato? – Mi chiedevo. Proseguii spedito, ed arrivai fino alla fine del sentiero, dopo qualche ora. Non lo ammettevo a me stesso ma la cosa era davvero strana. Davanti a me non avevo trovato mio fratello Marco e Michele. Da dietro ancora non arrivava nessuno. E ciò che è peggio, il punto in cui ero arrivato non era minimamente quello da cui eravamo partiti la mattina.
Ciononostante, effettivamente vedevo un paese in lontananza. Chiesi a degli escursionisti di passaggio se fosse quello il paese di San Martino. Mi risposero di sì, ma si capiva che la domanda gli pareva strana.
Passarono delle ore, non so quante, ma progressivamente la paura mi assaliva. Mi ero perso, non sapevo dov’ero e come raggiungere i miei. Tornai indietro, poi di nuovo avanti, per infinite volte. Ma niente, nessuno arrivava.
In quello stesso lasso di tempo, seppi solo dopo, la mia famiglia mi stava cercando. Mio padre e Michele, arrivati a valle dal sentiero, e senza trovarmi, risalirono fino al rifugio percorrendo lo stesso percorso dell’andata richiamandomi a gran voce, imprecisate volte, ma senza successo.

Piangemmo tutti e due per un lungo momento
Mia madre attendeva a valle. Quando li vide tornare senza di me, era ormai rassegnata a far partire le ricerche in notturna.
Io ero ancora lì, ad attendere chissà cosa, troppo solo per la mia età. Fu allora che vidi avvicinarsi due persone. Mi videro e mi chiesero: «Sei Daniele? Vieni con noi, tua madre ti sta aspettando». E mi caricarono in macchina.
Erano due uomini, originari del posto: passando da quelle parti avevano notato alcune persone intente nella ricerca di un bambino e colti da un lampo avvisarono i miei genitori dove, forse, era possibile che fossi andato a finire. Avevano ragione.
Quando scesi dall’auto fui gettato tra le braccia di mia madre: piangemmo tutti e due per un lungo momento, colmi dell’angoscia che avevamo trattenuto fino a quel punto. Era la prima ed ultima volta che succedeva e ricordo ancora quel momento come se fosse oggi.
______
Una parte di questo racconto è stata letta nel programma radiofonico Pascal, condotto da Matteo Caccia, su Rai Radio2, nel novembre 2016.

Io ero ancora lì, ad attendere chissà cosa, troppo solo per la mia età

Daniele Patrioli

Classe 80, romano, frequenta la natura e la montagna fin da piccolissimo, trascinato dalla famiglia su improbabili scorribande tra l'Appennino centrale e le Dolomiti. Si appassiona da adolescente all'informatica e alla comunicazione, e dopo la laurea si ritrova ad occuparsi di marketing digitale e strategie pubblicitarie online. Dopo i 30 anni ritrova l'amore per le terre selvagge, compra casa in Abruzzo e ne fa il suo rifugio d'emergenza dalle follie della società e dai ritmi cittadini.


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