Racconto

INVERNI NEVOSI A CASA TONI PISTAGNA

Quando la neve cancellava le strade e il silenzio avvolgeva tutto. Sul Col Melon, l’inverno era gioco, attesa e meraviglia. Un’infanzia di slitte, luci tremolanti e discese nella notte.

testo e foto di Anna Piccolotto

Anna e Toni Piccolotto nel 1977 a Casere Boschi.
27/12/2025
3 min
Ricordi vividi mi tornano in mente quando penso alle giornate trascorse sul Col Melon durante le festività natalizie, da bambina.

Alcune mattine, aprendo le finestre dopo il sonno notturno, si presentava ai nostri occhi curiosi un paesaggio incantato, dove la neve, caduta abbondantemente durante la notte, aveva coperto ogni cosa. I rami degli abeti parevano cedere al peso della bianca signora che nelle ultime ore si era depositata su di essi. Tutto era ricoperto di una candida coltre, ed ogni suono si perdeva in un silenzio quasi surreale.

Anche la strada era scomparsa nottetempo e, con il mio fratellino, speravamo in cuor nostro che non passasse il fendineve, che avrebbe permesso il transito delle auto dunque, nostro malgrado, il ritorno a scuola passata l’Epifania.
Dopo colazione, prendevamo le nostre slitte e ci incamminavamo verso la malga sopra casa, al tempo gestita dalla famiglia Beppiani.
Grazie alla monticazione estiva, gran parte delle pendici del Monte Avena erano libere da alberi e ciò rendeva possibile l’allegra discesa in slitta dalla malga appunto fin giù, alle Pose dei Lac, sotto casa. Purtroppo non si è mai avverato il sogno che la strada bene o meno bene non fosse ripulita dalla neve, quindi, al più tardi il giorno dopo la nevicata, di buon mattino, papà ci portava alle piste de Le Buse, affinché potessimo usufruire appieno dell’abbonamento sciistico, in quanto: «Boce, presto, che el sol brusa le ore».

Dopo la chiusura degli impianti tornavamo sugli sci fino a casa in neve fresca; quante morbide cadute, quanti scherzi, che atmosfera giocosa. A casa, dopo la merenda, andavamo a pattinare alle due pose più grandi, ghiacciate, dove durante l’estate erano solite abbeverarsi le vacche. Tornavamo con l’imbrunire e, appena dopo cena, nei giorni in cui il fondo stradale era ghiacciato, papà diceva: «Dai che ‘ndon con el lizet e con la stanga».
Tutti e quattro (nostro padre, mamma, mio fratello Toni e la sottoscritta), ci incamminavamo su per la strada che porta a Le Buse muniti di canfino (lampada a petrolio), slitta e lizet (una particolare slitta con la seduta in stoffa e dei ferri tipo quelli dei pattini che permettevano una più veloce discesa sul fondo ghiacciato) e la stanga.
La stanga era un palo di abete giovane lungo circa due metri e mezzo, appositamente predisposta durante l’estate (non me ne voglia la Forestale), privata della corteccia e fatta essiccare in modo che risultasse leggera e diritta, fungeva da timone.

Fuori casa, 1953. Accovacciati: Piergiorgio e Gigi Soligo con, in piedi, altri amici.

Vista dalla finestra al risveglio sul Col Melon

Papà Piero e mamma Amalia sul Col Melon nel 1974.

Lungo la salita per la strada superavamo l’ingresso a Can Sec (del Monte Avena), le casere dei Pozzobon, la villa Luciani e finalmente approdavamo al punto in cui iniziava la nostra discesa. L’equipaggio di ogni slitta era composto da due persone; la persona che stava davanti reggeva il lume, che chiamavamo anche feral, mentre il secondo passeggero era in realtà il pilota, in quanto, reggendo il palo di abete dalla parte più grossa e facendo toccare la strada alla punta della stanga che muoveva a destra o sinistra, provvedeva a dare la direzione corretta alla discesa, quella del tracciato stradale appunto.

Si riusciva a raggiungere una certa inebriante velocità, e conseguita sicurezza in tutte le manovre, approdavamo, senza soste, incidenti e/o soluzione di continuità, al tratto stradale sottostante la seggiovia, costruita dagli stessi muratori che aiutarono il nonno e papà per il loro rifugio alle pendici del Monte Avena, attingendo le pietre per l’edificazione in una cava di sassi appunto sul Col Melon, non distante dalla seggiovia.

Negli anni ho avuto altre occasioni di far provare il brivido di tale veloce discesa anche a mio marito, nostro figlio e ad amici.
Ora mi capita di sentir dire da alcuni abitanti del feltrino: ‘na olta quand che neveghea…; spesso lo dicono osservando i dipinti nevosi di Toni Piccolotto(1). A me, ritornano alla mente le discese notturne in slitta con la stanga ed il lizet giù per la strada situata in comune di Pedavena.
_____
1) Toni Piccolotto (Lentiai, 1903 – Nevegal, 1970), detto Pistagna, è stato un pittore che, per tutta la sua vita, ha dipinto la natura in tutte le stagioni ed in tutte le ore del giorno, traducendo nelle sue opere le emozioni che la pittura “en plein air” faceva sorgere in lui.

Anna Piccolotto

È docente di musica, ama le piante e gli animali. È profondamente legata alla montagna ed ai luoghi dell’infanzia, in particolare al Feltrino e al Monte Avena che hanno segnato la sua esperienza personale e familiare. Nipote del pittore Toni Piccolotto, con il quale condivide la sensibilità per la natura, l’arte, la memoria e le tradizioni, che continua a custodire e rielaborare come parte della propria storia.


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4 commenti:

  1. Sergio ha detto:

    Grazie Anna, un gran bel regalo di fine anno che ho letto con una certa commozione ripensando ai momenti vissuti in quei luoghi e alle “cantate” con tuo caro papà.

  2. Antonietta Casot ha detto:

    Grazie cara Anna, per avermi reso partecipe di questo bel spaccato di vita che mi accomuna, avendo io vissuto esperienze simili in quei luoghi che amo…e dove ancora mi reco spesso per ricrearmi…
    Un bel regalo per questo fine anno 2025.

    Antonietta, 31 dicembre 2025, ore 07.

  3. Valeria ha detto:

    Grazie Anna per i bellissimi ricordi che hai fatto riaffiorare nella mia mente. Momenti vissuti insieme nella nostra infanzia e anche con le famiglie che abbiamo costruito. Sentimenti di gioia e serenità mi hanno avvolto mentre leggevo il tuo racconto. Grazie di cuore.

  4. Pirata ha detto:

    .. ho visto, provato e condiviso grandi emozioni con persone con cui ho vissuto momenti “di corda”, ma pochi restano impressi, per l’intensità della passione o l’ilarità del momento vissuto in attimi che potevano essere drammatici, poche volte hanno lasciato tracce così vere che hanno potuto essere raccolte.. benché feci di tutto inseguendo un’etica “clean”.
    Eri una meraviglia fra le rocce, sei una sorpresa continua..
    Un pasito bajlante Maria..!

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