Saggio

Come raccontare l’Antropocene?

Raccontare con energia ciò che si è perso o che si sta perdendo, per mostrarne l’irripetibilità, la bellezza.

testo di Matteo Meschiari

23/10/2019
2 min
informazioni

Dal 24 ottobre è nelle librerie il nuovo libro di Matteo Meschiari “La Grande Estinzione. Immaginare ai tempi del collasso (Armillaria 2019)”. Meschiari è scrittore e saggista, nei suoi studi si occupa di geografia umana, antropologia dei mondi contemporanei ed ecologia culturale e da questo suo ultimo libro siamo partiti per costruire l’edizione 2019 del Blogger Contest. A Meschiari che presiederà anche la giuria, abbiamo chiesto di suggerire agli autori del Blogger Contest una delle piste che potranno seguire per raccontare l’Antropocene e la Grande Estinzione.
_ lo staff del blogger contest

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Come raccontare l'Antropocene?
In linea di massima, vedo due modi per farlo, mettendo al centro di tutto il collasso, la perdita, la fine, oppure raccontando con energia ciò che si è perso o che si sta perdendo, per mostrarne l’irripetibilità, la bellezza.

Ad esempio un ghiacciaio. Possiamo accompagnarlo nella sua fine, parlare di masse mancanti, di sabbie e acque di scioglimento metalliche, le alte temperature e i crolli, oppure possiamo raccontare tutto il ghiacciaio, dal suo inizio alla sua fine, le nevi che si accumulano, il suo ventre che erode il fondo roccioso delle valli, i crepacci e le morene, i suoni notturni, come una grande epica geologica che difficilmente abita il nostro immaginario.

Nel primo caso l’apocalisse e il cordoglio, nel secondo un canto inumano terrestre. Pensiamo ai capodogli. Spiaggiati, il ventre gonfio di plastica, le carni tumefatte, la decomposizione, oppure Moby Dick e le nursery delle balene madri nel cristallo blu delle acque. Quello che voglio dire è che bisogna capire quale immaginario stia distillando l’Antropocene, e quale immaginario può servirci per sopravvivere. Perché il problema è questo: abbiamo smesso di vedere dentro ciò che stiamo perdendo.

Registrare la perdita è importante, ma il ruolo dello scrittore, dell’artista, è quello di lanciare immagini oltre il muretto dell’adesso-qui.

Le cose se ne stanno andando due volte, là fuori e nella nostra testa. Possiamo ad esempio registrare l’estinzione della tigre della Tasmania nel 1936, ma se guardiamo gli ultimi frammenti filmati di quell’animale, che si muove quasi come lo xenomorfo di Alien, ci prende un nodo alla gola e ci diciamo cazzo ma allora esisteva veramente. Ecco, per me dobbiamo provare a recuperare quel tuffo, quel mancamento sotto i piedi, una specie di realizzazione che il “veramente” è tutto.

Veramente stiamo perdendo la terra. Veramente abbiamo perso luoghi e animali e cose. E, certo, anche le persone. Perché registrare la perdita è importante, ma il ruolo dello scrittore, dell’artista, è quello di lanciare immagini oltre il muretto dell’adesso-qui. Qualcuno le raccoglierà e allora, tra tutta quella morte, sarà meno solo.

Matteo Meschiari

E’ saggista, poeta e scrittore. Insegna antropologia e geografia all’Università di Palermo, studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto in culture europee ed extraeuropee. Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica. È autore di Sistemi selvaggi (Sellerio 2008), Dino Campana (Liguori 2008), Terra sapiens (Sellerio 2010), Nati dalle colline (Liguori 2010), Spazi Uniti d’America (Quodlibet 2012), Uccidere spazi (Quodlibet 2013), Corps nu (Lacour-Ollé 2013, con Christian Petr), Geofanie (Aracne 2015), Antispazi (Pleistocity Press 2015), Tre montagne (Fusta 2015), Artico nero (Exòrma 2016), Geoanarchia (Armillaria 2017), Neghentopia (Exòrma 2017), Appenninica (Oèdipus 2017), Disabitare (Meltemi 2018), Nelle terre esterne (Mucchi 2018), Bambini (Armillaria 2018), Paleodesign (Milieu 2019, con Maurizio Corrado), L’ora del mondo (Hacca 2019).


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