Reportage

#32 UNA PIETRA COSÌ NON LA TROVO MAI PIÙ

testo e illustrazioni di Dante D Elia  / Cori (LT)

10/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Una pietra così non la trovo mai più

di Dante D'Elia

Mentre improvviso il percorso che mi condurrà all’appuntamento con i miei compagni di viaggio, ho ancora nel naso l’odore del più difettato dei dieci oli da poco assaggiati.

Del pomodoro verde o dell’erba appena tagliata, dell’itrana franta proprio al momento giusto, nessuna traccia!
Tracce, appunto.

Chissà quante se ne potrebbero disegnare. Riunirle ad esempio per comunione d’intenti, per carattere, per segno zodiacale. Tracciare con un pastello, sulla faccia della terra, i percorsi di tutti quelli che oggi stanno andando alla stazione. Oppure di coloro che hanno la luna storta, che sperano, che gioiscono, che soffrono, che iniziano oppure che finiscono.
Risulterebbero vere e proprie trame di stati d’animo, di predisposizioni, di emozioni, di intenti. Tanti disegni, ognuno di un colore e forma diversi.

«Pronto… ciao amico mio. Credo di essermi perso».
«Ma nno, dove ti hanno mandato?! Seguita su quella strada, tra dièci minuti dovresti essere qui».

E quello mio e di chi come me si incamminava verso un altro disegno intricato della natura che aspetto avrebbe avuto?
Di sicuro avrebbe avuto più tratti di quello di coloro che in quello stesso momento stavano avendo i miei stessi pensieri!

Mentre mi perdevo anche nell’inseguire queste idee, la strada continuava a scorrere, non troppo veloce, sotto le ruote della mia punto color grigio tiepolo.
«Arrivo tardi ad un appuntamento, sto cambiando. No, pur volendo, non sarei potuto partire prima». Oltretutto non avevo nemmeno studiato il percorso «Forse sto cambiando davvero».
Problema inutile, tanto il cambiamento non esiste, solo un veggente potrebbe sostenere il contrario!

«’N paio de chilometri, ‘na rotonda, ‘n discesone e cce stai».

Anche se avrei voluto rispondere «Anvedi aho!», un «Grazie» mi è parso più appropriato e meno rischioso per salutare l’uomo che mi indicava il percorso.

«Ecco, quello è il casello e questo dovrebbe essere il parcheggio. Ci sono».

Parcheggio tra una panda rossa fiammante e tre tipi che stanno tracciando una trama dello stesso colore della mia. Da adesso e per qualche giorno, le nostre mani potrebbero diventare un’unica mano. Disegno comune.

Bagagliaio, casco, zainone, tappetini sì, chiave out, viveri, tappetini no, chiave in.

«Chi saranno questi tipi?», deve aver pensato un signore incuriosito lì intorno tanto da chiedere «Dove andate?»
«Chi, noi? Siamo artisti incompresi.»

Con qualche ora di ritardo rispetto all’altra parte del gruppo, sul far della sera, anche noi partiamo con destinazione Alpi Apuane, Corchia, e lentamente i km che ci separano dalla nostra meta finalmente cominciano a scemare.

Senza dilungarmi troppo su pensieri personali o aneddoti forse anche poco interessanti, il viaggio è durato circa cinque ore, è stato accompagnato da una poesia ostinata e contraria e, divenendo forse prolisso, aggiungerei che ha contribuito ai disegni di tutti coloro che in quegli stessi momenti stavano cercando il metano per l’auto, chiacchierando, mangiando, sonnecchiando, ridendo, stavano interrogandosi, sbagliando strada, inebriandosi con il puzzo della discarica alle porte di Firenze, pagando i pedaggi, leggendo e inviando sms, chiedendosi come stessero gli amici, dove stessero gli amici, se quella percorsa fosse la strada giusta, desiderando il sonno per risvegliarsi l’indomani, percorrendo una strada scarificata…

…fino al momento in cui la nostra auto, ormai stanca di ancheggiare, entra all’interno della essenziale Galleria del Cipollaio, lunga poco più di un chilometro e dritta. Alla fine dell’Ottocento vi passava una ferrovia marmifera. Ora invece vi sfreccia dentro la nostra macchina rossa, come la lingua rossa nella bocca aperta di quell’interminabile serpente d’asfalto che, strisciando, nel risalire, si arresta ora dinanzi al piffero di un incantatore: è passata da poco la mezzanotte, e siamo fermi davanti ad un semaforo inutilmente stakanovista vista l’ora e il presumibile traffico.

Dopo qualche surreale e dubbioso minuto il pifferaio muta suono tappando il rosso e liberando il verde. Riprendiamo quindi la salita e poco più avanti passiamo di fronte ad alcuni striscioni che si fanno notare e che sicuramente sono stanchi di essere dispiegati… forse per le parole costretti a portare. Ancora oltre, poco dopo aver parcheggiato vicino alle macchine dei nostri compagni, siamo davanti all’uscio del Rifugio Speleologico “Stefano Zucchini” dove una targa non si stancherà mai, invece, di portare altre parole, diametralmente opposte: «Questa è la casa degli speleologi bolognesi, e “gli speleo” di tutto il mondo sono i benvenuti».

Il rifugio compone, con un altro gruppetto di case, Arni, una delle frazioni di Stazzema. Sembrerebbe essere il luogo più piovoso delle Alpi Apuane e dopo una lunga storia di pastorizia, alla fine del 1800 la realizzazione della strada che mette in comunicazione Versilia e Garfagnana e quindi la realizzazione della Galleria del Cipollaio, ne ha stravolto le sorti. L’estrazione del marmo iniziava a segnare, esponendone i nervi vivi, il destino di questa zona.

Tutto aperto, e chiavi nella serratura all’esterno, come anni fa si usava nei paesi, quando ancora c’era più fiducia nel prossimo e la mente non era assoggettata alla diffidenza.
Apriamo la porta che si richiude da sola alle nostre spalle grazie ad un contrappeso fatto con un ciocco di legna legato ad un filo che a sua volta, dopo aver percorso un sistema di carrucole, è fissato alla porta stessa. All’interno scopriremo poi ancora una botola con contrappeso che chiude il varco d’accesso al secondo piano, un gancio per sorreggere la tavoletta del water, uno sfogo per l’aria calda che dal caminetto raggiunge il piano superiore. Tutti accorgimenti questi, che insieme ad altri ingegni che ci saranno sicuramente sfuggiti, concorrono a denotare una cura del dettaglio e del comfort che vanno a riequilibrare l’estrema essenzialità cui i padroni di casa sono usi quando decidono di abbandonare la luce del sole.

Una casa accogliente e vissuta ci adagia nei nostri sacchi a pelo e ci sospinge nei sogni degli altri nostri compagni di viaggio già persi tra Kurt Cobain e cangianti e misteriosi Grandi Sabba.
Qualche ora di sonno e ci siamo. Chi prima chi dopo facciamo tutti i conti con i riti mattutini. Igiene, colazione, sigaretta, caffè, preparazioni varie. Tutto si svolge con una certa armonia e seguendo coincidenze pseudocasuali che consentono a tutti di ritrovarsi pronti senza pressoché sovrapporsi e interferire.

Verrebbe da pensare che se le ferrovie fossero gestite dagli speleologi i treni avrebbero comunque le porte che si chiudono da sé, le tavolette del water nei bagni riuscirebbero a rimanere alzate e la parola coincidenza avrebbe un significato. Mi chiedo però che uso farebbero questi delle talpe utilizzate per scavare le gallerie!

All’appuntamento, alle nove al bivio SP10-via Fonda, eravamo tutti, chi più chi meno, increduli della nostra puntualità. Per il momento eravamo otto laziali e una speleologa di Bologna. Lei, in avanscoperta, aveva il compito di memorizzare per bene il percorso della traversata nella imponente grotta, poiché avrebbe dovuto in futuro fare da guida ai suoi compagni.

Il nostro cicerone invece, è arrivato poco dopo, accompagnato da altri due ragazzi freschi di corso ma molto determinati. Gli altri li avremmo trovati già su, lungo la strada che sale verso il Corchia, dove avremmo anche dovuto lasciare le macchine prima di incamminarci a piedi lungo il tratto finale verso l’ingresso. Infatti così è stato e in breve si sono uniti al gruppo altri tre ragazzi e tre ragazze. Ho una memoria che stinge, e con dispiacere non ne ricordo la provenienza esatta.

In tutto eravamo diciotto cuori che avrebbero dovuto palpitare nella traversata Fighierà-Farolfi per circa quattordici ore. Almeno stando alle previsioni del nostro Virgilio. Un tempo che noi ritenevamo un po’ troppo breve, non so se per la mancanza di un pizzico di fiducia in più o perché ritenevamo invece non sarebbe stato sufficiente a contenere tutti i battiti dei nostri cuori.

Sotto una coperta di sole adagiata su questo massiccio maestoso, cominciano i preparativi.

«La lampada fuma! È andata…»

Un cortocircuito che si è rivelato fatale ha messo fuori uso un impianto led. L’acetilene, una volta, sarebbe stato forse più capriccioso ma probabilmente non così drastico. In ogni caso, poco male. Per uno dei ragazzi nuovi di corso adattarsi infatti non sembrava essere assolutamente un problema. Anche considerando, a posteriori, quelle che sono state le sue condizioni di progressione in grotta: tuta da meccanico di cotone, un classico dei neofiti, con piumino smanicato e addirittura tre sacchi appesi nella discesa del Gran Sabba senza fare una piega.

Un’altra voce «Ho dimenticato il sottotuta!»

Davanti al bagagliaio già colmo e strabordante, ma a quanto pare non abbastanza, e davanti alla faccia interrogativa del compagno, nella testa della ragazza atterrita, scorre veloce il film di una grotta da fare senza una vera e propria comodità che assicura caldo e una certa libertà di movimento e comfort altrimenti preclusi.

Se solo si potesse strappare un lembo di quella coperta di sole per farne un vestito sarebbe perfetto. Non siamo però sarti così esperti e non ci resta che accontentarci dell’aiuto di qualche capo di fortuna che stava rintanato in letargo negli zaini.

Per coloro che amano i proverbi, il detto «Non c’è due senza tre!» avrebbe trovato soddisfazione qualche ora più tardi davanti ad una scritta memorabile: “15-11-80 Un bel giorno per morire″.
Fortunatamente il terzo inconveniente non poteva che essere di pari livello degli altri due e quindi di poco conto. Altrimenti non sarebbe stato il terzo dei tre ovvio! Una sorta di assicurazione.

Constato di essere di nuovo in ritardo e mi faccio attendere mentre mi assicuro di aver preso tutto l’occorrente. Indosso tutto tranne la parte alta della tuta che ripiego verso il basso e lego quindi in vita utilizzando le maniche.

Si parte e qualcuno mi precede senza avere ancora indossato tuta e sottotuta. Scelta corretta poiché di lì a breve la sudorazione non avrebbe tardato a farsi viva.

Nel primo tratto del percorso che ci separava dal Becco, così si chiama l’ingresso, ci riuniamo con il resto del gruppo per poi sfilacciarci lungo la sterrata.

Tra un racconto sui cavatori addetti ad insaponare le rotaie a valle del masso di marmo durante le operazioni di lissatura, veri temerari per necessità, e le considerazioni sui molti ingressi gettati dalla natura qua e là in questi luoghi, giungiamo ad una cava ormai abbandonata.
Pareti innaturalmente lisce e carcasse di macchinari ne fanno un luogo ferito, tuttavia non ancora del tutto snaturato.
Si è pervasi comunque da una sorta di superiorità, di sovrumanità della montagna, sanguinante sì, ma che con l’aiuto del tempo tenta di rimarginare una delle sue tante ferite aperte qua e là. Quando noi non ci saremo più, questo massiccio avrà finalmente il tempo di suturare il suo dolore, con i tempi a lui consoni e così distanti dalla nostra percezione.

Appena terminata la vestizione, cavalieri del buio, l’ingresso, che si apre sulle pareti della cava, ci prende per mano uno ad uno e ci fagocita spingendoci verso le oscure viscere della montagna.

Senza fretta, là, dove la luce del sole non riesce ad arrivare, dove passo dopo passo quello che si compie è soprattutto un cammino nelle parti più nascoste e sconosciute di noi stessi.

Post scriptum: il terzo inconveniente occorso è stato il montaggio a C del discensore in partenza nella calata del Grande Sabba, un pozzo imponente ed alto. Fortunatamente la ragazza e i presenti hanno notato e corretto subito questa svista. Infatti, sempre, prima di iniziare una discesa, si controlla che tutto sia a posto. Facendo passare la corda a C anziché ad S nelle due pulegge fisse del discensore, l’attrito tra questa e l’attrezzo diminuirebbe molto e la velocità di discesa aumenterebbe, a seconda del tipo e stato della corda, con tutti i rischi del caso. Il discensore infatti non è progettato per lavorare in questo modo.

Il titolo invece, si riferisce ad una pietra tondeggiante, levigata dall’acqua e bianchissima. Per me, di rara bellezza. Una ellissi di qualche centimetro, piatta, che si trova ancora nell’acqua alla base del pozzo in cui l’avevo raccolta e ammirata. Sta lì, nel buio più totale, che imprigiona gelosamente, come farebbe un buco nero, il suo bianco lucente.

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foto:
1. La pietra bianca.

2. L’ingresso.
3. Il cavaliere del buio.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Dante D'Elia

Dante D'Elia

Relativamente alla montagna mi sento soprattutto un escursionista. Zaino in spalla potrei arrivare ovunque. Corro e spesso lo faccio con le scarpe da trail running. Quando posso coltivo ancora la mia passione per la speleologia. Di lavoro sono grafico. Ogni giorno risolvo il cubo di Rubik.


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