Saggio

DI CHI E’ LA MONTAGNA? #9

Girando per le valli bellunesi ho percepito anche l’altra montagna, non solo quella da cartolina, una montagna che resiste, che lotta contro lo spopolamento, la perdita delle proprie tradizioni.

testo e foto di Giannandrea Mencini

Bivacco Slataper, Croda Marcora (1977)
28/06/2020
Devo ringraziare i miei genitori se amo così la montagna. Da bambino mia mamma e mio papà mi portavano a San Vito di Cadore.

#9 – San Vito di Cadore (Belluno)

Prendevamo una casa in affitto con altri amici veneziani nella zona Costa, un po’ fuori dal centro del Paese. La casa era divisa in tre appartamenti con terrazza e il nostro era quello più in basso: solo una piccola scala ci divideva da una grande giardino con due altalene dove passavamo ore a giocare quando non andavamo in gita.
La casa delle nostre vacanze era situata in una zona stupenda. Dalla terrazza vedevo il Pelmo mentre alle spalle avevo la selvaggia Croda Marcora e l’Antelao, oggi la cima più alta del Veneto. Intorno ampi prati, ora al loro posto sorgono diverse “seconde case”, dove incrociavo spesso il signor Pordon, ricordo ancora il cognome, che veniva a tagliare l’erba per fare il fieno da portare in una stalla dietro casa dove aveva ancora diverse mucche. Ricordo che spesso abbandonavo il gruppo di amici con i quali giocavamo a nascondino o a guardie e ladri e mi allontanavo verso il prato e, seduto sull’erba, incuriosito osservavo il signor Pordon mentre, con la falce a mano, con non poca fatica, falciava il prato. Poi ricordo che, guardandomi sorridente, se ne andava lasciando l’erba falciata ad asciugare al sole. Tuttavia sapevo che poi sarebbe ritornato, questa volta in compagnia della moglie, ed entrambi con la forca da fieno l’avrebbero rivoltata per asciugarla maggiormente e portarla, una volta secca, con il carro in fienile. Quando il carro, forse già un piccolo trattore non ricordo bene, arrivava e raccoglieva il fieno, io ero sempre lì e ne rubavo un mucchietto da portare a mia madre che sosteneva portasse fortuna e che fosse una sorta di “potente” amuleto.

San Vito di Cadore (1978)
Tre Cime di Lavaredo, ferrata Monte Paterno (1982)

Venti mesi di agosto per venti anni
Siamo stati 20 anni a San Vito di Cadore, 20 mesi di agosto dove crescevo con i miei amici, da bambino diventavo ragazzo, e parallelamente cresceva il mio amore verso la montagna.
La sera ci organizzavamo per la gita del giorno dopo. Si controllava “l’occhio” meteo che si trovava in piazza in un edificio in legno sede dell’Azienda di soggiorno locale, dove si facevano i biglietti dell’autobus; se questa spia posizionata sotto il barometro era verde, voleva dire che c’era alta pressione e quindi bel tempo, se era rossa indicava bassa pressione per cui pioggia in arrivo. In quel periodo era la nostra prima fonte meteorologica. La seconda era il cielo al primo mattino: se sgombro di nuvole, non ce n’era per nessuno e via, si correva a prendere il bus verso Cortina, Fiammes, Misurina, Passo Falzarego, Passo Giau, a sfidare i sentieri, le ferrate, a scoprire nuovi rifugi o nuovi bivacchi.
Per me ogni escursione equivaleva ad una nuova emozione. La roccia, i pianori, le forcelle, i boschi, i torrenti, le cascate, i camosci, i cerbiatti, le marmotte, le poiane, i gracchi, i corvi, così come i temporali, i fulmini, la nebbia, diventavano elementi naturali sempre più imprescindibili delle mie vacanze.
La partenza il primo agosto da Venezia per la montagna rappresentava un momento cruciale della mia vita. Era il momento in cui mi avvicinavo di più alle bellezze naturali delle Dolomiti, ai colori pallidi delle cime e delle guglie, ai misteri delle loro leggende.
Ecco, per tanti anni ho avuto questa visione della montagna bellunese, come un paradiso dove chi ci abitava era fortunato, potendo vivere in qualsiasi momento questi immensi paesaggi, questi maestosi dipinti naturali, potendosi isolare fra larici e abeti o ascoltare il fruscio incessante dell’acqua di un torrente. Una visione idilliaca e bucolica che mi permetteva di sognare e di superare spesso difficoltà e ansie che ognuno incontra giocoforza nella sua vita.

Azienda Agricola Gasper's

Una montagna che esiste e resiste
In seguito, ho avuto la fortuna con la mia famiglia di poter venire più spesso in montagna, non più a San Vito ma nel Centro Cadore a Domegge. A viverla anche nelle “basse stagioni”, a conoscere diverse persone del luogo, a discutere e chiacchierare con loro non solo della bellezza ma anche delle difficoltà del vivere in pendenza.
Nella mia vita ho potuto fare una delle cose che amo di più, ovvero scrivere per i siti web, per i giornali, anche di montagna e non solo di Venezia mia città natia.
Girando per le vallate bellunesi ho percepito anche l’altra montagna, non più solo quella da “cartolina” o “mordi e fuggi” per usare un termine veneziano legato al turismo, che avevo vissuto fin da bambino, ma una montagna che esiste, dove le sue comunità non sono “figuranti” per lo sguardo del turista, ma sono realtà vive che quotidianamente lottano contro lo spopolamento, contro la perdita delle proprie tradizioni, contro problemi di natura sociale, occupazionale, infrastrutturale.
Parallelamente, ho visto crescere la voglia di restare nei propri paesi e il senso di appartenenza ad una precisa identità che si è evoluto in nuove forme di impresa, nella filiera agrituristica, nel turismo emozionale, nell’agricoltura sostenibile di nicchia e di qualità, nell’allevamento e nella produzione enogastronomica. Si sta così delineando una nuova immagine della montagna, dove i “figuranti” tornano alla terra, alla fabbrica o all’artigianato tradizionale, per vivere la montagna e non sopravvivere in montagna, creando le basi concrete per ridurre lo spopolamento e rendere i giovani parte attiva del futuro delle terre alte.

Allora di chi è la montagna?
La montagna per me è di coloro che riescono a vederla attraverso una nuova forma. A vederla in una modalità diversa, dove chi sale in questi splendidi ambienti per vivere la sua incredibile biodiversità, ha la consapevolezza che è un ambiente vivo e vissuto, dove le persone interagiscono con il territorio, lo abitano e lo trasformano, lo tutelano e lo valorizzano. Dove chi proviene dalle città urbane di pianura, come turista o come consumatore, può essere coinvolto, in modo responsabile, come parte attiva di un processo di sviluppo delle terre alte. Un’idea di montagna che si può tradurre in un contributo fattivo alla difesa della vita e delle tradizioni delle popolazioni e della loro identità culturale. Una cognizione delle esigenze di chi vive in pendenza che si traduce nella capacità di riconoscere la specificità di questo territorio ma pure il pericolo costante causato dalla burocrazia e dalla disattenzione politica che pensa di intervenire, anche legislativamente, in “montagna” con una mentalità da “pianura”.

Giannandrea Mencini

Mi chiamo Giannandrea Mencini (1968), laureato in Storia contemporanea, saggista e giornalista pubblicista, lavoro a Venezia. Mi occupo di storia dell’ambiente e del territorio e per i miei articoli e pubblicazioni sono stato nel 2013 premiato a Sorrento con una menzione speciale nell'ambito della terza edizione del Premio Nazionale di ecologia Verde Ambiente. Collaboro con diverse testate giornalistiche.


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1 commenti:

  1. Claudia ha detto:

    Bellissimo testo Testimonianza delicata ed appassionata in cui, chiunque non sia cresciuto all’ombra del turismo “mordi e fuggi”, riesce a riconoscersi condividendo con l’autore l’amore rispettoso per la montagna. Un amore che traspare con malinconia come le foto di una montagna e di un’epoca che ormai esistono solo nei ricordi.

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