Racconto

LA LEZIONE DEL CRISTO DI ERÈRA

Il Cristo di Erèra non veglia più sui pascoli dell’altopiano, ma da un atrio cittadino continua a interrogarci. Una riflessione su ciò che le montagne hanno salvato – e su ciò che, forse, abbiamo perduto.

testo di Teddy Soppelsa

La casera di Erèra, 1708 m (foto di Ariondo Schiocchet)
15/03/2026
3 min
Ci sono incontri che sorprendono come un volto familiare in un luogo inatteso, e altri che riportano, con nostalgia, a ricordi lontani.

È quello che mi è accaduto entrando nella sede del Reparto Carabinieri Biodiversità di Belluno. Nell’atrio ho rivisto il Cristo di Erèra, il crocifisso che per anni avevo osservato sulla facciata della casera nella più bella prateria delle Alpi.

Restaurato, con il braccio mancante ricomposto, il Cristo conserva intatta la forza espressiva: il capo reclinato sulla spalla, gli occhi chiusi, il volto sofferente, la bocca aperta in un grido muto di dolore. Anche lontano dal suo luogo originario trasmette la bellezza di un’opera d’arte senza autore ma non senza anima.

Lo scultore rimane ignoto, come se il suo nome fosse un dettaglio secondario. Ciò che contava era la fede di chi volle quel Cristo lassù, a protezione del bestiame, dei malgari, a vegliare su chiunque passasse di là.

Ricordo che il dottor Lino Sief, allora responsabile per la provincia di Belluno dell’Azienda di Stato delle Foreste Demaniali – uomo cordiale, misurato nelle parole, con una profonda conoscenza dei beni che amministrava –, mi spiegò che sull’altopiano il crocifisso era in pericolo, non solo per l’usura del tempo. «Qualcuno avrebbe potuto rubarlo», mi disse. Per questo al suo posto fu collocata una copia, quella che si vede ancora oggi sulla facciata della casera.

La spiegazione mi colpì. Non avevo mai pensato a una simile eventualità, eppure non era così inverosimile: anni prima, nei pressi della malga, era stato sottratto un enorme masso con un grande fossile di ammonite. Se si poteva portare via una roccia di cento chili, quanto sarebbe stato facile asportare un crocifisso in legno?

Il Cristo di Erèra quando davanti ai suoi occhi aveva i Piani Eterni (foto di Teddy Soppelsa, 1985).

Siamo diventati capaci di preservare i luoghi, ma molto meno i legami; capaci di custodire gli oggetti, ma di smarrire le relazioni che li tenevano vivi.

Eppure quello spostamento, pur a fin di bene, mi ha sempre rattristato, come se qualcosa fosse stato tolto anche a me.

Il trasferimento dai pascoli di Erèra-Brendòl all’atrio di un edificio pubblico segnò un cambiamento profondo di senso. Lassù, esposto alle intemperie, il Cristo condivideva la stessa precarietà degli uomini e dei loro animali: era parte del paesaggio, soggetto al sole, alla pioggia, alle tempeste estive e alle bufere invernali. Qui, al riparo e restaurato, è diventato oggetto di tutela, memoria salvata, testimonianza culturale.

Ha smesso di proteggere per essere protetto.
Qualcosa, in questo passaggio, si è inevitabilmente perduto.
Non veglia più su chi sale in quota e difficilmente interroga chi attraversa distratto l’atrio, passando davanti a un simbolo ormai sottratto alla sua funzione originaria.

Le montagne, del resto, non sono più quelle del Cristo di Erèra. Sono più accessibili, più frequentate e fotografate, ma anche più fragili. Molte hanno perso silenzi, presenze umane stabili, relazioni lente; si fatica a riconoscere i segni di chi le ha trasformate in paesaggio. Anche i simboli che le abitavano hanno cambiato significato.

Oggi questa scultura non serve più a proteggere, ma a ricordare.
A ricordarci che ogni scelta di tutela implica dei compromessi. Siamo diventati capaci di preservare i luoghi, ma molto meno i legami; capaci di custodire gli oggetti, ma di smarrire le relazioni che li tenevano vivi: gli ecosistemi, le comunità, le presenze quotidiane.

E il futuro delle montagne – che è anche il nostro – dipenderà da quanto sapremo colmare questa distanza, prima che resti soltanto ciò che è stato messo al sicuro.
Al sicuro, ma senza anima.

Teddy Soppelsa

Vive a Cesio Maggiore nelle Dolomiti Bellunesi. Ha fondato la rivista altitudini.it e ideato il Blogger Contest, scrive di montagna, alpinismo e ambiente. Ha ideato diversi progetti culturali capaci di unire le emozioni della scoperta alla conoscenza dei luoghi. Ama camminare nei luoghi più selvaggi delle sue valli, fuori traccia, in ogni stagione, meglio se in compagnia.


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10 commenti:

  1. Luana ha detto:

    Condivido questo tuo pensiero Teddy.

    1. Teddy Soppelsa ha detto:

      Grazie Luana.

  2. Mauro Bosio ha detto:

    Molto bella questa riflessione.
    Grazie

  3. STEFANO MARCHIORI ha detto:

    Ciao Teddy. Sono Stefano della sezione CAI di Mirano. Ti leggo ormai da molto tempo e ti seguo per quanto mi è possibile. Mi piacerebbe organizzare un paio di serate con Te a Mirano, sia per per farti conoscere a coloro che ancora qui non ti conoscono, sia per far conoscere a tutti noi la bellezze dei luoghi di cui sei prezioso testimone ed ancora per presentare le tue opere letterarie. Qualcosa da organizzare dopo l’estate. Se disponibile, fammi sapere.
    Grazie

    1. Teddy Soppelsa ha detto:

      Grazie, volentieri, sentiamoci al telefono: 346 720.9459.

  4. anna ha detto:

    L’uomo ha paura dell’ uomo……

  5. Riccardo Pucher Prencis ha detto:

    Un’ottima idea, Stefano. Io non sono socio del CAI di Mirano ma della sezione di Fiume. Tuttavia, ho frequentato tanto, ormai diversi anni addietro, il gruppo sci-alpinistico della vostra Sezione. Sicché, mi piacerebbe davvero, se Teddy acconsentisse a partecipare ad una serata presso da voi, di cogliere l’occasione per venire a salutare qualche vecchia amicizia.
    Condivido profondamente i pensieri di Teddy. Mio papà era nato in montagna, in Carnia. Il suo paesello, in quest’ultimo mezzo secolo, ha subito una profonda trasformazione, la popolazione è cambiata non solo perché i più anziani sono andati avanti ma perché il modello economico e culturale è completamente diverso. Le automobili hanno preso il posto delle mucche nelle stalle che erano vicine alle case. E noto come sia percepibile una sensazione di stanchezza di vivere in coloro che sono rimasti in montagna. Certo ormai le persone sono anche vecchie e i giovani non rimangono in paese. Nelle numerose frazioni del Comune ci saranno forse un paio di stalle ancora in funzione, con grande sacrificio di chi le conduce. Scelte di politica economica sbagliate? Evoluzione “naturale” del vivere delle comunità montane? Non saprei dire ma mi pervade molta tristezza per questo mondo irrimediabilmente perduto.

    1. Teddy Soppelsa ha detto:

      Grazie Riccardo, vediamo allora di conoscerci presto.

  6. Loredana ha detto:

    Il tuo articolo, molto bello, mi ha fatto riflettere. Poi ho concluso che sono d’accordo con te: avrei lasciato il cristo di Erera a vigilare sui piani eterni

  7. Marco ha detto:

    Grazie Teddy la tua testimonianza fa pensare… La nostra civiltà è ormai votata alla sua stessa musealizzazione. Cosa sono gli stessi social, ad esempio, se non delle spettrali vetrine entro le quali metterci in mostra non come esseri vivi, ma vissuti? E la montagna, come tutti gli altri nostri luoghi “forti”, subisce lo stesso processo. Forse è nella marginalità e nella poca visibilità che si troverà una via d’uscita. Forse. Ciao!

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