Il frullatore nella testa

testo e foto di Andrea Favret

02/12/2017
4 min

La macchina fila via nel buio di una mattina che stenta ad arrivare. I fari illuminano le strisce tratteggiate dell’autostrada che va via via riempiendosi. Da una guida spensierata si passa con il passare dei minuti alla massima prudenza, all’avere gli occhi in ogni dove, a pensare più velocemente e allo stesso tempo quasi all’estraniarsi dalla radio che gracchia canzoni pop assieme ad uno speaker che cerca attenzione da parte del me ascoltatore, per lui distratto. Direzione Arco. Sono con Alice. Alice e nessun altro. Abbiamo fatto tre vie quest’anno assieme e in tutte e tre le salite c’erano o Michele o Marco. Questa volta siamo soli.

Caparezza mi fa distrarre, anzi, “mi fa stare bene” qualche minuto, circa tre, prima d’arrivare al parcheggio delle Placche Zebrate. Poi tutto torna torbido nella mia testa. I pensieri si accumulano. Provo a non badarci più di tanto, guardando il cielo grugnisco qualcosa al tempo che è uggioso, quando speravo in una giornata strepitosa, per poi spostare lo sguardo ed intravedere la via di salita. La descrivo alla mia piccola compagna appena dodicenne. Prendiamo il materiale e partiamo.

Nel frullatore che ho in testa passa anche l’idea che non dovrei essere qui. Sto sbagliando? Saliamo in un silenzio surreale e questo ci regala la vista di un bel capriolo. Stupendo. La piccola climber s’accende per lo stupore e da lì fino all’attacco sarà tutto un parlare e raccontare. Ritrovo il sorriso e le paure dei possibili pericoli si allontanano. Saliamo vicino alla parete e finalmente troviamo la scritta che da inizio alla verticalità.

Dopo esserci legati siamo pronti. Tornano i fantasmi, quelli dei dubbi, quelli che ti possono bloccare. Qui non c’è la sicurezza di un Gri-Gri che blocca, né eventuali voli di un metro o poco più. Ricordo la salita e ricordo anche che è ben protetta per essere una via di montagna… se si considera però che le protezioni arrivano anche a 7 metri l’una dall’altra. Appena mi stacco da terra tutto sparisce. Salgo tranquillo, sfiorando il calcare quasi a non volergli far male. Alla sosta chiamo la piccola. Parte. Non la vedo inizialmente poi eccola sbucare dalle placche, concentrata come non mai. Poche parole, mi faccio dare i rinvii recuperati e riparto senza attesa.

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Nel frullatore che ho in testa passa anche l'idea che non dovrei essere qui. Sto sbagliando?
Andrea Favret_bc17_02

La mente ormai è completamente sgombra. Mi sembra d’arrampicare con una persona che non è Alice, ma con un compagno di cordata datato. I comandi urlati sono pochi ma precisi, la corda scorre sempre e non c’è mai esitazione. Io non mi devo affannare a recuperare mentre dalla quarta  sosta in poi la piccola comincia pure a dirmi che la via le piace, la solidità delle placche la diverte e la lunghezza dei tiri non l’annoia. Ah però, già cominciano ad affiorare i gusti sulle vie.

Il piacere della salita termina in poco meno di tre ore. Siamo sulle ghiaie sopra alle Placche Zebrate, seduti a bere un succo di frutta. Un messaggio a casa per dire che va tutto bene prima che mamma vada in preoccupazione isterica.

Tornati alla base della lunga parete alcuni corsisti giunti dopo di noi sono impegnati sulle varie vie e il richiamo all’attenzione con l’urlo “sassooo” è quasi un susseguirsi continuo. Piovono proiettili che si schiantano a terra, ma siamo fuori bersaglio. Mi giro verso Alice e la trovo quasi incantata: non aveva capito che qui si sale un po’ ovunque. Le indico qualche linea che potremmo fare in futuro visto che il posto l’è piaciuto. Il sorriso che già aveva s’allarga ancor di più. Che gioia vederla così! Ma è tardi e dobbiamo rientrare. In macchina, lungo la strada di ritorno, per un istante di nuovo con Caparezza. Chi se ne frega, questa volta sto già da Dio, abbiamo fatto la “nostra” prima via! E ora il sorriso s’allarga sul mio volto.

Andrea Favret

Quarantenne che ha scoperto troppo tardi la montagna; cerco comunque di viverla a 360 gradi, con tutti i miei limiti, regalandomi momenti indimenticabili.


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