Racconto

#6 · Dentro un bar e tra le piume di una pernice

Voglio credere che finché ci saranno le pernici, fintanto che riuscirò a scorgerle o ascoltarne il gelido canto, non tutto sarà perduto.

testo e foto di Ruggero Casse

06/11/2019
5 min
informazioni
Un pomeriggio di fine ottobre, rientrando da un’escursione fotografica nel bacino del Galambra,

nel tratto di strada che dalle Grange conduce al fondo valle, proprio quando il tepore dell’auto stava per riuscire ad intaccare quella crosta di gelo che il vento delle creste mi aveva incollato addosso, decisi di indugiare in quello stato di compiaciuto benessere che sempre segue le escursioni più impegnative, fermandomi per un buon caffè caldo alla Cantina delle Alpi.
Lasciata l’auto fuori dal villaggio, avvicinandomi al locale mi sentii rassicurato nello scorgere, dall’esterno della finestra, tre uomini seduti attorno ad un mezzo di rosso e il barista occupato a lucidare un bicchiere.
Mentre alle mie spalle il giorno cedeva il passo alla sera, entrai nella luce calda del locale:

«Buona sera!»
«Buona sera!» rispose il barista.
Dopo un attimo di silenzio, necessario ai tre amici per valutare quanto ingombrante potesse essere la presenza dell’ultimo arrivato, non appena ripresero la loro discussione io, preso posto davanti al bancone, ordinai il mio caffè.
«Da dove arrivi a quest’ora?»
«Sono stato al Galambra»
«Una bella giornata: hai fatto bene ad approfittarne. Beato te, che puoi prenderti un po’ di tempo ogni tanto. Ti ho già visto altre volte salire verso le Grange, sai? Guarda me: vivo qui, tra le montagne eppure non posso godermele!»
Uno degli uomini, direi il più anziano, con sguardo sereno si rivolse a me:
«Com’è il ghiacciaio lassù? E il lago; c’è ancora il lago?»
«Si, il lago c’è ancora, ma del ghiacciaio non resta che una corona di pietre.»

Un secondo uomo, che presto si sarebbe rivelato essere fratello del primo, intervenne rivolgendogli la parola:
«Ricordi il nonno che ci raccontava di quando andavano a cavare il ghiaccio e poi con la lesa lo menava giù sino alla stazione ferroviaria?»
«Già» rispose, «serviva per i primi bar di Torino e per conservare quegli alimenti che proprio grazie al treno iniziavano a circolare anche quassù! Il nonno raccontava che allora il ghiacciaio appariva incontenibile: si espandeva tutt’attorno infilandosi nei canalini, sbordando dai colletti. Come a Passou du Glà! Chi l’avrebbe detto che in meno di cento anni sarebbe sparito tutto?»

L’uomo dallo sguardo sereno, fissando il rosso nel bicchiere parve vedervi affiorare nitido un ricordo che gli sembrò importante raccontare:
«Beh… Barba Celestin buon’anima, qualche dubbio ce l’aveva già. Diceva che il genepy cresceva sempre più in alto. Le pernici, che sino a pochi anni prima venivano cacciate alla Chabriere o alla Casses Blanche, dovevano essere cercate oltre le Monache, ai piedi del ghiacciaio.»
Il terzo uomo, quello dall’aspetto più severo aggiunse:
«Più che altro a Celestino giravano le palle perché doveva spingersi sempre più in alto per trovare un nevaio in cui nascondere e mantenere i camosci che prendeva!»
Mentre un sorriso melanconico modellava il volto di tutti, il vecchio sdrammatizzò con una battuta:
«Già; gli è andata bene che nel frattempo hanno iniziato a produrre i frizer!»

La contenuta quanto evidente ilarità dei tre uomini presi a ricordare le avventure del vecchio bracconiere portò nella vecchia osteria un atmosfera più conviviale e rilassata che mi incoraggiò ad approfondire il discorso sulle pernici:
«Ma ce n’erano tante di pernici bianche?»
«Bianche? Sembravano i voli dei piccioni di Piazza San Carlo a Torino! L’Ettore diceva: “Il giorno che non vediamo più le pernici al Galambra, non ce n’è più da nessuna parte”»
«Allora siamo messi male…» pensai ad alta voce.
Sollevando gli occhi dal bicchiere l’anziano mi chiese:
«Non se ne vedono più tante?»
«I voli sono al massimo di sei o dieci; ma uno al Galambra, uno al Pian dei Frati, uno nella Val Fredda…»
«Oh poveri noi! All’epoca erano voli di cinquanta o sessanta! Altro che la mezza dozzina!»

L’uomo dallo sguardo severo, tirata una golata di rosso, intervenne come a voler riprendere i pensieri del compagno:
«All’epoca forse gli alpinisti, qualche cacciatore, i passeur, potevano essersi resi conto della situazione ma la maggior parte della gente no! Tant’è vero che all’inizio degli anni sessanta, si pensava ancora di poter sfruttare il nevaio del Someiller.»
Sorpreso da quelle parole mi sentii chiamato in causa:
«Si! Mi ricordo quando si sciava al Someiller! Beh, erano gli ultimi anni e io ero un ragazzino! Avrò avuto una quindicina d’anni… Forse alla fine degli anni ottanta.»
«Giusto; non è durata vent’anni. Poi i pali e le corde metalliche degli skilift sono rimasti appesi alle rocce.»

Mentre il barista mi porgeva il caffè voltai le spalle al tavolo dei tre amici che proseguivano a scavare nei ricordi di tempi nemmeno troppo lontani. Trangugiai la mia bevanda calda e rinfrancato mi sentii pronto per proseguire verso casa. Salutato il gruppo, mi tirai dietro la porta e, sigillando là dentro le voci e i pensieri di quegli uomini, cercai la strada rischiarata dalla fioca luce del locale. Poco dopo, mentre quel chiarore si stemperava nell’oscurità e tutto assumeva una nuova forma sotto i riflessi della luna, ritrovai la mia auto.
Al sicuro nella piccola seicento, diretto verso valle, ripensai a quella gente; alla mia gente che, più o meno consciamente, aveva seguito il ghiaccio. Per anni lo aveva utilizzato per irrigare, pascolare, sciare, congelare, bere; ne aveva sfruttato i confini, lo aveva utilizzato come ponte, strada solida e veloce di collegamento con i cugini francesi e generazioni di montanari si erano entusiasmate di fronte alla sua disarmante imponenza.

E allora perché, adesso che non c’era più, io continuavo a cercarlo lassù tra le rocce? Era forse scritto nel mio DNA di montanaro?
Non lo so, ma mi piace immaginare che tra i massi di quel bacino pietroso, ai margini delle morene, fra le candide penne delle pernici possa celarsi il segreto dei ghiacciai; voglio credere che finché ci saranno le pernici, fintanto che riuscirò a scorgerle o ascoltarne il gelido canto, non tutto sarà perduto. In fondo ne sapranno ben più di noi a proposito di freddo e ghiaccio e se oggi, nonostante tutto, continuano a resistere posso credere che neve e ghiaccio torneranno ancora.
_____
Nota sui luoghi citati: ogni riferimento a località, toponimi e persone è inserito a solo scopo narrativo in modo puramente casuale.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Ruggero Casse

Ruggero Casse, nasce, vive e lavora in Alta Valle di Susa, dove impiega ogni attimo di tempo libero alla montagna, alla sua Natura, alla sua storia. Grazie alla fotografia naturalistica, appresa e sperimentata da autodidatta, ha potuto approfondire quegli aspetti che celano forza e fragilità del contesto che lo accoglie.


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