Racconto

Nove colori

testo e foto di Désirée Burlando

13/12/2018
4 min
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Ogni volta che mi metto in cammino, corpo e mente si mettono in moto in un unico respiro che suona come un'antica musica rituale.

Spengo la macchina, spengo il telefono e ascolto solo più il mio corpo muoversi nello spazio. Si crea una musica che non è un semplice accompagnamento della poesia estemporanea ma diventa commento assoluto.
Mi piace camminare d’inverno. La Valle Maira mi attira soprattutto quando diventa silenziosa. Una sera di novembre decido, insieme a Umberto, di raggiungere il Lago dei Nove Colori in alta Valle Maira con tappa al bivacco Barenghi per passare la notte. La bellezza solitaria di questa valle si presenta dinanzi tutta insieme, a volo d’uccello.
Ci sentiamo un po’ come gli avventurieri americani che attraversavano il grande West a fine 800. Non dobbiamo conquistare un territorio come nel vecchio mito della frontiera, ma abbiamo tutto un mondo da scoprire per una libertà “altra”. La notte aumenta questo senso di libertà.
Spesso cammino in solitaria, alle volte con amici che come me apprezzano la compagnia dei solitari. Si parla poco, si resta vicini.

Camminiamo, mentre la terra si riposa, tra sentieri evidenti e pietraie che confondono. Ad un tratto, per orientarci in questo blu notte, cerchiamo di capire se siamo vicini al lago Niera, gettando un sasso in quella che sembra la sagoma del lago. Ci risponde un acuto rombo. È curioso sentire il suono dell’acqua senza poterla vedere, la notte è il momento dei suoni e degli odori.
Il percorso è lungo, a tratti nero, immobile e silente.
C’è una piacevole sensazione che spesso avverto in montagna. Mi ricorda l’infanzia, quando giocavo nel bosco vicino a casa, quella coscienziosa infantile dissolutezza che mi permetteva di scoprire il mondo nel tempo che un gioco dura. Mi sento come allora, piccola, fragile e potente. Forse è la notte che ti rimpicciolisce, eppure ti fa sentire grande come una regina che si guarda attorno, come un’aquila libera e librata in volo.

Lentamente ritorna quella musica che aveva dato inizio al mio cammino e intona una ninna nanna insieme al vento.

All’improvviso mi accorgo di due occhi che mi osservano da una roccia. Poi mi seguono. È una volpe.
La volpe si avvicina, ma nel tentativo di seguirla, la perdo di vista. Dopo poco, mi accorgo insieme a Umberto di non aver smarrito solo la volpe, siamo fuori sentiero e molto probabilmente siamo sulla via che porta al colle dell’Infernetto. Non è così distante dal bivacco Barenghi e riproviamo a cercare il percorso.
Intorno a noi queste sagome dai colori lividi si divertono a confonderci. È tardi e fa freddo, sappiamo che c’è solo una soluzione: “passare la notte en plein air, ritagliandoci uno spazio nella neve”.
«Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva», diceva il poeta Hölderlin. È una costante che ritorna sempre. Ci addormentiamo nei nostri sacchi guardando il grande cielo sopra di noi. Posarsi per toccare le stelle. Le stelle piene di colore: blu, giallo, bianco, rosso. Lentamente ritorna quella musica che aveva dato inizio al mio cammino e intona una ninna nanna insieme al vento.
Al mattino le stelle si spengono e il cielo riluce di una luce intensa. La notte e il giorno sembrano davvero due mondi lontani. Un ventaglio di colori caldi: rosso fuoco, arancione, marrone. In breve tempo raggiungiamo il bivacco Barenghi, ora è tutto così differente, ci sembra di essere altrove.

Poco prima di tuffarmi mi era sembrato di sentire quel silenzio che ti introduce al mistero dell’acqua, come succede nel mare.

Sconfiniamo in Francia, attraverso il colle Gippiera, per arrivare al Lago dei Nove Colori. Potrebbe anche chiamarsi dei nove colori per tutte le sfumature di blu presenti nel lago ma, a dire il vero, sarebbe un errore di traduzione dal francese. Sarebbero Couloirs e non Couleurs, ovvero canaloni che, in geologia, indicano un ampio solco di origine erosiva sul fianco di una montagna o tra due pareti rocciose e non “colori”. Ma ai più piace pensare che sia il Lago dei Nove Colori ed effettivamente risulta molto più poetico. Il lago è lo specchio d’acqua più esteso della zona. Ha una forma simile a un cuore, con una lunghezza di 500 metri circa e una larghezza massima di oltre 400.

Oggi è parzialmente ghiacciato ma decido di tuffarmi ugualmente.
Poco prima di tuffarmi mi era sembrato di sentire quel silenzio che ti introduce al mistero dell’acqua, come succede nel mare. C’è l’attimo in cui pensi a cosa stai per fare e poi quello successivo, dove non pensi più ma agisci. Mi abbandono al lago. L’orchestra dà inizio al primo movimento: “c’è il lilla e il viola ma con mia meraviglia anche un verde chiarissimo che mi ricorda il quarzo verde”. E poi arriva la parte finale di coda che mi spinge in alto e ricompone le mie forme per la terra e per un nuovo cammino.
I mondi sono tutto quello che possiamo carpire, l’essere di qua e di là, per poi scomparire come una volpe.

Désirée Burlando

Nata a Finale Ligure nel 1984, dopo gli studi all'Accademia Linguistica di Belle Arti a Genova e un anno a Friburgo in Germania per imparare il tedesco si trasferisce a Torino per studiare Filosofia. Dopo qualche anno si trasferisce in Marocco per lavorare in un'azienda italiana occupandosi di grafica e fotografia. Tre anni dopo farà ritorno in Italia nel cuneese per dedicarsi alla montagna che frequenta a piedi, con le ciaspole e con i ramponi. La montagna è per lei bellezza, complessità, fragilità, storia e voglia di conoscere un mondo il cui futuro riguarda tutti.


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