Dovremo attendere qualche tempo perché esca nelle sale e sarebbe utile impiegarlo a documentarci sulla vicenda narrata nel film (e nel libro) e sul suo sfondo culturale.
I fatti
Domenica 9 luglio 1961, Walter Bonatti (31 anni), Andrea Oggioni (31 anni) e Roberto Gallieni (32 anni), salgono al Rifugio Torino sul Colle del Gigante con la funivia e ne ripartono nella notte per raggiungere il bivacco della Fourche, già occupato da quattro alpinisti francesi: Pierre Mazeaud (32 anni), Robert Guillaume (25 anni), Pierre Kohlmann (25 anni) e Antoine Vieille (22 anni), provenienti da Chamonix. Scoprono che il loro obiettivo comune è il Pilastro Centrale del Freney, che con l’estrema cuspide (La Chandelle) giunge a oltre 4800 metri di quota.
Unite le due cordate, italiani e francesi, alle 9 del mattino del 10 luglio partono per la scalata con tempo ottimo. Martedì mattina, portato a termine il lungo avvicinamento, attaccano il Pilastro Centrale. In testa sono Bonatti, Oggioni e Gallieni; seguono Mazeaud, Guillaume, Kohlmann e Vieille.
La scalata procede regolarmente per tutta la giornata e parte della notte. Mercoledì 12, alle 3,30, quando gli alpinisti sono ad un centinaio di metri dalla meta (nel disegno, la posizione è indicata dal n. 1) a quota 4600 metri, si scatena una prima bufera con la temperatura che scende a 20 gradi sotto zero. Bonatti, Oggioni e Gallieni si sistemano su un terrazzino, in un sacco-tenda. Su un altro terrazzino si trovano tre dei francesi; mentre il quarto si ripara sotto una roccia sporgente.
Per tutta la giornata i sette, senza possibilità di muoversi restano sotto l’imperversare della bufera che continua per tutto il giorno di giovedì e la notte seguente. Allo scopo di consentire al francese isolato di ripararsi nella tenda degli altri, Mazeaud raggiunge quella degli italiani che gli fanno posto nella loro. All’alba del venerdì, sotto l’infuriare della bufera, Bonatti dà l’ordine della ritirata e i sette cominciano a scendere con una lunghissima serie di corde doppie. Per primo Bonatti, poi Mazeaud, e gli altri. Oggioni chiude la fila.
Al calare della notte i sette sono riuniti sul Colle di Peuterey dove affrontano il quarto bivacco sotto una bufera che è aumentata di intensità. La mattina del sabato la situazione rivela il suo volto più tragico. L’unica possibilità di salvezza è puntare verso il Rifugio Gamba, calandosi per la cresta dei Rochers Grüber. Nella neve altissima si fa strada Bonatti, seguito da Oggioni e Gallieni, aprendo la via ai quattro francesi.
Sfinito, Antoine Vieille si abbandona sulla neve e muore alle soglie del ghiacciaio del Freney. Il giovane viene assicurato ad una roccia e abbandonato. Poco dopo, Pierre Kohlmann, colpito da edema cerebrale per il freddo intenso, perde la ragione, e viene trattenuto con le corde. Il gruppo si muove sul ghiacciaio del Fréney alla volta del Colle dell’Innominata per raggiungere il rifugio Gamba. In testa è Bonatti, seguito da Gallieni, e da Kohlmann che procede come istupidito. Vengono poi Guillaume e Mazeaud; Oggioni chiude la serie.
Dopo alcune ore di marcia nella tormenta, raggiunta la base del Colle dell’Innominata (indicata dal n. 3 nella cartina) muore Guillaume. Bonatti, nonostante lo sfinimento, riesce a disporre una corda per coloro che lo seguono. Quindi supera il colle seguito da Gallieni. Nelle prime ore di domenica il doloroso dramma volge all’epilogo. Kohlmann è riuscito a passare l’Innominata per la via attrezzata da Bonatti, nonostante le sofferenze provocate dall’edema cerebrale.
All’una dopo mezzanotte anche Oggioni e Mazeaud sono ai piedi dell’Innominata. Oggioni sale per qualche metro, ma, stroncato dalla fatica e dal freddo, ricade indietro trascinando anche il compagno e alle 2 muore. Sono le 3 quando Bonatti giunge con Gallieni al rifugio Gamba dove trova i soccorritori. Li avverte che altri lo stanno seguendo e subito alcune guide si precipitano fuori.
Kohlmann viene trovato mentre si trascina nella neve a non più di 60 metri dal rifugio e portato al coperto. E’ ancora vivo ma in condizioni disperate: muore alle 4, nonostante le cure del medico Luciano Luria, salito al rifugio con la spedizione di soccorso. Altre guide hanno raggiunto l’Innominata e portato al rifugio Mazeaud che, pur con diversi congelamenti, è vivo e la salma di Oggioni. Viene anche recuperata la salma di Guillaume, mentre è impossibile raggiungere la posizione in cui è stata abbandonata quella di Vieille. Infine, un elicottero militare partito da Courmayeur porta in ospedale i feriti e i morti all’obitorio.









Attendiamo l’uscita del film.
Portare al grande pubblico gli eventi tragici che accadono in montagna, credo sia una delle cose più difficili da fare, proprio per quello che avete magistralmente scritto in questo articolo: la stra-grande maggioranza delle persone in sala non ha il vissuto con cui confrontarsi.
E, aggiungo, siamo nel tempo dei ‘leoni da tastiera’ e dei tuttologi.
In bocca al lupo! e grazie a Marco Albino Ferrari per il libro …
Lo andrò a vedere. Certo ho qualche riserva. Si può dare un senso a quanto il cinema può tentare di rappresentare, rispetto a una tale storia tanto lontana dai più, se gli autori restano fedeli a una realtà pressoché unica, fatta di scelte, di azione, di rischio contemplato da soggetti, solo giovani uomini, ma mossi da qualcosa di difficilmente comprensibile, raccontandola con onestà e equidistanza. Senza costruzioni artefatte o adeguamenti che quella realtà falsano. Se gli attori, guidati con questo spirito, non cercheranno di essere quello che non sono. Se lo spettatore assisterà coinvolto da tale onestà in posizione acritica, ma empatica. Pensando che non si deve capire tutto, lo si può solo accogliere umanamente.
Ho letto con interesse il pezzo sulla tragedia del Pilone Centrale del Freney, storia che conosco molto bene perché sono stato un grande amico di Walter, (non è piaggeria o vanagloria posso confermare quanto sopra con molte immagini scattate durante varie escursioni e qualche scalata fatta in sua compagnia). Conosco il libro di M.A. Ferrari “Freney 1961” pubblicato nella collana “Licheni” nel 1996, oltretutto, casualmente ero a Dubino, la residenza di Walter e Rossana il giorno che Ferrari è arrivato per una intervista, sicuramente non la sola. Una prova della stima e amicizia, non conoscenza ma amicizia vera, e stato l’invito che Walter e Pierre Mazeaud mi hanno fatto nel luglio 1991 per tentare di salire fino al bivacco dell’Eccles per ricordare a modo loro i compagni di quella tragica avventura, purtroppo il tempo sfavorevole non cita permesso di salire.
La ricostruzione di Ferrari è molto fedele, riporta quanto Walter a scritto su “Le mie montagne che inizia con “Questo è il resoconto più drammatico della mia vita”… Lo stesso racconto lo ha scritto Pierre in una pubblicazione degli anni novanta che mi regalò “Montagne per un home nù” – edizione in francese. Condivido quanto hanno scritto Valeria e Marina Consolato, aspetto di vedere la ricostruzione di quell’evento che nel 1961 – avevo vent’anni – fece parlare la stampa e la televisione, a volte raccontando falsità e assurdità.
proprio scritto bene questo articolo.
un saluto.