Reportage

Di chi è la montagna? #2

Sono con due miei amici che stanno da anni a L’Aquila. Il 6 aprile di dieci anni fa lasciarono la loro casa alle 3 e 32 di una notte senza stelle. In fondo furono fortunati se di fortuna si può parlare.

testo e foto di Davide Torri

11/07/2019
3 min
Resilienza. Da giovane, all’ITIS, sapevo bene il suo significato. Resilienza: capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Acciaio. Altoforni. Operai dal viso color del fango. Oggi definisce anche la capacità di un individuo di superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Sono con due miei amici che stanno da anni a L’Aquila. Il 6 aprile di dieci anni fa lasciarono la loro casa alle 3 e 32 di una notte senza stelle. In fondo furono fortunati se di fortuna si può parlare. Vissero in camper, come allora il Berlusca augurò a molti ⁽¹⁾, solo per otto mesi. Sono tra gli insegnanti che, pochi giorni dopo il sisma, girarono a raccattare i pezzi di classi frantumate nelle tendopoli. E da lì continuarono il loro lavoro.

#2 – L’Aquila

Quella notte andammo tutti a cianche all’aria.

Per me L’Aquila, in Italia, è un laboratorio unico dove città e montagna sono tra loro sorellastre. Un posto dove veramente e quotidianamente tocchi con mano la possibilità di essere montanaro in una città moderna. Più dei capoluoghi alpini con le piazze piene di spritz, più dei luna-park che hanno venduto l’anima al diavolo degli impianti a fune ⁽²⁾.

Appena fuori dalla città ti appaiono nella loro imponenza le corone di montagne ⁽³⁾ che proteggono questi contadini che non sanno più di esserlo. Ci sono le new town, con i loro condomini tristi ⁽⁴⁾ appoggiati su piastre e colonne che resisteranno ad un nuovo terremoto (ma non i balconi che cadono a pezzi e l’intonaco che ha perso, da subito, l’imbarazzante tavolozza di colori flou) e paesi-presepio che sono appendici della città ma ostinatamente vivono di vita propria. In uno, piccolissimo e che in quella notte pagò un prezzo terribile al terremoto ⁽⁵⁾, vive Pio.

«Era finita da poco la guerra. I mariti non tornavano. Mia madre aveva tre figlie e nessuna notizia. Andò da Padre Pio, si mise in fila e quando fu il suo turno il Santo le disse di andare a casa che mio padre sarebbe presto di tornato».
Pio lo incontriamo davanti alla chiesa appena riaperta. La sua casa è sul lato destro della piazza. La sua casa sono macerie e ginestre e ombre che non passano il fresco. «Mia sorella stava nella casa accanto, io quella notte mi ferii alla fronte, vedete qua?» e mi indica la cicatrice ancora ben visibile. «Sanguinavo, era buio, nessuna luce. Mi chiamava, diceva che aveva un peso che la schiacciava, un peso sul petto. La porta era aperta ma non riuscivo a spingerla in avanti. Era buio. Dopo un poco non la sentii più lamentarsi».

Ora Pio vive nel mappi ⁽⁶⁾ del paese. Oggi c’è la Festa di San Pietro, domani quella di San Antonio e domenica quella della Madonna delle Grazie. «Sai la Madonna stava dentro alla chiesa quella notte, mica si è rotta. Ora non vogliono che la portiamo fuori per la processione, hanno paura che cada a terra e la si rompe ma quando venne Franceschini e la vide, la fece impacchettare come una bestia e portare via».
Qua la gente non se ne è andata, sono tutti vicini alle loro case, a quello che rimane, alle rovine dei loro ricordi. Lo sono da dieci anni. «Quella notte andammo tutti a cianche all’aria, mi dissero di vendere la casa al Comune e andarmene a Roma o a Paganica, figurate che là nessuno si saluta».
Pio conosce tutti qua in paese, anche se vivono in una specie di villaggio turistico nessuno di loro ha perso la propria identità. Oggi assieme alla processione, portano in giro per le strade bianche anche il San Pietro, ci sarà la distribuzione del pane santo della Congregazione. «Fermateve che lo prendete anche per voi, io ci ho già preso il prosciutto».

Il papà di Pio faceva il calzolaio, questo lo ha salvato nei campi di prigionia e gli ha permesso di tirare avanti con la famiglia. Aveva anche sei mucche. La casa l’acquistò per dodici lire, quella della sorella di Pio per venti. «Oggi è tutto sbagliato, vedi là?» e indica un altro mucchio di sassi a terra «Quella era la casa dei Cigliano. Trecento mucche ma dovettero vendere tutto alle banche e prima del terremoto». Pio studiò con l’aiuto del parroco, prese un diploma e trovò lavoro alla Siemens. Non è sposato, dice che là, ai telefoni, c’erano tante belle ragazze ma lui non sapeva che decidere. Era innamorato di una ma poi si innamorava pure dell’altra e ora vorrebbe forse compagnia ma: «Il mio coscritto che abitava sotto la ferrovia ci ha portato via tutto la sua giovane compagna».

Epilogo
Non abbiamo aspettato la processione ma, sul tardi, quando nella piazza del villaggio MAP la festa sta per ricominciare, cerchiamo la casetta di Pio. Fuori c’è un bel po’ di disordine, ma appena apre la porta, alla sue spalle ci sorride una donna bellissima “e sì» dice, seguendo i nostri sguardi «è la mia sorella». È sorpreso ed imbarazzato. Non ha nessuna pagnotta per noi. Il parroco aveva incaricato la “ragazza dell’onolus” e questa non ha prenotato il pane dal panettiere. Così niente pane. «E meno male che non siete rimasti alla processione. Si era in dieci e il prete, ché nessuno cantava, ha preso il telefonino e ha fatto partire una canzone. Oh, di chiesa, certo, ma nessuno cantava». Non c’è più religione.

(1) http://www.repubblica.it/2009
(2) https://www.skiforum.it/skifocus
(3) ad esempio la Majella, il massiccio del Velino Sirente, i Monti della Laga, il Gran Sasso.
(4) facile incollare la definizione di “non luoghi” di Marc Augè a questi condomini.
(5) A Onna morirono 40 persone, il 15% della popolazione. Morirono tantissimi animali a causa del crollo delle stalle.
(6) http://www.protezionecivile.gov.it

Pio
Pio
Davide Torri

Davide Torri

Insegno a scuola (chi non sa fare nulla, insegna), ed insegno pure scienze motorie (e chi non sa insegnare, insegna ginnastica). Sarà per questo che sono obbligato alla curiosità. L'ho indirizzata verso le cose più visibili che ho davanti agli occhi: le montagne. E così mi sono accorto che, molto piccole, come formiche, sulle montagne ci stanno le persone. Forti e fragili.
Collaboro da anni con altitudini.it e pubblico lì sopra i miei racconti.


Il mio blog | Scrivo su altitudini.it da molto tempo. Mi piace starci perché, nonostante sia virtuale, è un luogo dove la concretezza delle persone e delle montagne è sempre lì: da toccare.
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