Racconto

LA LADINA

Tra le Dolomiti e la Sicilia, una storia d’amore si intreccia con il destino di un paese di montagna, trasformato dai cantieri delle Olimpiadi Invernali. Tra mito ladino e realtà contemporanea, forze antiche riemergono mentre si spezza il legame profondo tra le persone e i luoghi che le hanno generate.

testo di Michela Piaia

01/02/2026
7 min
Il professor Antonino Caruso aveva gli occhi di Ey de Net, scuri come la notte e profondi come l'antro dei Fanes, o così parve ad Aldina Menardi nell'incrociarne lo sguardo, mentre passeggiava con un'amica lungo Corso Italia.

In realtà il professore era tutt’altro che nordico. Siracusano di nascita, dottore in matematica, aveva vinto il concorso per un posto d’insegnante in un istituto scolastico di Cortina.

«Miii… così luntanu, figghio mio!» si era lamentata la madre nell’apprendere la notizia.
«Scenderò spesso, mamma, non ti scantare».
«Mangia e copriti che nun ti pigli ‘n malanno, cu lu friddu che fa lassù» si era raccomandata il giorno della partenza in aeroporto, trattenendo a stento le lacrime.

A inizio novembre il giovane era a Cortina da appena due mesi. La prima neve aveva imbiancato le cime e il freddo iniziava a fare sul serio. Antonino Caruso stava andando alla Cooperativa con l’idea di comprarsi un caldo berretto di lana, quando incrociò due belle ragazze che procedevano a braccetto ridendo e scherzando. Una delle due aveva un sorriso ampio e luminoso e guance rubizze come mele mature. A un tratto lo fissò, bloccandosi su due piedi come incantata e Antonino ne ricambiò lo sguardo.

A Natale la maestra d’asilo Aldina Menardi s’imbarcò sull’aereo diretto a Siracusa per trascorrere le vacanze con i genitori di lui. L’arconte Zefirus sonnecchiava, pigramente appeso per i piedi al lampadario del soffitto, quando il cigolio improvviso della porta d’entrata, seguito dal riversarsi di un fiotto di luce all’interno della stanza, lo investì in pieno, col rischio di fargli perdere l’equilibrio. Ma ancor peggio fu la risata cristallina che, risuonando improvvisa tra i muri addormentati e il mobilio, parve riscuoterli dal sonno e rianimarli.

L’arconte si ritrasse istintivamente dietro i grandi fiori di vetro che componevano il lampadario, ma poi rise di sé. Come avrebbero mai potuto scorgerlo? Egli apparteneva, infatti, alla famiglia degli spiriti, ma il titolo di cui si fregiava non era autentico. Sette erano i grandi arconti del male e lui non era uno di loro, ma un subalterno in cerca di gloria. Il suo colpo di fortuna lo aveva avuto qualche secolo prima, quando era riuscito ad attaccarsi all’anima di Pier della Vigna, l’arconte di Federico di Sicilia. Zefirus era stato abile in quel caso nello scorgere al di sotto dei paramenti la poesia che nutriva l’anima del consigliere del re. Mordi oggi, mordi domani, Pier della Vigna indeboliva, diventando sempre più sensibile agli attacchi del male. Gli oscuri avevano avuto gioco facile su di lui che, all’ultimo morso di Zefirus, si era tolto la vita. In onore di quella vittoria prestigiosa, lo spirito era diventato per tutti l’arconte Zefirus.

Pigro per natura, da allora lo spirito si godeva la gloria acquisita senza cercarne altra. Si limitava al suo lavoro di guardiano, vigilando sul fiorire delle passioni che mordeva sul nascere, nutrendosi della loro energia. C’era da dire che negli ultimi anni il lavoro si era fatto più semplice, bastava veramente poco per spegnere la fiamma. Gli uomini si erano come chetati, avevano smesso le smanie d’infinito, di metafisica. Il cielo era spesso coperto di nuvole sia di giorno che di notte, il che non guastava perché non c’è peggior cosa che guardare verso l’alto per l’anima per rinvigorirsi e diventare bianco panna. Ma ultimamente tutto era sotto controllo.

Di grandi anime neanche l’ombra e quelle che aspiravano a diventarlo con qualche morso si tenevano a bada. Ecco perché all’entrare della coppia inizialmente Zefirus fu più incuriosito che allarmato. Aguzzò la vista, ma per vedere più da vicino, vincendo la pigrizia, si staccò dal lampadario e prese a girare intorno ai due.

Il giovane di fisionomia gli ricordava qualcuno, sì, forse poteva essere il nipote di Concetta, ma la ragazza non gli diceva nulla. Era diversa da quelle cui era abituato. Chiara di carnagione come certe palermitane ma con delle guance rosse come non ne aveva viste mai. Gli occhi color del mare di Noto insieme all’ampio sorriso di denti bianchi come le case di Panarea illuminavano la stanza e Zefirus avvertì la forza dell’energia di prima scelta e si allontanò leggermente.

Ortigia, Siracusa

La casa in Ortigia era appartenuta a Concetta, la nonna di Antonino, e dopo la sua morte si usava solo per ospitare amici e parenti in visita. 

«Cibo di alta qualità» ghignò, passandosi la lingua sulle labbra.

Ignari di quanto stava accadendo intorno a loro, Antonino e Aldina si erano messi tra un bacio e l’altro a sistemare le loro cose nell’armadio e nei cassetti che donna Pinuccia, la domestica della madre del giovane professore, aveva accuratamente spolverato qualche giorno prima. La casa in Ortigia era appartenuta a Concetta, la nonna di Antonino, e dopo la sua morte si usava solo per ospitare amici e parenti in visita. Aldina passava da una finestra all’altra a guardare il panorama di tetti delle case intorno e tutto le sembrava straordinariamente bello e luminoso. A un tratto si gettò ridendo sul grande letto matrimoniale.

«E’ morbido. Vieni a sentire» disse, allungando le braccia verso il fidanzato. Antonino non se lo fece ripetere due volte e l’arconte Zefirus corse schifato a nascondersi dentro l’armadio.

Nei giorni seguenti Aldina Menardi prese contatto con l’isola e con i parenti e amici di Antonino, che accorrevano da ogni dove a conoscere la fidanzata del continente.

«Miii… se è magra!». Si preoccupavano le donne di famiglia, propinandole tutte le migliori specialità siciliane: pasta che’ vruoccoli, cannoli, arancini. Era tutto un cucinare e mangiare. Aldina assisteva commossa alle manifestazioni di affetto e generosità da cui era attorniata, ma con l’andare dei giorni iniziò ad avvertire il bisogno di un po’ di silenzio e solitudine, com’era nel carattere della sua gente.

«Longobarda è» sussurrava la sera, nel letto, la mamma di Antonino al marito.
«A mia mi pari bedda. Statte bona, Maria» la zittiva.

L’arconte Zefirus, che dal giorno del loro arrivo non aveva mai abbandonato la coppia alla ricerca com’era dei punti deboli della ragazza, prese nota. La picciridda assomigliava alla terra da cui proveniva, il che significava radici profonde e dunque tendenza alla nostalgia. Ghignando si leccò le labbra.

Nel frattempo la luce di Aldina era ancora intatta e potente. Le bastava guardare negli occhi il suo uomo per sentirsi a casa. «Il mio Ey de Net» gli sussurrava, abbracciandolo teneramente. Nella notte profonda di quello sguardo intravedeva le albe e i tramonti delle sue montagne, le praterie e i fischi delle marmotte e il mistero della vita nascosto negli antri e tra le fessure. Da quando era tornato a casa, gli occhi di Antonino parevano essersi accesi di una luce ancora più intensa e Aldina ne era felice. Così i due giovani si rianimavano l’un l’altro e la bianca energia delle loro anime cresceva.

Ma intanto l’arconte Zefirus osservava e prendeva nota. L’amore per Antonino era un altro punto debole di Aldina. Venne infine il momento di tornare a Cortina. Le vacanze natalizie erano finite.

«Ci vediamo presto» ripetevano entrambi, prendendo commiato dall’ampio parentado.

A quelle parole ripetute con tanta insistenza e convinzione, l’arconte prese d’impulso la sua decisione. Li avrebbe seguiti e se le cose non fossero andate come sperava, sarebbe ridisceso con loro per restarvi. Lesto saltò dentro la valigia e allo scorrere della cerniera lampo si fece buio, proprio come piaceva a lui. Fu così che lo spirito del male s’imbarcò sul volo diretto Siracusa-Venezia e alle 20 e 50 approdò a Cortina.

Dovette aspettare il giorno seguente per farsi un’idea di dove fosse capitato e di primo acchito non ne fu entusiasta. Freddo, neve e quei spaventosi monoliti che chiudevano la vista all’orizzonte. Per non parlare della sua preda, la cui anima pareva essersi ancor più ingrandita nell’entusiasmo del ritorno e riluceva a tal punto da risultare difficile per lui anche solo avvicinarsene senza restare abbagliato. L’umore fu oltremodo cupo pertanto nei suoi primi giorni di permanenza tanto che una mattina, esasperato, per smaltire il nervosismo decise di farsi un giro da solo per la cittadina alla ricerca di distrazione, abbandonando Alice a se stessa.

Gente del tutto comune sfilava per le vie, anime pacate e già semi spente, segno che i colleghi stavano facendo un buon lavoro. Poi vide auto di grossa cilindrata, parcheggiate davanti ad alberghi sontuosi e pensò che dove c’è molto denaro c’è corruzione. E se ne compiacque. Le locandine dei quotidiani esposte di fronte alle edicole riportavano notizie edificanti: “Arrestato un cortinese in possesso di droga. Spaccio in crescita”. Uh! L’umore dell’arconte ebbe un guizzo, ma la gioia più grande gliela diede l’immagine di un brutto ceffo stampato sulla copertina di un libro esposto in vetrina. Si trattava di un essere disgustoso, lo scheletro di un mulo mezzo putrefatto, e guardandolo incantato, Zefirus pensò che ne girava di gentaglia in quel luogo. Per la prima volta dopo tanti giorni si sentì felice e decise che fosse ormai giunto il momento di sferrare il primo attacco.

La strategia consumata consisteva nell’ostacolare le passioni della preda, spegnendola a poco a poco fino ad indurla a non intravedere più alcuna speranza nel futuro, al punto di darsi la morte com’era valso per Pier della Vigna. L’arconte Zefirus, dopo breve riflessione, decise che sarebbe partito da Antonino. Bisognava allontanarlo.

Illustrazione di Morgan Marinoni, on unsplash

Illustrazione di Morgan Marinoni, on unsplash

Illustrazione di Oleh the Iop, on unsplash

Aldina Menardi aveva perso il suo bel sorriso, ripensava con rimpianto a quel giorno lontano in cui aveva incrociato lo sguardo di Antonino e le era sembrato di aver incontrato il suo Ey de Net.

Aldina Menardi aveva perso il suo bel sorriso. Ogni volta che si trovava a passare davanti alla Cooperativa, e capitava spesso, ripensava con rimpianto a quel giorno lontano in cui aveva incrociato lo sguardo di Antonino e le era sembrato di aver incontrato il suo Ey de Net. Col tempo si era resa conto che il bel siciliano dell’eroe aveva ben poco e, cosa peggiore di tutte, dimostrava sempre più insofferenza verso Cortina e le montagne.

«Qua si vive più isolati che in Sicilia!» sbottava.
«Ma cosa ti manca? Non capisco…».
«Mi manca il sole, il caldo, il mare…».
…la mamma, pensò Aldina, riflettendo sulla suocera che telefonava di continuo per sentire la voce di Antonuzzo.
«Ma allora non è un fatto d’isolamento. E cosa possiamo farci se abbiamo il lavoro qua? Potresti scendere più spesso, se ti fa star meglio».
«Io me ne scendo del tutto. Chiedo il trasferimento» annunciò.
Aldina lo guardò, sentendosi morire.
«E noi?» chiese, quando le riuscì di ritrovare la voce.

Ora che ce l’aveva finalmente fatta a tirar fuori quello che rimuginava da tempo, Antonino si sentiva forte e rispose con freddezza spietata.

«Faremo su e giù, finché non ti deciderai a seguirmi in Sicilia».
«Ey de Net…» sussurrò Alice, col pianto in gola.
«E piantala una buona volta con questo Ey de Net e i Fanes e le tue montagne della malora!».

L’arconte Zefirus rideva come un matto mentre suggeriva ad Antonino cosa dire. Aveva avuto gioco facile ad impadronirsi della sua mente, indebolita dallo scontento. Osservò ghignando l’espressione ferita di Aldina e con un balzo sferrò il primo morso alla sua bianca anima. Le gote rubizze della giovane ebbero un tremito e si velarono di un leggero pallore.

Antonino ebbe la nomina in un istituto superiore di Siracusa e per i primi tempi fu tutto un su e giù per la penisola. L’amore non era finito e col passare del tempo Aldina rifletteva sul fatto che forse aveva dato troppo per scontato che toccasse a lui adattarsi. “Tanto i meridionali sono abituati… da sempre se ne devono partire, perché a casa loro lavoro non ce n’è”, aveva sentito ripetere centinaia di volte, ma a ben guardare non era detto che per questo non ne soffrissero e che alcuni di loro si rassegnassero meno di altri.

Più passava il tempo e più pensava che una relazione così, a distanza, non poteva durare e che bisognasse prendere una decisione. O Antonino o Cortina e le montagne. I suoi la dissuadevano. “Qua hai un buon lavoro, le tue amicizie, la tua famiglia. Di uomini è pieno il mondo”, ma la lontananza aveva fatto dimenticare ad Aldina tutti i lati del carattere che non le piacevano dell’amato e Antonino Caruso era ritornato ad essere nella sua mente l’eroe Ey de Net e non vedeva l’ora di rituffarsi nella profondità dei suoi occhi.

La sua anima ardeva piano, solo quando lo sguardo saliva alle rocce contornate dall’azzurro del cielo, ai verdi pascoli percorsi dalle marmotte, ai canaloni ghiaiosi sospesi nel silenzio, riverberava, ma Zefirus era subito pronto a sferrare il suo morso mortale. Le gote di Aldina impallidivano e i genitori si rassegnarono a lasciarla partire, se quella era la via della guarigione.

Zefirus lesto saltò di nuovo dentro la valigia. Il tempo di abituare gli occhi all’oscurità che quasi gli prese un colpo. Davanti a sé aveva nientemeno che il brutto ceffo visto in vetrina a Cortina: lo scheletro di un mulo mezzo putrefatto. Ma guardando meglio, l’arconte poté tirare un sospiro di sollievo. L’essere era solo un’immagine stampata sulla copertina di un libro dal titolo: La leggenda del regno dei Fanes.

«Ma tu guarda che letture fa la picciotta. Ormai è cotta a dovere» si disse, leccandosi le labbra.Con la sua permanenza a Siracusa iniziò per Aldina un periodo di serena infelicità. Aveva salutato i suoi bambini e si era improvvisata donna di casa. Passava molto tempo a cucinare sotto la supervisione della suocera e per il resto faceva lunghe camminate con Antonino alla scoperta della città. I profumi, i colori, la luce l’affascinavano e non poteva negare la bellezza del clima e del paesaggio, così dolci rispetto al luogo in cui era nata. Una dolcezza che si rispecchiava nella parlata, lenta e quasi strascicata, in netto contrasto con il suo dialetto spigoloso.

«Longobarda sei» le diceva affettuosamente la suocera che, da quando Aldina si era stabilita sull’isola, l’aveva presa in custodia come una figlia.
«No, sono ladina!». Precisava con orgoglio la giovane.
«E cu è stu ladinu?».
«Cu è, cu é…» rideva. «Noi ladini siamo un antico popolo delle Dolomiti. Parliamo una nostra lingua, il ladino, che viene insegnata anche nelle scuole, e ci teniamo tanto alle nostre tradizioni. Pensa che abbiamo anche un poema epico tutto nostro!».
«Nu poema? Come a noi che c’abbiamo l’Iliade e l’Odissea?» chiese Maria, asciugandosi le mani sporche di pasta frolla nel grembiule.
«Non sono mica vostri quelli» rise Aldina. «Sono dei Greci. Semmai l’Eneide…».
«E saranno pure dei Greci ma Ulisse anche qui arrivò!» l’interruppe piccata.
«L’eroe del nostro poema si chiama invece Ey de Net, Occhio della notte, e ha gli occhi belli come Antonino».
«Ey de Nette? E che fece stu garruso?» chiese con voce raddolcita.
«Ey de Net era un soldato che s’innamorò ricambiato della figlia del re dei Fanes, la guerriera Dolasilla. Ma il re si oppose alle nozze perché gli era stato predetto che la figlia, se si fosse sposata, avrebbe perso la sua invincibilità in battaglia dovuta ad uno scudo magico costruito con la pelle delle marmotte, segrete alleate del popolo dei Fanes. Il re tradì la sua gente, mandandola a combattere allo sbaraglio, mentre lui rubava le ricchezze dal monte Lagazuoi, ma venne tramutato in pietra. Dolasilla morì, uccisa dalle sue frecce magiche rubatele dal potente stregone Spina de Mul, uno scheletro di mulo mezzo putrefatto».

Dopo l’approvazione della candidatura ai giochi olimpici, Cortina si riempì di cantieri. Gru ovunque, via vai di furgoni e di operai, valanghe di documenti, autorizzazioni, firme, timbri e il paesaggio che andava lentamente cambiando.

L’arconte Zefirus rizzò le orecchie. Ecco chi era quel ceffo! Aveva visto giusto che doveva essere uno in gamba!. “I pochi superstiti del regno dei Fanes si rifugiarono da allora in un antro sotto le rocce insieme alle marmotte, aspettando il risorgere del loro regno”.

Maria guardò la giovane fisso fisso. «Storia di guerra è, ma bella e ti facisti anche più rossa dall’emozione!».

L’arconte, allarmato, volse il capo verso Aldina. «Stu poema nun va bene pe’ la picciotta». E corse subito ad azzannarla.

Fu un sogno decisamente insolito quello che svegliò nella notte di Halloween due importanti autorità salite a Cortina per discutere dei preparativi ai giochi olimpici a cui si lavorava alacremente. La cittadina era stata infatti scelta per ospitare l’importante evento.

Dopo un’abbondante libagione e molte strette di mano, i due si erano ritirati nei rispettivi alloggi e dormivano beati tra lenzuola di seta, quando una visione orrenda li destò di colpo. Uno scheletro di mulo mezzo putrefatto correva per la cittadina, ridendo sguaiatamente e scartando tra le persone. Puntava il brutto muso in faccia a chiunque incontrasse e poi tirava dritto. Nel sogno i due avevano ben capito di chi andasse in cerca e ne temevano e bramavano allo stesso tempo l’incontro. Avvenne a un tratto che l’orrenda bestia li scorgesse e correndo loro incontro, tra lo sgomento generale, li volesse caricare. In preda al panico i due si gettarono ai suoi piedi e il mulo ridendo li prese per il bavero e se li gettò sulla gobba scheletrita, levandosi in volo sopra cieli di Cortina. “Tutto questo sarà vostro!” diceva, indicando la vallata. E su quell’immagine i due si svegliarono, in un bagno di sudore.

Bruttezza del mulo a parte, il sogno in sé non era stato così terribile da giustificare l’agitazione e il malessere che lasciò nei due per tutto il giorno. Cattiva digestione? Stress? Suggestioni da Ognissanti? Tante furono le ipotesi che frullarono in testa ai due caporioni ma si guardarono bene dal parlarne con alcuno per il timore di essere derisi.

Con l’andar dei giorni finirono per dimenticarsene e non seppero mai che lo stregone Spina de Mul era venuto a tentarli.

Dopo l’approvazione della candidatura ai giochi olimpici, Cortina si riempì di cantieri. Gru ovunque, via vai di furgoni e di operai, valanghe di documenti, autorizzazioni, firme, timbri e il paesaggio che andava lentamente cambiando.
I genitori di Aldina la tenevano aggiornata.

«Hanno modificato la circolazione». «Hanno tagliato il bosco». «Hanno ingrandito l’Albergo».
«Oh…», «Ma dai…», «Oh no!». Esclamava a seconda Aldina, le gote sempre più pallide.

La permanenza in Sicilia non aveva ingrassato la picciridda, come aveva sperato la suocera, che non se ne capacitava.

«Mangia, bedda mia, mangia!». E Aldina mangiava, era serena con Antonino che era ritornato ad essere il ragazzo allegro e vivace che l’aveva fatta innamorare. Inoltre più passava il tempo e più le entravano nella pelle e nel cuore i profumi e la luce del Sud. L’immagine di Cortina e delle montagne sbiadiva e le appariva quasi come un sogno di cui al mattino ci si ricorda vagamente, se non fosse stato per le telefonate della madre che gliela riportava alla mente, mantenendola in vita. Si sentiva sempre stanca, afflitta da una debolezza psichica mai sperimentata prima, lei che a Cortina era infaticabile, sempre pronta a calzare gli scarponi per salire sulle cime che guardavano la vallata dai secoli dei secoli. Si rianimava solo quando con Antonino andavano al mare. Cercavano un posto in disparte e mentre lui sonnecchiava dopo il bagno, lei si perdeva a guardare il moto dell’acqua e ad ascoltarne la voce. Le tornavano alla mente le parole di Maria sugli eroi dell’antica Grecia ed inevitabilmente il pensiero tornava ad Ey de Net e ai Fanes.

Allora un’onda di struggente nostalgia l’assaliva e pareva rianimarsi nel ricordo, le gote si colorivano e l’antica energia tornava a possederla, ma già sulla strada del ritorno illanguidiva e man mano che si lasciavano alle spalle la voce del mare e la sua vista il suo spirito lentamente si spegneva.

«Pe’ mia incinta è» suggerì una sera Maria al figlio, mentre si scambiavano preoccupate confidenze sulla salute di Aldina. Ma dalla visita ginecologica non risultò novità alcuna.
«E allora so’ problemi di pressione bassa, camurrie di stagione» tagliò corto la suocera, senza nascondere la delusione.

Illustrazione di Annie Spratt, on unsplash.

Stupiva e rattristava l’indifferenza con cui alcuni dei vecchi conoscenti accettavano e appoggiavano lo scempio del paesaggio, attratti dalla prospettiva di guadagno, e col passare dei giorni incominciò a provare un senso di estraneità peggio che a Siracusa.

A Cortina intanto i lavori continuavano alacremente. I costi dell’aereo sommati alla mancanza di un lavoro tenevano Aldina lontana dalla sua vallata. Un paio di volte erano scesi i suoi genitori a trovarla e intanto il tempo scorreva inesorabile sulle sue montagne senza di lei.

«Ma pecchè nun la mandi nu poco dai suoi, sta picciridda. Forse ci pigghia colore» se ne saltò fuori la solita Maria, mentre scolata la pasta la condiva con i pomodori scchi.

L’arconte Zefirus, placidamente adagiato tra le pieghe delle tende da dove scendeva solo per sferrare qualche sporadico attacco alla preda su cui oramai si sentiva completamente vittorioso, drizzò le orecchie. L’anima della picciotta era tenace, come aveva ben visto fin dal principio, ma la teneva in pugno. Purtroppo era una di quelle creature a cui basta poco per essere felici perché vedono il bello ovunque, anche nella miseria più nera, ma a questo punto era solo questione di tempo e sarebbe caduta. Ne era certo. Tuttavia quando udì le parole di Maria, si svegliò dal torpore.

«Ma con che storie se ne esce sta babba di minchia?!» esclamò.
Antonino convenne con la madre che l’idea era buona e la comunicarono ad Aldina. L’intera estate a Cortina! La sua bianca anima ebbe un guizzo e l’arconte Zefirus nell’avvedersene tirò giù un bestemmione. Si tornava a Cortina.

All’aeroporto c’erano ad aspettarla i suoi genitori che si spaventarono nel vederla così pallida e smagrita.

«Che ti succede, Aldina?» indagò cautamente la madre nel viaggio in auto verso casa. «Non sei contenta? Qualcosa non va con Antonino?».
«No, no, con Antonino va tutto bene e Siracusa mi piace tanto. Ci sto bene. E’ solo che mi sento sempre così stanca…».

I genitori si scambiarono un’occhiata preoccupata, ripromettendosi di portarla al più presto da un medico. L’arconte Zefirus, che viaggiava indisturbato dentro la valigia, sbuffò.

Arrivarono a Cortina di primo pomeriggio. Il sole era alto nel cielo e la vallata verde di vita. Qualche grossa nuvola stazionava sulle cime dei monti che parvero ad Aldina più grandi di come li ricordava e a quella vista il suo cuore ebbe un sobbalzo, ma questa volta l’arconte Zefirus non se ne avvide, preso com’era ad osservare i grandi cambiamenti avvenuti nella cittadina.

«Miii… qua girano soldi a palate!» ghignò, ripromettendosi di fare un giro di perlustrazione con calma.

Fu così che ebbe inizio il periodo di permanenza di Aldina nella sua Cortina. Lentamente la ragazza, diventata una giovane donna, riprese possesso dei vecchi amici, delle abitudini e dei luoghi che frequentava un tempo ma, dopo l’entusiasmo iniziale nel ritrovare le memorie perdute, cominciò a realizzare quanto tutto fosse cambiato. Nel suo bel paese si respirava aria di città e gli oriundi erano diventati una minoranza in mezzo ai turisti e agli operai dei cantieri. Inoltre la stupiva e rattristava l’indifferenza con cui alcuni dei vecchi conoscenti accettavano e appoggiavano lo scempio del paesaggio, attratti dalla prospettiva di guadagno, e col passare dei giorni incominciò a provare un senso di estraneità peggio che a Siracusa.

Il medico, consultato dai genitori, aveva diagnosticato una leggera forma depressiva e le aveva consigliato di dedicarsi ad attività che le piacessero. Aldina indossò di nuovo gli scarponi dopo tanto tempo e ritornò sui sentieri delle sue montagne, dove oramai si sentiva più a casa che a Cortina. L’arconte Zefirus la seguiva, infastidito dal riaccendersi dell’entusiasmo nella sua preda e meditava tra sè un modo per finirla del tutto, ché ormai ne aveva pieni i cabbasisi e finalmente l’occasione si presentò ghiotta una limpida giornata di settembre. La lunga vacanza di Aldina stava per finire. Antonino l’aspettava a casa.

Quella mattina la giovane decise di partire di buon’ora per una lunga camminata di commiato. Prese con sè Haki, il cane dei suoi genitori e partì. Guidò lungo la carrareccia fino alla baita Fraina da dove, lasciata l’auto, s’incamminò verso il rifugio Tondi al Faloria. Prima d’imboccare il sentiero che s’inoltrava in un fitto bosco di conifere ancora in ombra data l’ora mattutina, la giovane sollevò gli occhi ad una bastionata di roccia soffocata dalla vegetazione cercando la porta del Dio Silvano, un rettangolo squadrato dalla forma di una grande porta che si diceva essere stato un antico luogo di culto, importante meta turistica nell’Ottocento e ora quasi dimenticato. Haki in preda all’entusiasmo annusava prepotentemente il terreno, procedendo a scatti e Aldina lo assecondava, respirando la quiete e il silenzio intorno. Ben presto la salita divenne più ripida e faticosa, gli abeti lasciarono il posto ai mughi e la vista si aprì sulle montagne.

Illustrazione di Ritam Baishya, on unsplash.

Un immenso boato squarciò l’aria, seguito dal sollevarsi di una gigantesca nuvola di polvere generatasi dalla colata di tonnellate di ghiaie bianche. Cortina isolata ritornava ad essere l’antico paese in mano agli ampezzani.

Aldina si fermò per prendere la ciotola dallo zaino e dare un po’ di acqua ad Haki, che si era visibilmente calmato e mentre il cane lappava di gusto, lei si guardava intorno felice. Ripartirono e in breve furono sui prati antistanti il rifugio, dove un tempo appariva la pittrice del Faloria, una fanciulla leggendaria, amata da un pastore, che regalò coi suoi pennelli i colori alle Dolomiti. Ovunque si volgesse Aldina vedeva storie e leggende che davano un’anima a quei luoghi rendendoli unici ed inimitabili e pensava tristemente a Cortina che stava perdendo la sua di anima o che forse l’aveva già persa.

La giovane si lasciò alle spalle il rifugio e proseguì, con Haki che la precedeva di qualche metro, la corda del guinzaglio allungata al massimo, e solo quando raggiunsero forcella Faloria si fermò. Sotto di lei, adagiata tra le cime, Cortina brillava nel riflesso delle sue montagne: le Tofane, il Sorapis, la Croda da Lago, le Cinque Torri, il Cristallo e là in fondo i Fanes. Il cuore sembrava scoppiarle nel petto per l’emozione e una lacrima le corse lungo il viso. Quanta bellezza!

Nel frattempo l’arconte Zefirus, che aveva seguito i due per tutto il percorso, iniziava ad averne le tasche piene. Proprio non gli andava la piega che stavano prendendo gli eventi. La preda si era rinvigorita e la sua anima andava ingrandendosi a vista d’occhio. C’era il rischio di perdere tutto il lavoro fatto, bisognava agire al più presto e detto fatto lo spirito si lanciò sulla giovane per azzannarla, ma proprio in quell’attimo Haki partì come un razzo, strattonando Aldina e facendogli mancare la presa.Il cane, che aveva visto una marmotta, si diede ad inseguirla, tirandosi dietro Aldina incapace di trattenerlo, posseduto come pareva a un tratto da una forza sconosciuta e indomabile. La marmotta correva e a forza di scappare li attirava sempre più verso la sella di Punta Nera.

Zefirus procedette all’inseguimento ma ogni volta che si lanciava per azzannarla, la giovane gli sfuggiva, finché giunti nelle vicinanze di un antro, la marmotta vi sparve all’interno, trascinando con sè l’inarrestabile Haki e suo malgrado Aldina. L’arrabbiatissimo arconte si gettò nella bocca di roccia ma inspiegabilmente si ritrovò solo nel buio. Haki e Aldina erano spariti. Zefirus, sbigottito, corse fuori. Dov’erano finiti quei maledetti? Tornò dentro. Niente. Fuori. Niente. Ma com’era possibile? In preda alla rabbia lo spirito del male iniziò a volare alla velocità di un rondone sopra le rocce, scrutando con gli occhi ogni dove, ma dei due non vi era più traccia.

Volava l’arconte, facendo fischiare l’aria sopra la Croda Rotta e su fino alla Punta nera e giù di nuovo all’antro, su e giù a tutta velocità, fin quando quel vento di rabbia ebbe la sventura di smuovere un masso in precario equilibrio, come ce n’erano tanti in quel luogo. Fu un attimo e una dopo l’altra come in un domino pezzi di roccia iniziarono a staccarsi dalle pareti, precipitando verso valle. Un immenso boato squarciò l’aria, seguito dal sollevarsi di una gigantesca nuvola di polvere generatasi dalla colata di tonnellate di ghiaie bianche. Il sole si oscurò e i valligiani che dal basso assistevano al disastro si misero le mani nei capelli. Stavano arrivando in quel mentre per uno dei soliti sopralluoghi i due caporioni, che si ritrovarono spaesati in mezzo alla polvere e una volta compreso l’accaduto si videro costretti a tornare indietro, inesorabilmente respinti dalla frana, maledicendo le montagne e chi le aveva inventate. Cortina isolata ritornava ad essere l’antico paese in mano agli ampezzani.

«Miii… che camurria!» gridava l’arconte Zefirus con gli occhi sbarrati per lo spavento, che divenne addirittura terrore, quando tra la fitta polvere scorse lo scheletro di un mulo mezzo putrefatto che dal cielo puntava dritto verso di lui.

MIchela Piaia

Di origini agordine per parte di padre, ma cresciuta a Sospirolo, dal 2003 vive a Tarzo in provincia di Treviso. Da sempre amante della montagna, appassionata di sci, escursionismo e arrampicata, è entrata a far parte del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) dopo aver vinto il Premio Bedeschi con il racconto "La montagna dell'anima". Ha pubblicato: "Racconti di una terra incantata", storie ambientate nel Parco delle Dolomiti Bellunesi; "Sotto Le rocce", storie di montanari di ieri e di oggi; il romanzo "Il Lobbio", vincitore del Primo premio al Leggimontagna 2018 e "Pisocco", la crociata di un allevatore dei giorni nostri. Collabora con la rivista Le Dolomiti Bellunesi ed è socia del CSMS, associazione sospirolese che si occupa del recupero e della valorizzazione del territorio.


Link al blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Esplora altre storie

Livio ha 23 anni, ama la montagna e crede di amare Paola. Vive di... Livio ha 23 anni, ama la montagna e crede di amare Paola. Vive di azioni e ripensamenti, di spinte emotive e conseguenze da gestire....

Il paesaggio carsico è alienante. Ci si gode la propria solitudine.... Il paesaggio carsico è alienante. Ci si gode la propria solitudine....

La macchina fila via nel buio di una mattina che stenta ad arrivare. I... La macchina fila via nel buio di una mattina che stenta ad arrivare. I fari illuminano le strisce tratteggiate dell’autostrada che va via via...

Nei viaggi, l’obbligo è arrivato dalle questioni fisiologiche della vita di una single ultratrentenne, che... Nei viaggi, l’obbligo è arrivato dalle questioni fisiologiche della vita di una single ultratrentenne, che sola si ritrova a fare tante cose; la scelta è arrivata da un...

É una giornata molto diversa da quel 27 maggio di tre anni fa. Il sentiero... É una giornata molto diversa da quel 27 maggio di tre anni fa. Il sentiero che percorriamo è lo stesso, ma sono diversi i colori,...

Mentre improvviso il percorso che mi condurrà all’appuntamento con i miei compagni di viaggio,... Mentre improvviso il percorso che mi condurrà all’appuntamento con i miei compagni di viaggio, ho ancora nel naso l’odore del più difettato dei dieci...

Gocce scendono regolari con un ritmo ipnotico che riempie il silenzio. Mi guardo allo specchio,... Gocce scendono regolari con un ritmo ipnotico che riempie il silenzio. Mi guardo allo specchio, le domande iniziano ad accavallarsi nella mia testa, penso a...

Doveva radersi erano passati troppi giorni, il viso trasandato parlava della sua anima indifferente....... Doveva radersi erano passati troppi giorni, il viso trasandato parlava della sua anima indifferente.......

"Noi siamo quello che quelli prima di noi sono stati, io sono mia madre... "Noi siamo quello che quelli prima di noi sono stati, io sono mia madre e mio nonno e generazioni di gente contadina con la...

Proprio lì accanto alla tazzina sporca di caffè e a quella sigaretta che aveva... Proprio lì accanto alla tazzina sporca di caffè e a quella sigaretta che aveva appena avvelenato i miei polmoni. Decisi che avrei affrontato la...