In realtà il professore era tutt’altro che nordico. Siracusano di nascita, dottore in matematica, aveva vinto il concorso per un posto d’insegnante in un istituto scolastico di Cortina.
«Miii… così luntanu, figghio mio!» si era lamentata la madre nell’apprendere la notizia.
«Scenderò spesso, mamma, non ti scantare».
«Mangia e copriti che nun ti pigli ‘n malanno, cu lu friddu che fa lassù» si era raccomandata il giorno della partenza in aeroporto, trattenendo a stento le lacrime.
A inizio novembre il giovane era a Cortina da appena due mesi. La prima neve aveva imbiancato le cime e il freddo iniziava a fare sul serio. Antonino Caruso stava andando alla Cooperativa con l’idea di comprarsi un caldo berretto di lana, quando incrociò due belle ragazze che procedevano a braccetto ridendo e scherzando. Una delle due aveva un sorriso ampio e luminoso e guance rubizze come mele mature. A un tratto lo fissò, bloccandosi su due piedi come incantata e Antonino ne ricambiò lo sguardo.
A Natale la maestra d’asilo Aldina Menardi s’imbarcò sull’aereo diretto a Siracusa per trascorrere le vacanze con i genitori di lui. L’arconte Zefirus sonnecchiava, pigramente appeso per i piedi al lampadario del soffitto, quando il cigolio improvviso della porta d’entrata, seguito dal riversarsi di un fiotto di luce all’interno della stanza, lo investì in pieno, col rischio di fargli perdere l’equilibrio. Ma ancor peggio fu la risata cristallina che, risuonando improvvisa tra i muri addormentati e il mobilio, parve riscuoterli dal sonno e rianimarli.
L’arconte si ritrasse istintivamente dietro i grandi fiori di vetro che componevano il lampadario, ma poi rise di sé. Come avrebbero mai potuto scorgerlo? Egli apparteneva, infatti, alla famiglia degli spiriti, ma il titolo di cui si fregiava non era autentico. Sette erano i grandi arconti del male e lui non era uno di loro, ma un subalterno in cerca di gloria. Il suo colpo di fortuna lo aveva avuto qualche secolo prima, quando era riuscito ad attaccarsi all’anima di Pier della Vigna, l’arconte di Federico di Sicilia. Zefirus era stato abile in quel caso nello scorgere al di sotto dei paramenti la poesia che nutriva l’anima del consigliere del re. Mordi oggi, mordi domani, Pier della Vigna indeboliva, diventando sempre più sensibile agli attacchi del male. Gli oscuri avevano avuto gioco facile su di lui che, all’ultimo morso di Zefirus, si era tolto la vita. In onore di quella vittoria prestigiosa, lo spirito era diventato per tutti l’arconte Zefirus.
Pigro per natura, da allora lo spirito si godeva la gloria acquisita senza cercarne altra. Si limitava al suo lavoro di guardiano, vigilando sul fiorire delle passioni che mordeva sul nascere, nutrendosi della loro energia. C’era da dire che negli ultimi anni il lavoro si era fatto più semplice, bastava veramente poco per spegnere la fiamma. Gli uomini si erano come chetati, avevano smesso le smanie d’infinito, di metafisica. Il cielo era spesso coperto di nuvole sia di giorno che di notte, il che non guastava perché non c’è peggior cosa che guardare verso l’alto per l’anima per rinvigorirsi e diventare bianco panna. Ma ultimamente tutto era sotto controllo.
Di grandi anime neanche l’ombra e quelle che aspiravano a diventarlo con qualche morso si tenevano a bada. Ecco perché all’entrare della coppia inizialmente Zefirus fu più incuriosito che allarmato. Aguzzò la vista, ma per vedere più da vicino, vincendo la pigrizia, si staccò dal lampadario e prese a girare intorno ai due.
Il giovane di fisionomia gli ricordava qualcuno, sì, forse poteva essere il nipote di Concetta, ma la ragazza non gli diceva nulla. Era diversa da quelle cui era abituato. Chiara di carnagione come certe palermitane ma con delle guance rosse come non ne aveva viste mai. Gli occhi color del mare di Noto insieme all’ampio sorriso di denti bianchi come le case di Panarea illuminavano la stanza e Zefirus avvertì la forza dell’energia di prima scelta e si allontanò leggermente.










