Racconto

Da Alagna al Rosa, alpinismo in solitaria

testo e foto di Valentina Mora

In primo piano l’ultimo tratto roccioso della Vincent, al centro il ripido pendio, più a destra la Punta Giordani
01/01/2019
4 min
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Ci sono sogni destinati ad essere realizzati “in solitaria”, nella vita come nell'alpinismo.

Avevo sentito nominare più volte la Cresta del Soldato, mi avevano detto in molti: «Percorrerla integralmente in giornata è difficile, troppo lunga! La seconda parte presenta più rischi della prima; se arrivi stanca sei fregata!» Eppure, io avevo un sogno nel cassetto…
Rincorrendo i miei sogni arrivai ad Indren ai primi tiepidi raggi di sole, dopo una notte trascorsa camminando fra piste e sentieri sotto lo sguardo delle stelle: una fra tutte mi diede persino il privilegio di ammirare per un breve istante la sua scia luminosa. Arrivai ad Indren stanca, ma subito rigenerata dall’ingenuo entusiasmo della scoperta: non sapevo quali sorprese mi avrebbe presto riservato la montagna.

Alagna Valsesia – 18 settembre 2018, ore 21:00
Dopo molti tentativi finalmente riesco a chiudere occhio. Questione di pochi istanti, vengo improvvisamente destata da un tuono. Si scatena un forte temporale… La mente si affolla nuovamente di un turbinio di pensieri. Comincio a temere che l’indomani “quella” cresta sarà inagibile. Dopo un’ora nell’aria regna di nuovo il silenzio, nel mio cuore un caos di emozioni. Non chiuderò occhio.

19 settembre, ore 1:30
Ho da poco superato il paese quando imbocco il sentiero reso scivoloso dal recente acquazzone. Minuscole gocce d’acqua brillano sugli steli d’erba illuminati dalla luce della frontale; qualche ragno ha provato a tessere la sua tela, ma ogni suo sforzo al mio passaggio si è rivelato vano.
Il cielo è puntinato dalla luce di mille stelle, ma manca la più preziosa: quella della luna. Ella cela la sua presenza riposando al di là del Passo Foric. È nell’istante in cui alzo lo sguardo verso il punto dove immagino si nasconda, che il cielo viene magicamente tagliato da una scia luminosa… Sorrido pensando che proprio qui la scorsa estate una stella cadente tinta di arcobaleno aveva deliziato i miei occhi e realizzato un sogno… Oggi come allora il mio desiderio si avvererà.

Le luci dell’alba mi accolgono nei pressi di Punta Indren (3200 metri). Traccio mentalmente il percorso che dovrò seguire per attaccare la via: il ghiacciaio di Bors è crepacciato solo nella parte centrale, ciò che mi preoccupa è invece la delicata spruzzata di neve che riveste l’intera Cresta. Mi incammino seguendo i rari ometti presenti.
Poco sotto l’attacco la pendenza dapprima modesta diventa forte e il ghiaccio sostituisce il bel nevaio sottostante. Il mio timore purtroppo si rivela fondato: la neve ricopre i primi risalti. Superato un tratto sassoso presto attenzione alle numerose colate presenti sulla roccia. Divertenti fessure, camini e diedri si alternano fin sotto la cima: è un’arrampicata piacevole, ma sono sola, slegata, e la qualità della roccia non è delle migliori. Giungo al passaggio chiave della via: si tratta di una placca valutata IV grado. È aggirabile, ma non sembra difficile… Peccato che l’apparenza spesso inganni: quelle che dal basso sembravano buone prese si rilevano appigli e appoggi sfuggenti. Improvvisamente lo scarpone destro scivola. Il gioco è finito: scendere è impossibile. Decido di utilizzare i chiodi per progredire. Sono in libera e voglio portare a casa la pelle, cosa ben più importante dell’orgoglio!

Superato il “duro”, facili passaggi su ottime prese conducono alla Punta Giordani, 4046 metri. Il panorama è spettacolare nonostante a intervalli le nubi si abbassino celando qualche Quattromila. Non sono mai salita qui prima d’ora e non esiste traccia per scendere sul ghiacciaio inghiottito dalla nebbia.
È l’una e la Vincent sembra a due passi da me. Ho ancora energie, decido di proseguire… Non posso immaginare ciò che da lì a poco mi aspetterà.
Raggiungo il primo risalto roccioso attraversando un piccolo ponte da cui pendono candeloni gelati. Aggiro roccia marcissima, poi all’improvviso i detriti spariscono e comincia un difficile traverso di ghiaccio e neve. L’esposizione è massima. Indosso di nuovo i ramponi, agguanto la picca e comincio inconsapevolmente a percorrere quello che sarà il tratto più duro e rischioso di tutta la via. Piantando saldamente la piccozza risalgo un breve pendio fino a raggiungere il filo della cresta… sono in salvo. Sospiro dal sollievo, che pendenza! Rifletto sul pericolo appena corso: nel momento in cui mi sono trovata a tu per tu con la paura ho avuto la certezza di potercela fare. I limiti non sono nient’altro che una nostra imposizione mentale.

Ricomincia la roccia. Dopo qualche incertezza su dove passare, decido di percorrere esclusivamente il filo, fino all’ultima parte a dir poco spettacolare! Grande lame solide e affilatissime rendono la scalata entusiasmante.
Con le lacrime agli occhi dalla gioia sbuco alla base dell’ultimo tratto nevoso: un’aerea cresta ghiacciata conduce alla vetta della Piramide Vincent, 4215 metri.
È ormai pomeriggio inoltrato, l’euforia viene presto rimpiazzata dalla realtà: il labirinto di crepacci del Lys mi attende.
Giungo al passo dei Salati al tramonto sotto lo sguardo pigro della luna. La sagoma di un gruppo di stambecchi stagliati contro il cielo sarà l’ultima che ella mi concederà.
La mia prima solitaria di alpinismo misto si conclude a notte fonda.

  • Dopo una lunga notte trascorsa sotto le stelle, le luci di una splendida alba tingono il cielo
  • Un sorriso fra la gioia di mille pericoli scampati, sullo sfondo la Vincent (4215 m)

Valentina Mora

Vivo a San Maurizio d'Opaglio. Amo da sempre la montagna, ma solo recentemente la passione per l'arrampicata mi ha portata ad avvicinarmi all'alpinismo; alpinismo che spesso pratico in solitaria e “all'antica” raggiungendo qualunque vetta senza l'ausilio delle funivie. Il mio è un principio di rispetto verso il paesaggio montano, sempre più “contaminato” dagli impianti.


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