Racconto

L’ETÀ DI MEZZO DI ROCCA PENDICE

A Rocca Pendice, dopo la sua completa scoperta durante la seconda guerra mondiale, alla fine degli anni ’60 l’esplorazione delle pareti poteva dirsi conclusa. La rinascita si avrà con l'avvento dell’arrampicata sportiva, di spit, scarpette e magnesio, negli anni ’80.

testo di Stefano Lovison (Antologia Alpine Sketches © 2010-2020).

Sulle brevi pareti del Monte Pirio.
24/03/2025
10 min
A Rocca Pendice, dopo la sua completa scoperta ad opera de ``i mati de le corde`` (Bettella, Bianchini, Morten, Dorna, Barbiero, Scalco, Sandi),

già durante la seconda guerra mondiale e gli sviluppi che ne seguirono con le tecniche di scalata artificiale, alla fine degli anni ’60 l’esplorazione della maggior parte delle pareti poteva dirsi conclusa.
La rinascita si avrà col rivoluzionario avvento dell’arrampicata sportiva, di spit, scarpette e magnesio, negli anni ’80.
Il periodo di più di un decennio che si colloca più o meno tra le ultime significative realizzazioni in artificiale del 1968-70 e l’apertura della Checco e Granchio nel 1981, fu in effetti un momento di calma apparente più che una stasi per il mondo dell’arrampicata a Rocca Pendice, fatto dalle innumerevoli ripetizioni delle vie classiche, dei tanti corsi del Cai, di prove dei materiali e di manovre sulla cengia delle Dinamiche ma anche dei primi timidi tentativi di liberare le vie in artificiale.

Lorenzo Trento, alpinista e fotografo padovano, è stato protagonista e spettatore di questa evoluzione, osservando i cambiamenti di mode e mentalità e gli sviluppi della tecnica proprio in quegli anni, nel vasto campionario umano che man mano si alternava sulle pareti di trachite di Rocca Pendice.

1976, un mito, Alfredo Corli, su Spigolo Barbiero. Allora le vie a Rocca si affrontavano stile Pilone del Freney. Era tanto se si usciva in giornata, così come sulle brevi pareti del Monte Pirio.

“Parete del diavolo … il gran diedro strapiombante con tetto aperto da Benedetto Carron e Sergio degli Adalberti all’estrema destra della parete, resta l’ultima via in artificiale di Rocca Pendice, grazie anche alla chiodatura rimasta tradizionale…”

Franco Perlotto
«Alessandro Gogna, Marco Preti ed io eravamo tornati da Yosemite con una montagna di idee confuse e con la prima italiana di Salathè Wall. Era il 1978 e da almeno tre anni cercavo di sviluppare le mie tecniche di arrampicata cercando di liberare vie classiche sulle Dolomiti, ma l’approccio con la California era stato dirompente. Mai avrei pensato di mettere i piedi più alti della testa con la tecnica del foot hook. Così, appena tornato nelle falesie del Veneto, mi misi a lanciare i talloni sopra a tutti i pur minimi strapiombi che trovavo, a Lumignano come a Rocca Pendice, come a Stallavena».

Marco Simionato
«… come d’uso all’epoca, con staffe, sulla classica via alla “parete del diavolo”:
“Strapiomba? Ci sono tanti chiodi in fila? Sì? Allora staffa!”.
Molto “sesto grado” la sosta appeso… a 10 metri da terra.
Bel tiro atletico, ora 6b, piuttosto rimaneggiato da successive rispittature».

La Carugati d’inverno …

Granchio sullo spigolo Barbiero, 1976

Francesco Piardi sul primo tiro della Bianchini

Checco Zampieri, Granchio
«La prima volta non ricordo nemmeno come riuscii ad arrivarci, al Pendice. Ero con un amico che da poco arrampicava e aveva un po’ di materiale … ci perdemmo all’uscita della placca sulla “Carugati” e ritornammo con lunghe manovre alla base. L’esperienza mi affascinò e impressionò allo stesso tempo: che vertigine tutti gli alberi visti dall’alto! Erano i primi anni ’70. Io personalmente poi, tra povertà di mezzi e timidezza, sarei rimasto un arrampicatore provinciale dedito alle salite classiche sul Pendice e sul Pirio se, come insegna la storia, non avessi ricevuto uno scossone benefico. Lo scossone, fu l’incontro con persone nuove, soprattutto con Francesco Piardi “Kecco”; incontro che dette la stura a tutto quel bailamme che fu insieme, “il nuovo” sulle ‘pareti di casa e lo sconcerto dell’alpinismo classico locale, soprattutto per l’avvento di quei benedetti chiodi nuovi: gli “spit”…».

Francesco Piardi
«Credo che la svolta sia iniziata verso il 1977, quando abbiamo provato a ripetere in libera (ancora con gli scarponi mi sembra) la Direttissima e la Diavolo. Poi, insieme a Marco Baggio, abbiamo aperto dal basso, a chiodi, una piccola variante della Dorna, ancora oggi credo valutata 6a. La vera svolta però credo sia arrivata con la Checco e Granchio. La cosa importante da ricordare è che Granchio ha salito dal basso, slegato e in scarpe da ginnastica, il primo tiro, senza sapere se sarebbe riuscito a passare … all’epoca Granchio era veramente superiore… il tiro duro poi, il terzo, è stato liberato successivamente da Martin Scheele».

La Cresta in inverno, 1980

Sergio Billoro, attacco Comici diretta, 1976

Spigolo del Nasetto, 1977

Marco Simionato sotto il Nasetto

Marco Simionato
«Al corso conosco Granchio, dalla risata contagiosa, le mani come pinze e molto più coraggio di me. E Paolo, che sembra sempre un po’ spaesato e fa cadere i cordini… e invece è bravo e si fa anche slegato tutte le classiche. Pure la Dorna, quella che non avrò mai il coraggio di fare, io. Un mito. E poi Checco, che il corso lo ha fatto l’anno prima, e già si intuisce che vede lontano, lui. Sulla fessura Grazian mi farà provare le prime scarpette. E Tono, che già allora sfoggiava un discreto paio di fondi di bottiglia sul naso, possibile presupposto al successivo abbandono dell’arrampicata per le future glorie ipogee.
Poi per caso incontro Perlotto, che come me ogni tanto va in Pendice infrasettimana con la corriera, solo. Reduce da Yosemite mi fòlgora con i tranquilli racconti di salite che per me sconfinano nella mitologia ma soprattutto con il foot hook sullo strapiombino alle Numerate. Slegato. Chiaro che gli vado subito dietro. Si apriva un mondo intero di nuove possibilità e movimenti prima mai neanche immaginati e che poco più tardi sarebbero tornati buoni anche a tirare la libera sulle vie in Dolomiti».
_____
Tutte le foto sono di Lorenzo Trento, pensionato a tempo pieno, con acciacchi e malanni di ogni genere, frequentatore di falesie a tempo pieno. Da sempre terrorizzato dall’alpinismo e l’arrampicata, cosa che supera facilmente con abbondanti dosi di psicofarmaci. Dai più conosciuto per il linguaggio prettamente alpinistico.
Testo e foto dello strapiombo Perlotto sono di Stefano Lovison.
I brani virgolettati sono degli autori citati o tratti da Rocca Pendice: arrampicate nei Colli Euganei di Michele Chinello e Marco Simionato, Idea Montagna Edizioni, 2009.
Alpine Sketches © 2014

Stefano Lovison

Lavoro all’Università di Padova, città dove vivo. Mi piace dipingere, paesaggi urbani e soggetti alpini. La passione per i classici della letteratura di montagna e per le cronache alpinistiche da quarant'anni mi ha permesso di collaborare con la rivista Stile Alpino e di curare un blog che si occupa di storie di monti e di alpinisti.


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1 commenti:

  1. umberto ha detto:

    Molto bello!

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