Racconto

C’era una volta un sentiero che saliva in verticale

testo e foto di Angelo Ramaglia

Si chiamava Crepa Neigra la montagna
24/11/2018
5 min
logo blogger contest2018_ita_senza feccia
C’era una volta un sentiero che saliva in verticale. Era in una terra del nord poco prima dell’altro nord, quello dopo il tunnel che non c’è.

Il sentiero non esisteva sempre, c’era solo una volta l’anno e quando esisteva era una specie di festa.
Durante la festa c’era una gara. Si premiava chi arrivava prima in cima.
Chi lo conosceva, il sentiero, lo percorreva anche quando non c’era la gara, ma bisognava proprio conoscerlo. Quando c’era la gara il sentiero partiva da un prato enorme, quando non c’era la gara però nessuno doveva azzardarsi a metterci piede.
Davanti al prato c’era un maneggio, un mago parecchio irritabile tendeva a trasformare in cavallo, o asino, a seconda delle inclinazioni del malcapitato, chi si fosse avventurato a calpestarlo fuori dal giorno della festa.
Normalmente, invece, il sentiero partiva un po’ di lato, saliva un po’ di traverso, passava un po’ da un piccolo villaggio che esisteva solo un po’ quando non c’era la gara, e poco sopra diventava tutt’uno con il sentiero che saliva in verticale.

C‘erano fantasmi che ti invitavano a salire e vipere che ti sconsigliavano di ascoltare i fantasmi. 

Il sentiero era cattivo e scontroso, ma molto bello. In alcuni tratti, per proseguire, bisognava accarezzarlo con le mani.
Solo in un tratto, di pochi metri, forse dieci, smetteva di tormentare il respiro e concedeva di riprendere fiato. Persino di correre, se ne si aveva voglia e forza. Ma non permetteva a nessuno di illudersi, ecco, quello no, quello non lo permetteva.
Si faceva pregare per quasi tutta la sua lunghezza. Non era tanto lungo, solo un paio di chilometri, il problema era l’altezza, se alzavi gli occhi quanto più te lo permetteva la testa, dal pratone di fianco al maneggio del mago cattivo, al di là degli archi gonfiabili colorati, e puntavi lo sguardo poco sotto l’azzurro del cielo potevi scorgere, un chilometro sopra, una croce alta, alta, sopra una roccia a forma di ferro da stiro.
Quello era l’arrivo della gara, o quasi.

Si chiamava Crepa Neigra la montagna, e il sentiero che lo percorreva nella linea di massima pendenza era proprio nero, si perdeva nel bosco scuro e si arrampicava gradinando il terreno. Saliva e saliva e poi saliva ancora tra le radici, in una scalinata che portava al cielo fatta di rami di abete, di morbido terreno, di mani che applaudivano, campanacci che suonavano e voci che invitavano a continuare.
Quando non c’era la festa il sentiero si nascondeva ed era ancora più nero, bisognava sapere che c’era e sperare che ti permettesse di entrarci. Si doveva evitare di farlo a scendere. C‘erano fantasmi che ti invitavano a salire e vipere che ti sconsigliavano di ascoltare i fantasmi. C’erano cerbiatti che ti deridevano, gradini che si nascondevano, radici che ti sgambettavano e abeti sussurranti cose irripetibili.
Quando percorrevi il sentiero nero, che ci fosse o meno la gara, ti chiedevi, a un certo punto, dove fosse finito l’ossigeno, ti domandavi cosa ne fosse stato dei muscoli delle cosce e, se ascoltavi bene, potevi sentire gli insulti che salivano dai polpacci. Il segreto era tapparsi le orecchie e trovare alla mente qualcosa da fare.
Ma era difficile.

Quel sentiero nero, la mente, lo conosceva da anni, sapeva chi era e cosa faceva a chi ci metteva sopra i piedi.

La mente è subdola. Lei sapeva del sentiero nero. Sapeva chi era, sapeva cosa ne sarebbe stato dell’ossigeno, dei polmoni, delle gambe. Era cosciente che lei, solo lei, avrebbe permesso a tutto il pacchetto di arrivare alla croce in alto e potersi finalmente buttare per terra a cercare aria a bocca aperta subito dopo il traguardo.
Quel sentiero nero, la mente, lo conosceva da anni, sapeva chi era e cosa faceva a chi ci metteva sopra i piedi. Ma non poteva farci niente. E tu, tu eri solo una pedina che credeva di far tacere l’una e rendere meno pendente l’altro.
Povero illuso che cammina, corre, ansima e si dimena per andare in alto e arrivarci con un minimo di dignità appiccicata addosso.
Ma poi ci arrivi, magari strisci, quasi, ma ci arrivi. E lo saluti il sentiero nero che ti guarda dal basso e sa già che tornerai ancora.
Lui sa anche questo, non sembra, non lo fa vedere, ma lo sa. Ha quell’aria burbera e seriosa, ma sotto sotto sorride. Il sentiero nero ti ha lasciato dentro un marchio, una specie di virus, il desiderio di salirci in poco tempo, o in tanto, che a lui mica interessa.
Di calpestarlo con gente attorno con dei numerini sulla pancia, o da solo e senza numeri.
Di attraversare il suo bosco e arrivare fino alla croce.
Lui lo sa, è il tuo sentiero nero, e sapeva anche che prima o poi ne avresti scritto qualcosa da qualche parte.

  • Poco sotto l’azzurro del cielo potevi scorgere, un chilometro sopra, una croce alta, alta, sopra una roccia a forma di ferro da stiro.
  • C‘erano fantasmi che ti invitavano a salire e vipere che ti sconsigliavano di ascoltare i fantasmi

Angelo Ramaglia

Il mio superpotere è dare ragione a chi la vuole a tutti i costi. Il mio desiderio è scrivere cose il più possibile senza senso. Il mio benessere lo raggiungo su sentieri di montagna molto in salita e molto solitari. Il mio cruccio è la ruota del criceto. Il mio bisogno è non aver bisogno. Questa bio lascia a desiderare, avete ragione.


Link al blog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Esplora altre storie

Stiamo salendo al Monte Bianco, all’alba la nebbia ha sostituito il buio della notte... Stiamo salendo al Monte Bianco, all’alba la nebbia ha sostituito il buio della notte e poi con l’avanzare del giorno, invece di alzarsi come...

"Solo la natura era, sopra ogni cosa, davvero padrona. E questo era il monito... "Solo la natura era, sopra ogni cosa, davvero padrona. E questo era il monito ma ora abitiamo un mondo diverso e abbiamo perduto le...

Mamma, se rinasco voglio essere uno zaino. Uno di quelli belli grandi e capienti,... Mamma, se rinasco voglio essere uno zaino. Uno di quelli belli grandi e capienti, con tanti scomparti. Ma soprattutto uno di quelli che prendono i...

Un sottile muro di lamiera è il confine che separa due universi opposti. Dentro,... Un sottile muro di lamiera è il confine che separa due universi opposti. Dentro, l’angoscia si alterna senza sosta al dolore mentre l’anima si...

"Affrontare i sentieri neri per prendere di petto i nostri limiti", il suggerimento di... "Affrontare i sentieri neri per prendere di petto i nostri limiti", il suggerimento di Gianluca Stazi, giurato del Blogger Contest.2018, per un'audio storia da...

"Pensare di scalare il Campanile era uno di quei sogni nel cassetto che coltivava... "Pensare di scalare il Campanile era uno di quei sogni nel cassetto che coltivava da anni, non si sentiva mai sufficientemente sicura, nonostante i...

Per Franco Faggiani, presidente della giuria del Blogger Contest.2018, i sentieri neri ci rendono,... Per Franco Faggiani, presidente della giuria del Blogger Contest.2018, i sentieri neri ci rendono, alla fine, diversi. Forse migliori....

Proprio lì accanto alla tazzina sporca di caffè e a quella sigaretta che aveva... Proprio lì accanto alla tazzina sporca di caffè e a quella sigaretta che aveva appena avvelenato i miei polmoni. Decisi che avrei affrontato la...

E resilienti ci godiamo il qui e l’ora, cogliendo le opportunità, adattandoci a ciò... E resilienti ci godiamo il qui e l’ora, cogliendo le opportunità, adattandoci a ciò che sarà....

Prima del 1974 nessuno aveva mai sfidato in inverno la parete Nord del Camicia,... Prima del 1974 nessuno aveva mai sfidato in inverno la parete Nord del Camicia, l’Eiger dell’Appennino, uno strapiombo di oltre milleduecento metri. Ci provano l’esperto...