Racconto

Il respiro della montagna

testo e foto di Claudio Ghizzo

Attraversando l’altipiano
27/10/2018
5 min
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Il mese di novembre, quell'anno, si era trovato presto imbiancato, rendendo le cime che stavano a sentinella della valle eteree al chiarore del cielo invernale.

Jonas quella mattina si alzò presto; chiudendo la porta del tabià, l’aria gelida lo colpì con una sferzata al volto, la neve scricchiolava sotto gli scarponi e la moltitudine di stelle della volta celeste lo faceva sentire inadeguatamente debole.
L’inquietudine di quei giorni lo aveva spinto a rifugiarsi in alto, tra le praterie alpine e tra gli animali che formavano il respiro della montagna, per trovare un sollievo a quello stato d’animo che lo dilaniava. Prese la traccia ripida che dal paese saliva verso l’altipiano imbiancato, le punte dei ramponi erano salde sul ghiaccio, lo zaino gravava sulla schiena segnando le spalle, ma gli importava poco.

«Non è forse vero» pensò «che quando si sale alle terre alte lo zaino pesa solo in salita per poi diventare più leggero in discesa, come se all’interno portassimo pene che poi liberiamo, una volta in cima, affidandole alle correnti ascensionali?»

Un camoscio accoccolato nella neve lo accolse al suo arrivo sull’altipiano, lo osservò tranquillo fino a che scomparve oltre l’orizzonte, diretto verso un vecchio bivacco di cacciatori.
Voleva passare la notte lassù , al freddo e da solo, lottando contro i suoi demoni, aiutato da un fiaschetta di grappa al genepì e da alcune Huldre(1), scese apposta dalle gelide terre del nord a tenergli compagnia.
Entrò scrollandosi la neve di dosso; il sole era alto al centro del cielo: non era troppo freddo. Come era sua abitudine, aprì lo zaino e sparse tutte le sue cose nel bivacco, come a prendere possesso di quel remoto avamposto umano nella natura selvaggia. Stava bene lassù, in mezzo a quell’assoluto silenzio, accarezzato dal sole invernale, con la mente leggera e in compagnia degli abitanti della montagna, la cui vita, però, era meno poetica della sua; egli infatti si era rifugiato lì come un eremita scappando da una storia d’amore, finita troppo presto, o troppo tardi, a seconda dei punti di vista.

Si era rifugiato lì come un eremita scappando da una storia d’amore, finita troppo presto, o troppo tardi, a seconda dei punti di vista.

Alcuni stambecchi, in fila indiana, aprivano un sentiero nella neve pendente mentre lui percorreva strade dimenticate con il tempo: storie e momenti felici, svaniti da quando lei aveva chiuso la porta del loro appartamento in affitto giù a valle. Un suo amico gli aveva consigliato di andare in terapia, per salvare la relazione e per superare a testa alta quel momento, ma lui di quei sofismi non ne voleva sapere. Jonas era una persona semplice, abituato a saper soffrire.
I momenti bui li aveva sempre attraversati nascondendo il ghigno torvo e andando avanti, magari a spallate, ma senza soffermarsi troppo sulla faccenda.

«Tutto viene e tutto passa» pensò, «come viene l’inverno a coprire i pascoli, facendo sembrare tutto immobile e morto, ma allo stesso tempo destinato a tornare per far scoppiare di nuovo la vita. Come i tempi maledetti e inquieti, infatti, fanno sembrare l’animo morto, quest’ultimo in realtà brulica in attesa di una nuova primavera. Tuttavia» pensò ancora laconico, «ogni inverno lascia le sue vittime sulla neve primaverile».

Era la verità e lui lo sapeva, ma non per questo si dava per finito. Le Huldre lo avevano chiamato ancora alla natura, alla montagna che tanto amava, per farlo rinascere e diventare ancora più forte, annullando nel silenzio delle cime le urla e i pianti che ancora risuonavano nella sua testa. I tempi difficili sarebbero passati, sapeva che voleva e poteva tornare ad amare di nuovo in maniera sincera.
Mentre il sole scendeva dietro le montagne rinnovando ancora il sortilegio dell’enrosadira(2) sulle rocce dolomitiche, fece un patto con se stesso: promise che avrebbe sempre avuto il coraggio di essere sempre sincero e di non nascondere mai più le sue emozioni e i suoi sentimenti a chi voleva bene.
Lassù nelle terre alte, raggiunte solo da anime in pena e improvvisati eremiti, senza un soldo in tasca, sapeva di essere il più ricco su questa terra, perché nessuna ricchezza poteva comprare la libertà e la gratitudine di essere vivo, proprio come si sentiva lui in quel momento. Coccolato dal calore di una vecchia stufa economica, portata su a braccia da altri fratelli della montagna, con le stelle che sovrastavano il bivacco vegliandolo, tutto era perfetto.

Quella sera, per la prima volta da mesi, un sorriso e una lacrima spuntarono sul suo viso. I tempi difficili stavano passando.

  • Camoscio nella neve
  • Stambecchi nella neve

Claudio Ghizzo

Vivo al cospetto delle Dolomiti e per lavoro assisto e mi prendo cura delle persone nei loro momenti, spero sempre brevi, di malattia. Appena ho un giorno di riposo il pensiero fisso è salire sulle cime dolomitiche attorno casa, sperando sempre nell'incontro con gli abitanti della montagna per fargli una fotografia ed emozionarmi.


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