Racconto

VECCHIO PECCIO

Il fuoco di abete rosso. Il fumo blu si snoda serpeggiando basso nella cattedrale vegetale. Quiete ombrosa, muta, come i passi sugli aghi dei pecci.

testo e foto di Sara Invernizzi

05/11/2021
7 min
La pelle del Vecchio Peccio abbattuto dal fulmine è piena di muschi e funghi che non so riconoscere.

La accarezzo mentre penso a sette anni fa, quando lo trovammo odoroso di resine e fumo, abbattuto dal fulmine. Era come un gigante pallido sdraiato di traverso in una radura ammutolita nel timore di disturbarne il sonno. Mi chiedo se alle pietre stanche della baita Taina manca l’ombra lunga del gigante del bosco.

Quest’anno, mentre saliamo lungo il sentiero che serpeggia nell’abetaia, per un attimo una grossa volpe dalla coda argentea e nera, ci osserva e poi sfugge zigzagando tra i pecci, silenziosa sul muschio. Scopriamo che Nevaio Esausto si sta sciogliendo e che lo scheletro del Vecchio Peccio è stato spostato: rimangono pezzi del suo corpo immenso accatastati nella radura dove ora, dopo anni e anni, il sole entra a far appassire gli ultimi crochi, a seccare i licheni, mentre nelle foppe si scurisce la neve stanca. Tutto sembra mutare, eppure è come se restasse immobile. Noi siamo ancora qui, anno dopo anno, percorriamo questo percorso iniziatico nel pieno della primavera, agli inizi di maggio. La celebrazione delle prime notti calde dell’anno, quando è possibile accamparsi a quote non troppo elevate, ma godere dell’aria tersa e del rumore impetuoso delle valli ricolme delle acque di scioglimento delle nevi.

Nevaio Esausto si scioglie, ma è ancora lì, questo è ancora il suo tempo. È cupo e rumoroso delle acque che gli scorrono sotto, erodendolo dall’interno, mentre carcasse di alberi abbattuti e massi incastrati tra radici divelte si assembrano ai suoi piedi, molli, pucciati nell’acqua ancora fredda del torrente della Val di Vai. Nevaio Esausto è uno i pochi relitti dell’inverno che si ostina a rimanere nella cupa forra, nella quale si è accresciuto delle slavine devastanti di un intenso inverno nevoso.

Alla mattina si sale
Nevaio Esausto

Maggio sacro e stupendo. La prima notte in montagna dell’anno, una vecchia consuetudine.

Il fuoco di abete rosso. Rami umidi rubati al bosco, probabilmente frutto di piantumazioni, dove un tempo, saranno stati gli anni ’80, c’era la prima stazione di sosta per il bestiame durante la salita in alpeggio. Rimangono ancora i mucchi informi dei massi accumulati durante lo spietramento, le radure piane semicircolari degli aràl dove veniva bruciato carbone di boschi ancora più antichi, antenati del pascolo, progenitori di queste “giovani” peccete. Grossi formicai ospitano formiche sonnolente.

Il fuoco di abete rosso. Il fumo blu si snoda serpeggiando basso nella cattedrale vegetale. Quiete ombrosa, muta, come i passi sugli aghi dei pecci, nel sottobosco spoglio, dove si celebra il rituale di evocazione dell’oscurità, mentre la radura rimane muta ad accogliere il suono dello stormire delle fronde, inno sacro. Sulla soglia, al limite dell’abetaia, continuo ad avere la sensazione di una presenza, è un’ombra che si muove, mi sembra neutra, mi guarda e si nasconde. Una curiosità reciproca, voler osservare al di là del limine, nella navata delimitata dalle colonne di alberi. Non il rumore di un passo sugli aghi sparsi a terra, sui mughi e i crochi appena in fiore.

Siamo tutti silenti qui, ci lasciamo scomparire nel buio. Spiare nell’oscurità tra i tronchi come dalla serratura in ferro battuto e corroso del portale antico di una chiesina dedicata a San Rocco e ai Morti della Piaga, cercando di rubare frammenti di polittici multicolori con santi e supplizi, piccoli putti, colonne e attrezzi da martiri. Questo è più a valle, nella piccola frazione di Caprile. Questo è nelle tante piccole frazioni e paesini alpestri, dalle chiese chiuse, che invogliano ad essere spiate da serrature o finestre con grate e reticelle, per percepirne quel sentore di chiuso, cera e penombra.

La notte nella pecceta
Lacerti di affreschi

Immagini sempre frammentate, piccoli scrigni dimenticati e sprofondati nelle valli laterali, nei borghi secondari (mi capitò poi di trovare un portale spalancato su un interno dai muri trasudanti umidità, chiazze e macchie che erano quasi affreschi con storie sacre e in una acquasantiera un Rosario attorcigliato su sé stesso come una piccola biscia sulla strada assolata).

Alla mattina si sale verso la croce di vetta, passando in valli contigue e, nell’ora grigia degli umori del cielo, incombono le masse delle altre montagne, con le pareti esposte a Nord che appaiono come cupi bastioni di ossidiana.

In quelle profonde ed incavate valli a bacìo io so di tremende leggende di draghi nauseabondi nelle grotte, di spiriti notturni, di inquietanti impronte. Ma noi ci muoviamo più in alto, procedendo tra le ultime nevi marce di maggio verso la piccola croce in ferro contorta, sul limitare del bàrec senza tempo, dai massi rosa di Verrucano Lombardo, mentre polvere di neve lontana ci si impiglia nei capelli e turba i gracchi dal becco giallo e le marmotte.

Incombono le masse delle altre montagne
Il drago della Casera Serrada.

Sara Invernizzi

Tra anfratti rocciosi, borghi di crinale e nuove conurbazioni dell’arco orobico, cerco di “leggere” il territorio come se fosse un palinsesto, ricco di stratificazioni di narrazioni. Dai sentieri che percorro e dalle storie antiche, traggo ispirazione per nuove riscritture.


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