Racconto

#33 • Il cercatore di alberi

"Un albero, un albero vero, un albero. Gridava di gioia e con l’ultimo salto abbracciò finalmente quel tronco immenso e verde che solo il suo cuore poteva vedere."

testo e foto di Andrea Maroè

Aveva amato gli alberi da sempre ma non era riuscito a salvarli. A difenderli dallo sterminio.
28/12/2019
4 min
informazioni
Il suo mestiere era stato per anni quello di cercare e arrampicare alberi.

Uno scalatore, uno studioso e un esploratore di alberi e di chiome. Aveva scoperto, misurato e curato,  alcuni degli alberi più grandi del mondo, alcuni dei più vecchi, alcuni dei più strani. A lungo era andato fiero di questo suo strano e straordinario mestiere. Aveva amato gli alberi da sempre, li aveva studiati, li aveva coltivati con passione e protetti con testardaggine. Ma non era riuscito a salvarli. A difenderli dallo sterminio.

Era accaduto tanto, troppo tempo fa. O forse anche solo l’altro ieri. Non ricordava più bene. Non voleva più ricordare. Non voleva ricordare nemmeno cosa fosse un albero o come fosse fatto. Li aveva rimossi dalla memoria, dopo averli amati così a lungo.
Col suo sacco si spostava tra la terra brulla e arida, lentamente, appoggiandosi al suo vecchio bastone, memoria di tronchi che non esistevano più. Si era allontanato dalle immense megatecnopoli perché non riusciva a reggere l’impatto di quella finzione. Bivaccava masticando erbe amare, radici scure e bevendo dai rari rigagnoli che scendevano da montagne  pietrose. Sui monti, ormai caldi e vuoti, c’era ancora un po’ d’aria respirabile e a volte acqua che si poteva bere. Nient’altro però. Molti di quelli che se n’erano andati, alla fine stremati, erano tornati alle megatecnopoli, altri erano morti di stenti. Pochissimi non si erano arresi ed erano rimasti a vagabondare in un deserto di pietra o in gialle praterie, dove non correva più nessun animale e dove la tristezza era densa come il fumo che saliva dalla terra riarsa.

Orami non era null’altro che un vecchio ricurvo che si trascinava, senza memoria e senza volerla più avere.

Quel giorno il sole bruciava più del solito e decise di salire la china di una montagna farraginosa e stanca, per ripararsi a dormire sul versante nord.
Ci mise oltre due ore, col passo malfermo, la rassegnazione e il rimpianto di chi un tempo avrebbe saltato in un sol balzo, quel misero dislivello. Che senso aveva ancora la sua ribellione? Il suo vagare ondulante e zoppo sui sassi infuocati, portando  il fardello di poche inutili cose e il peso di troppi rimorsi? Era passato anche il tempo in cui trovava a volte qualcuno con cui ricordare. Era giunto solo il tempo di lasciarsi andare. Tornare terra. Finalmente in pace. Come quando ragazzo, appeso sugli alberi più alti, sentiva l’odore del cielo e il profumo della fotosintesi sulla pelle. Voleva. Voleva ancora, voleva ora. Almeno per un’ultima volta, voleva ancora, sulle sue mani rattrappite e la sua faccia rugosa,  il suono della corteccia di un grande albero e la carezza delle sue radici. Ma scacciava questi pensieri da vecchio idiota, rimproverandosi che solo il sonno voleva. Che i suoi sogni erano morti tanto tempo fa, insieme agli ultimi alberi, e che la vita non aveva altro scopo se non morire libero. Come aveva sempre cercato di fare. Arrivato in cima, si sedette dietro un masso, alla sua ombra, a riprendere il fiato che la salita, il sole e il dolore gli avevan rubato.

Erano rimasti a vagabondare in un deserto di pietra dove la tristezza era densa come il fumo che saliva dalla terra riarsa.
Voleva ancora, sulle sue mani rattrappite, il suono della corteccia di un grande albero e la carezza delle sue radici.

Strinse gli occhi, come lame tra le rughe, per guardare in fondo al canalone. Gli parve di intravedere qualcosa. Un barlume risplendente di verde. Gli parve. Si stagliava, immenso, altissimo, su un enorme fusto rossastro. Sequoia. Bisbigliò tra sé, cercando nei ricordi annebbiati. Allungò ancora la vista per meglio vedere. Impossibile. Si alzò e iniziò a scendere il canalone curioso, poggiando il vecchio peso sul bastone stanco. Più scendeva e più veramente un albero gli pareva stagliarsi davanti. In fondo alla discesa. Piantato diritto nell’ombra del canalone. Nascosto alla vista, per tutti quei lunghi anni, protetto dalle rocce a strapiombo, in quella valle dimenticata da Dio a dagli uomini. Non gli sembrava vero. Un albero. Ancora. Dopo così tanto tempo. Un albero. Gli batteva il cuore. Scendeva sempre più veloce. Cadeva sul culo, acciaccandosi le secche membra sui sassi, sbucciandosi le mani. Un albero. E iniziò  a sorridere. Mentre si rialzava, scordando il bastone e quasi correva. Ansimando. Mentre il cuore voleva uscire dal vecchio petto raggrinzito. Un albero vero. Verde. Grande. Quasi saltavano le gambe tra i sassi, come facevano sempre scendendo da giovani, nei canaloni. Rideva il vecchio saltando nella discesa a strapiombo. Un albero, un albero vero, un albero. Gridava di gioia e con l’ultimo salto abbracciò finalmente quel tronco immenso e verde che solo il suo cuore poteva vedere. Per poco ancora qualche ciottolò rotolò lontano. Poi di nuovo il silenzio.

Fu così che scomparve il vecchio cercatore di alberi. In tasca conservava, da immemore tempo una pigna, che molti anni prima aveva colto sulla cima di una grande sequoia scalata.
Ora quella foresta in fondo alla valle sussurra il suo nome.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2019. Fai sapere all’autore cosa pensi della sua storia, scrivi qui sotto il tuo commento.

Andrea Maroè

Nel folto delle foreste cerco grandi alberi. Li studio e li osservo. Li misuro e li ascolto. A volte mi faccio cullare dal loro suono silenzioso mentre sono appeso sulle loro chiome. Poi, se riesco, talvolta scrivo.


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