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Alberto Peruffo e compagni dopo 46 giorni in Himalaya stanno per rientrare dalla spedizione che li ha condotti ad esplorare l’area sud-est del massiccio del Kanchenzonga. Quello che segue è il dispaccio n.6  scritto da Peruffo il 27 maggio, da Gangtok, al rientro dalla foresta e dalle Gole del Talung.

Ora che siamo fuori dalla foresta, tutti sani e ancora in forma, per difficoltà, isolamento, qualità e quantità delle montagne e dei ghiacciai attraversati, “credo” (con un po’ di sana ambizione temperata dalla compatta e allegra benevolenza dei miei compagni giunti al 46° giorno di spedizione) di aver guidato una delle più importanti e affascinanti spedizioni esplorative himalayane degli ultimi anni. Ai piedi di un 8000. Forse “la più”. Un privilegio. Proprio considerando la foresta, che ha precluso per secoli l’accesso a questo paradiso nascosto, “the hidden paradise”, come l’ha definito il mio amico esploratore indiano Anindya Muhkerjee durante la perlustrazione del 2011. La corrispondenza dei fatti la lascio ai lettori mediante le foto allegate.

Ho guidato, dicevo, un team eccezionale. A partire infatti da Anindya Mukherjee e Thendup Sherpa, che ci hanno aperto la strada nelle impenetrabili vegetazioni delle Gole del Talung. Per non parlare degli italiani – sempre positivi di fronte alla grande complessità e ai disagi del particolare microclima – e del grande cuore sudamericano di Cesar Rosales Chinchay.

La Cresta Zemu al Kanchenzonga Sud? La vetta più alta al mondo ancora da scalare? In zona sacra? Dopo mille peripezie burocratiche-logistiche, atti di fiducia, siamo stati la prima spedizione ad ottenere l’onore-onere dal governo indiano per esplorarne l’accessibilità dal versante più difficile da raggiungere e non ci siamo mai tirati indietro nonostante le legittime perplessità dei molti amici italiani e le continue complicazioni. La Cresta Zemu è stata il nostro polo attrattore e la nostra “divinità” guida. Ispiratrice. Con i due grandi e misteriosi ghiacciai sospesi che conducono sul lato meno conosciuto del Kanchenzonga.

Lo Sperone Sud allo Zemu? La prima possibilità presa in considerazione? Un probabile suicidio. Non solo per gli alti seracchi presenti pure nel punto più debole, ma anche per la troppa neve che ha continuato a cadere ciclicamente ogni giorno. Dal Colle Sella (5440 m), raggiunto in prima assoluta dopo aver travalicato l’affascinante e valangoso Colle Tilman (una slavina poco prima del nostro rientro ha cancellato le nostre tracce), tutto ci è apparso chiaro, filmando valanghe impressionanti e raccogliendo la notte fragori di crolli terrificanti.

Lo Zemu Gap, porta d’accesso diretto alla Cresta Zemu (ramo di sinistra) è diventato invece una roulette russa. Il seracco superiore si è inclinato rispetto alla perlustrazione del 2011 di Anindya Mukherjee: l’ampiezza della fessura rilevata durante la nostra ascensione sembra indicare un imminente crollo. La pesante neve caduta, inoltre, causa ripetutamente valanghe sul primo plateau di attacco. Di neve e di ghiaccio.

Ci siamo allora alzati – dopo l’esplorazione di tutto il Tonghsiong Glacier – sul South Simvo Glacier, l’altro grande ghiacciaio sospeso e nascosto da chi percorre le orride Gole del Talung. Era la prima volta che degli uomini entravano in questo paradiso di ghiaccio, “sospeso”. Dalla Porta della Rivelazione Perenne (6036 m, altro intaglio di difficile accesso mai toccato da piede umano e dedicato a un concetto per noi importante di Fosco Maraini) abbiamo gettato uno sguardo sopra lo Zemu Gap scoprendo un passaggio di cui si intuiva la presenza, una chiave invisibile da altri punti di vista: un filo di cresta che porta in alto rispetto a quanto detto sopra, il cui attacco necessita tuttavia di condizioni molto diverse delle nostre, sia geograficamente sia di stagione.

Quella chiave non la confideremo facilmente e forse un giorno torneremo per studiare la percorribilità di quel filo. O per decretare definitivamente l’inaccessibilità della Cresta Zemu.
Almeno io tornerò. Con qualcuno dei miei attuali compagni. Rispettando Guru Rimpoche. E avvalorando ogni sillaba del grande Milarepa: attraversare montagne selvagge – senza mete precise, necessarie (aggiungo io) – è una via alla liberazione.
Il quinto tesoro del Kanchenzonga.

PRIMI APPROFONDIMENTI E RISULTATI

1. Il fatto più curioso
Abbiamo girato in lungo e in largo 3 ghiacciai himalayani, esplorato integralmente in prima assoluta 2 grandi ghiacciai pensili (e i rami minori), fatto decine di migliaia di metri di dislivello e di chilometri lineari (il CBO è stato mantenuto basso, in un punto cruciale a 3700 metri, per strategia), scalato 7 cime vergini (2 molto difficili) e travalicato-raggiunto 7 colli (porte, intagli, passaggi tra ghiacciai), 3 dei quali mai toccati da piede umano. Il punto più alto dell’esplorazione? Non è una cima, bensì un colle alto 6036 metri difeso da una muraglia di ghiaccio di 1000 metri che credo difficilmente sarà raggiunto da altre persone: la Porta della Rivelazione Perenne.

2. Una constatazione
Da quella vertiginosa porta-colle, una constatazione: queste montagne racchiuse tra i ghiacciai Tonghsiong e South Simvo, la loro grandezza, le loro creste, le continue avverse condizioni meteo generate dalla foresta, la loro selvaggia e dura bellezza, non è un luogo per uomini, ma per dei… mi viene da scrivere. E se qualche uomo ci entra, deve essere molto prudente e rispettoso di ciò che queste montagne suggeriscono: non è un posto per affermare la forza cieca dell’uomo, bensì per valorizzarne la prudenza e l’ascolto.

3. Team
Solo un team eccezionale poteva resistere a un isolamento del genere. Il durissimo e pericoloso ritorno attraverso la foresta (rivegetata dopo 40 giorni e nel massimo rigoglio della stagione, densa, umida, saponosa-scivolosa per chilometri e chilometri di equilibri instabili e infiniti saliscendi) è stato una conferma del carattere eccezionale dei compagni e di dove ci eravamo cacciati. In una regione senza possibilità di soccorso e aiuto. Senza comunicazioni satellitari, condizione impostaci dal governo. Anche una storta a una caviglia poteva creare un dramma per uscire dall’intrico di vegetazione. Solo le tue gambe sane potevano portarti fuori e una grande condizione psicologica. Con un team del genere – la cordata di punta, le guide alpine Francesco Canale (Centro Addestramento Alpino Sezione Militare Alta Montagna) e Cesar Rosales (Guide Don Bosco 6000), davvero formidabile con salite in velocità e di alto livello – se lo Zemu fosse stato possibile da sud, l’avremmo raggiunto. Ma sono le montagne a decidere il nostro destino e tutta la nostra forza (la compattezza-resistenza del team: encomiabili Davide Ferro e Andrea Tonin, mai nelle retrovie, nonché la perseveranza professionale, per non dire stupefacente energia del fotografo Enrico Ferri, specie nelle condizioni estreme della foresta) l’abbiamo riversata sui due grandi ghiacciai sospesi che si generano dalla Cresta Zemu, per poterla meglio studiare, con salite di cime vergini e di colli tecnicamente più difficili, ma con pericoli oggettivi più contenuti, facendo per qualità e quantità forse una delle più grandi esplorazioni himalayane ancora oggi possibile ai piedi di un 8000. E soprattutto ribaltando una stupida e perniciosa ideologia (ricordo l’ingenua pubblicazione “Etica dell’alpinismo”, SDPX, Manuali del CAI) che afferma: l’alpinismo è raggiungere la cima di un monte. L’alpinismo è molto di più. E le sue visioni vanno oltre il risultato puntuale. Apicale. I nostri colli lo dimostrano. Ricordando che gli obiettivi ambiziosi hanno bisogno di lunghi corteggiamenti.

4. Il molto di più. I cinque tesori
Tra il molto di più ci sono i “cinque tesori”: la cultura. La cultura depositata nei luoghi e nelle persone. La cultura delle civiltà che ti ospitano e dei componenti una squadra e che tutta insieme può fare diventare l’alpinismo uno straordinario laboratorio di civiltà e fratellanza.
Se negli altri dispacci avevamo indicato i due primi tesori come “la natura senza l’uomo” e la “rispettosa oltranza dell’uomo”, e in questo inizio di dispaccio il 5° come l’aforisma di Milarepa – “attraversare montagne selvagge è una via alla liberazione” – quali saranno il 3° e il 4° tesoro, strettamente connessi con gli altri, che Guru Rimpoche ha sepolto in qualche luogo segreto del Kanchenzonga che forse neppure corrisponde alla cima del monte?
Gli ultimi giorni siamo andati tutti in pellegrinaggio al tempio-eremo di Yongiotang, per poi raggiungere pure il Goecha-La. Una specie di lunga escursione di ringraziamento, stupore e meraviglia. Un atto di spirito. Collettivo. Incredibile, a pensarci bene, per una spedizione dopo 40 giorni di fatiche. Nessuno di noi sapeva con certezza che proprio a mezzavia del ghiacciaio del Talung, sotto la Porta Maraini (che collega in perfetta linea retta! il Goecha-La con lo Zemu Gap, l’Occidente con l’Oriente), fossero presenti i resti dell’eremo-rifugio del grande profeta tibetano Guru Rimpoche. Ai piedi del Pandim. Montagna bellissima e ora capiamo perché sacra. Sembra che il grande profeta abbia scelto questo luogo inaccessibile, questo lato imperscrutabile della montagna, del Kanchenzonga, per meditare e per formulare i suoi pensieri.
Questi altri due tesori io ho trovato avvicinandomi camminando lentamente verso questi luoghi.

Il 3° lo chiamerei la “sacralità concreta”, la percezione concreta del mistero che l’uomo nutre nei confronti della natura, della grandezza e dell’incommensurabilità delle cose, del creato, dell’altro da noi. La percezione concreta del nostro limite nei confronti di tale bellezza che può diventare all’improvviso brutale potenza, che in un solo attimo fagocita e annulla la nostra esistenza. In altre parole, il “sacro” è vivere concretamente sul limite e il concetto stesso di religione – ossia il mettersi di fronte all’assoluto, a ciò che ti scioglie, sia esso Dio o l’abisso – va riformulato. La montagna può aiutare a farlo.

Il 4° tesoro vorrei invece configurarlo con i termini del maestro guida di questa esplorazione: Fosco Maraini.
Il tesoro della “rivelazione perenne”, o dell’oralità perenne delle persone e delle cose. Perenne e non puntuale, sottolineo.

Non mi soffermo sull’aspetto religioso del concetto di Maraini. Leggetevi Dren-Giong e le testimonianze degli amici, Corbaccio editore 2013. Ma in questa spedizione le persone e le cose, le montagne, hanno dimostrato di non essere dei semplici punti. Dei risultati puntuali. Ma delle complesse relazioni organiche che possono durare nello spazio e nel tempo molto di più di un risultato puntuale. Come può essere la semplice cima di un monte. O il tocca e fuggi delle relazioni superficiali con le persone.
Quante cose ci siamo raccontati tra noi oralmente attraversando montagne, ho detto ai miei compagni mentre scrivevo questo dispaccio.
Cambiando i termini, non è necessario “salire montagne”, ma attraversarle, specie se “salire” significa solo “salire in un punto” (il risultato puntuale), trascurando tutto il resto, l’ambiente, le relazioni con le persone (team, famiglia, gente del posto). A me interessa il risultato perenne, complesso, aperto a più relazioni, visioni, variabili, luoghi, dove il risultato puntuale (come la cima di un monte) è pure una lieta possibilità (ma non una necessità).

5. Inaccessibilità
Che me ne faccio di un risultato puntuale, il salire la normale di un monte guardandomi i piedi, o di una performance nuda e cruda, se non porta con sé a nuove visioni? Niente. Se non un autocompiacimento che dura l’effimero attimo di un punto.
Noi abbiamo avuto il coraggio di partire per esplorare la parte inaccessibile del Kanchenzonga quando tutti ci dicevano di restare a casa, con la speranza di avvicinarci ai Cinque Tesori indicati da Guru Rimpoche durante le sue meditazioni (in chiave orientale) o di “fare alpinismo come l’abbiamo sempre fatto”, caricandoci di bellezza e libertà (in chiave occidentale, come credo approverebbe Fosco Maraini).
Speriamo di esserci riusciti e la condivisione sarà la prima corrispondenza con i nostri interlocutori.

6. Condivisione
Abbiamo documentato tutta la spedizione con dovizia di particolari e strumenti (avevamo con noi dei pannelli solari ad alto rendimento). Possediamo ora materiale di notevole valore. Al ritorno ci daremo da fare per fornire una documentazione utile alla condivisione: un libro, un film, una presentazione. Il probabile titolo potrebbe essere una sillaba-acronimo evocatrice: ZEE. Zemu Exploratory Expedition. “Nuove frontiere dell’esplorazione in Himalaya”. Con l’auspicio di aprirne per altre persone, per gli amici.
Continuate a seguirci.

7. Conclusione
Noi ci siamo divertiti (di-vergere) tantissimo attraversando-scalando montagne e ghiacciai meravigliosi mai toccati da occhio umano e tessendo forti relazioni culturali con persone e luoghi. 50 giorni intensissimi (oggi eravamo al Namgyal Institute of Tibetology di Gangtok dove ci aspettava la grande antropologa Anna Balikci per uno scambio di materiale su Vittorio Sella e Fosco Maraini e un primo resoconto della spedizione). E stiamo “tornando cantando”. Compatti. Rispettando alla lettera il consiglio di Giacomo Albiero, mio maestro d’alpinismo.
Quante altre spedizioni possono dire così?

Buone cose.
a_


Gli altri dispacci e i capitoli di “Snowstorm. L’ultima spedizione di Bruno Brunelt” li trovi qui http://altitudini.it/?s=snowstorm


Foto di: Enrico Ferri, Francesco Canale, Cesar Rosales, Alberto Peruffo e Davide Ferro.

Redazione altitudini.it autore del post

Red. ≈altitudini.it | La redazione di altitudini.it racconta e discute di montagna e alpinismo.

6 commento/i dai lettori

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  1. Danilo Villa il4 giugno 2014

    Tralasciando i complimenti che mi sembrano scontati e forse anche superflui.
    Vorrei dirvi semplicemente grazie, grazie di averci reso partecipi di questa grande avventura, ma sopratutto perché fa bene sapere che in c’è ancora qualcuno che non usa la montagna per soddisfare il suo ego, in una gara a chi colleziona più cime, più velocemente o con salite impossibile senza aver rispetto della vita, la propria e a volte quella degli altri. ma che la montagna la vive, la ascolta, non guarda solo la vetta ma anche la base e suoi fianchi, la attraversa e si lascia attraversare.

  2. Vittorio Giacomin
    vittorio giacomin il29 maggio 2014

    Alberto si sente che era ispirato.
    La sua scrittura è fluida, calma, solenne, modesta e potente.
    Credo che le montagne himalayane siano difficili da raccontare e descrivere perchè contengono i “cinque tesori” di cui parla Alberto, in particolare il 3°.
    Tutte le montagne sono splendide e severe allo stesso tempo, ma camminare su una morena himalayana è una sensazione che serve provare.
    Senti che il tuo rapporto con la terra si modifica, tutto diventa instabile, tutto assume un significato diverso, e per chi vive intensamente l’esperienza del camminare può veramente comprendere ciò che mi pare sacrosanto: attraversare le montagne, esserci, è molto di più che salire su un punto.
    Il “risultato perenne” è lì, in questa esperienza totale che parte dall’instabilità del tuo piede, dal sentire che ciò che sta sotto le tua suola non ti appartiene perchè fa parte di mondo che puoi solo parzialmente sperimentare con umiltà.
    Ringraziamo Alberto che ci ha mostrato questa “seconda vista” e che ci ha permesso di guardare dal buco della serratura un mondo meraviglioso.
    Vittorio Giacomin

  3. MiMiz So il29 maggio 2014

    stupendamente meraviglioso

  4. Anna Grego il29 maggio 2014

    Un saluto a tutti e in particolare a Davide e Cesar che ho avuto modo di incontrare e conoscere la scorsa estate in Perù durante la salita dell’Huascaran Sur e altre cime. E come dici tu Alberto, Giacomo Albiero è un grande ed ha insegnato molto anche a me assieme a Piero Radin.

  5. Anna Grego il29 maggio 2014

    Leggendo quanto scritto da Alberto, la mente cercava il suo viaggio esplorativo all’interno del racconto stesso. Bellissimo. Credo che avere la fortuna di appoggiare i piedi su quelle aree immacolate sia già una salita unica e rara e possa veramente riempire il cuore di felicità e saziare la vista e lo spirito dell’umile alpinista davanti a tanta bellezza.

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