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Valle del Mis, ph. Marco Cassol, Demis Scopel (in alto)

C’è chi invoca il rispetto per l’ambiente, chi si appella al desiderio di mantenere selvagge certe aree del territorio montano, chi addirittura parla di atti vandalici: gran vociferare ultimamente tra i frequentatori della Valle del Mis e gli amanti della montagna in merito a evidenti segni rinvenuti di recente lungo sentieri e “viaz”.

Grandi scritte accompagnate da bolli rossi, in passaggi a volte obbligati, e da frecce con rivoli di vernice, e varie piante tagliate inutilmente a mezz’aria, come un maggiociondolo di almeno cinquant’anni cresciuto lungo una cengia erbosa, peraltro senza ostacolarne l’attraversamento. In altre zone invece metri e metri di nastri di plastica avvolti intorno agli alberi.
Segni che si aggiungono ad altri già presenti nelle aree limitrofe della Val Canzoi e delle Vette Feltrine in generale, all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, e che non appaiono, anche per la grossolanità con cui sono stati fatti, né autorizzati né in sintonia con altre tracce, come mughi tagliati e ometti, lasciate un tempo in maniera misurata e discreta sia da chi la valle la viveva quotidianamente, come boscaioli e cacciatori, sia da escursionisti ed alpinisti che si sono prodigati per mantenere i percorsi esistenti anche ad uso di altri.

La protesta, non nuova visto il dibattito già presente tra gli appassionati, come come nei post qui pubblicati da Andrea Perini (Bolli sì, bolli no), oltrepassa i sentieri di montagna, quei “pochi luoghi incontaminati obbligati alla vernice selvaggia”, arrivando a correre veloce tra i vari canali del Web dove sono in molti a commentare il fatto compiuto da persone che “tolgono ogni soddisfazione a chi è alla ricerca di posti incontaminati”, “confondono la sicurezza con l’arroganza”, sfogano le proprie ambizioni in modo che “a farne le spese è la natura montana, quel poco di territorio che è rimasto selvaggio nel nostro Paese”, come scrive in proposito Luca Visentini, scrittore di montagna.
Pietro Sommavilla, anch’esso compilatore di guide, una proprio dei Monti del Sole, invoca una modalità di rapporto dell’uomo con la montagna più discreta, pur evidenziando la necessità di recuperare gli antichi legami del uomo con il suo ambiente e citando in proposito l’articolo “Sentieri” scritto da Giovanni Angelini, medico, alpinista e grande divulgatore delle montagne bellunesi, specie zoldane. Già oltre quarant’anni fa, quando ancora non si era perduto come oggi  il contatto dell’uomo con la montagna, Angelini si chiedeva: “Dove sono i sentieri della nostra prima età? Che sicuramente c’erano e più non sono. Non molti, penso, che vanno sui monti pongono mente alla vita dei sentieri: che pur vivono della vita degli uomini. Quanti, ripeto, si chiedono come un sentiero nasce e progredisce, si conferma e consolida, ha deviazioni o varianti o interruzioni, ovvero decade si deteriora si smarrisce o si cancella, infine scompare?”. L’articolo esordisce con un perentorio: “È venuto anche il tempo dei sentieri, degli umili sentieri” e continua invitando a fare un’opera di recupero, attraverso il riconoscimento dei segni rimasti sul terreno e dei segni sulla carta, dei luoghi la cui storia è rivelata anche dalla toponomastica. Con un ammonimento: “Certo tutto può rientrare in un ben ordinato piano regolamentare, ma se gli uomini di fatica vanno di propria iniziativa all’avanscoperta e lasciano in coda libera mano a qualche allegra fantasia giovanile può conseguire anche l’imprevisto: che un sentiero “di picche” risulti in definitiva segnato quale sentiero “di coppe” o “di cuori”. Ma a lungo severi “ometti” di pietre sapientemente accatastate vigileranno come colonne miliari sull’opera insigne e sui passi contrastati”.

Il sociologo Diego Cason, che ha accompagnato fin dagli inizi la nascita del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, di cui la Valle del Mis è la principale via di penetrazione, parla della Valle come di un “territorio dall’orografia complessa, con ambienti interessanti e molto belli ma non facili, dove può ben rimanere anche la libera possibilità di esplorazione. Per questo i segni ci sono già, basta saperli vedere”.
Sui rischi connessi con indicazioni ambigue interviene Fabio Rufus Bristot del Soccorso Alpino: “Informazioni lasciate sul terreno in modo random favoriscono la possibilità che qualcuno, indotto su sentieri non conosciuti, si trovi anche in forte difficoltà come purtroppo la letteratura statistica spesso ci ricorda. C’è responsabilità per chi segna un sentiero, soprattutto in un territorio oltremodo severo e con ridotta copertura telefonica. Questi interventi andrebbero condivisi con i vari portatori di interessi mettendo la sicurezza al primo posto.” Non si esime, il responsabile delegato del Soccorso Alpino bellunese, nemmeno da un commento di tipo estetico: “I segni dovrebbero essere minimi e rispettare i canoni e i marchi caratteristici”, concludendo ironicamente: “Se quello che si sta facendo in Valle del Mis è il presupposto per un reality show,  siamo sulla strada giusta!”.

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3 commento/i dai lettori

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  1. Enrico Levrini il2 dicembre 2015

    Sono esterrefatto. Non avrei mai pensato che qualcuno arrivasse a toccare anche la Valle di Mis.
    Da appassionato frequentatore dei Monti del Sole non posso che espirmere il mio rammarico.
    Spero che quanto segnalato in questo post rappresenti una eccezione e che la zona rimanga “naturale” come è sempre stata. – https://plus.google.com/107163424391570809115

  2. Giorgio Madinelli
    Giorgio il29 novembre 2015

    Trascendendo dalla risposta di Andrea che come al solito non è né carne né pesce, voglio dire a Pieranna che ha fatto bene a visualizzare lo scempio e riportare le critiche a queste operazioni fatte da intellettuali e organizzazioni che si occupano della sicurezza.
    Purtroppo il problema è comune in tutti gli angoli delle Alpi ed è sempre perpetrato da “reucci della valle” che pensano e sostengono di dare una mano a chi a differenza loro non ha l’assiduità e la capacità di affrontare certi ambienti. Ancora purtroppo, sono sempre di più coloro che vogliono fare certe cose, per l’appagamento del loro narcisismo e la conquista di un curriculum da sfoggiare nella loro comunità sociale; saltando, grazie ai verniciatori tutte le tappe che invece prevedono itinerari di questo tipo: esplorazioni, ritorni su ritorni, fatica e sudore. Prova ad immaginare: più di qualcuno che ha letto il tuo post l’avrà trovato una notizia interessante, perché ora, finalmente, potrà andare in luoghi che erano nei suoi sogni.
    Siamo imputriditi su noi stessi e ce ne freghiamo di tutto il resto. Su una cosa poi che è di tutti, la montagna, non ci riflettiamo nemmeno un istante e ci facciamo sopra le porcherie più efferate.

  3. Andrea Perini
    Andrea Perini il25 novembre 2015

    Ciao Pieranna. Hai giustamente denunciato questo nuovo episodio in cui, dalla descrizione che ne fai, l’azione sembra essersi abbattuta in modo improprio e senza discernimento, creando probabilmente uno scempio. Oltretutto non ce ne era neppure il bisogno visto che, a quanto dici, segni e tracce erano già presenti, e se proprio ci fosse stato il bisogno di una “rinfrescata” bisogna pure sapere fare le cose, altrimenti meglio lasciare stare. Se possibile, mi piacerebbe sapere più precisamente su quali itinerari si sia abbattuto tale atto così da poter prendere visione e farmi una idea più chiara di quanto successo.
    Infine mi sembra evidente quanto una “opera di recupero” (così come invocata da Angelini) sia difficile da interpretare e attuare, talvolta venga fraintesa e ne possa scaturire l’”imprevisto” … come già detto ci vorrebbe più dialogo e comunque competenza e umiltà.

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