Simonetta Radice sul passo delle Farangole

Simonetta Radice sul passo delle Farangole

Pala Ronda Trek_02Ogni anno i gestori dei rifugi delle Pale di San Martino offrono al vincitore del Blogger Contest il Palaronda Hard Trek (4 notti in ½ pensione nei 4 rifugi delle Pale e un pass in funivia per la salita al rifugio Rosetta). Simonetta Radice è la vincitrice del Blogger Contest.2015 e questo è il racconto della sua avventura sui sentieri del Palaronda Trek nell’estate 2016.  ______________________________________________________________________________________________

Era da tanto tempo che non tornavo alle Dolomiti. A dire il vero, le ho sempre frequentate pochissimo: troppo lontane per un weekend, troppo affollate in agosto… eppure furono loro a decidere del mio amore per la montagna.
Era l’estate del 1993: bastò qualche facile escursione nel gruppo del Sella, all’ombra delle pareti del Sass Pordoi, bastarono le stelle alpine della Val Lasties e uno sguardo alla sagoma dirupata del Piz Boè: il patto con le cime era ormai stretto.

Quest’anno sono tornata, in una zona che non avevo mai visto ma che avevo in qualche modo frequentato nelle suggestioni di più di uno scrittore: il Deserto dei Tartari di Buzzati, Le Città Invisibili di Calvino, la Signorina Else di Schnitlzer. Suggestioni letterarie a parte, la mia scarsa frequentazione delle Dolomiti non è solo un fatto meramente logistico. Per me che non arrampico e nemmeno salgo vie ferrate, queste montagne mi sembravano, almeno da lontano, lo specchio della mia inadeguatezza e della mia scarsa intelligenza motoria. Così inizialmente, presa da nonsocosa, decisi che invece il Palaronda Trek sarebbe stato il mio riscatto, avrei assolutamente fatto la versione “hard” e mi sarei allenata per un anno su tutte le ferrate possibili per risolverlo poi in grande scioltezza.

Non andò esattamente così. A maggio avevo ancora gli sci ai piedi e di ferrate non avevo fatta nemmeno mezza. Così pensai che avrei potuto tranquillamente fare il soft trek, e in fin dei conti andava bene comunque. Non erano state le escursioni più semplici a farmi innamorare delle Dolomiti? Però, però, il soft trek in fondo era fin troppo soft, le tappe un po’ troppo brevi e così, studiando la carta, io e il mio compagno abbiamo elaborato una sorta di medium level trek… che poi abbiamo portato a termine solo in parte, perché il meteo si è messo ovviamente di traverso. Nonostante tutto, comunque, la magia che mi aveva incantata allora si è ripetuta quest’anno e il viaggio mi ha lasciato la cosa più bella che un viaggio possa lasciare: la voglia di tornare.

Giorno 1
Il viaggio da Milano a San Martino di Castrozza è piuttosto lungo, così, una volta giunti a destinazione, decidiamo pigramente di usufruire degli impianti del Col Verde, che ci lasciano a pochi minuti dal rifugio Rosetta, dove ci fermeremo per la notte. È già pomeriggio quando arriviamo, l’altipiano avvolto nelle nebbie rivela una dopo l’altra, come fantasmi in fila, le sagome delle persone che tornano a valle con la funivia. Nonostante la scarsa visibilità, decidiamo comunque di salire la vicinissima cima Rosetta, sperando in una tardiva schiarita. Schiarita che, naturalmente, non ci sarà, e restiamo sulla cima un po’ straniati, galleggiando nelle ore di questo pomeriggio in cui “tutte le vacche sono bianche”, aprendo e chiudendo la macchina fotografica, giocando con il paradosso di fotografare… il nulla. Raggiungiamo infine il rifugio Rosetta dove, tra una buona birra e una fetta di torta, decidiamo l’itinerario per l’indomani: Il meteo promette bene.

Giorno 2
Era Omero che diceva dell’aurora dalle “dita rosate”? Mi pare di sì, pure se le albe sue contavano altre latitudini. Avevo capito che la giornata sarebbe stata bella: nella notte, sentivo agitarsi un gruppo di giovani fotografi a caccia di cieli stellati, il momento era finalmente propizio. La nostra tappa prevede la salita alla cima di Fradusta per il sentiero 707 e la discesa al rifugio Treviso per il passo Pradidali Basso prima, e il passo Canali poi. È un giro di largo respiro che ci manterrà in cammino per circa 6 ore e che ci permetterà di attraversare una vasta porzione dell’altipiano, oltre che di ammirarlo dall’alto dei 2939 metri della vetta di Fradusta. La salita alla cima è facile: quinte di roccia si aprono a ogni passo, mentre le nubi celano e svelano nuove pareti che sfumano evanescenti man mano che l’occhio abbraccia nuove porzioni d’orizzonte. Il ghiacciaio è ridotto all’osso, mostra a tratti le ossa scure di ghiaccio vivo, eppure sembra un pochino più coperto rispetto alle foto impietose viste al rifugio che lo ritraggono nella bollente estate del 2015. Sui sentieri incontriamo pochissime persone e in realtà la folla che temevo, su queste montagne, non la incontreremo mai. In cima mi siedo e finalmente guardo montagne che non mi sono familiari. L’occhio è attratto dal bivacco delle Guide sulla cime della Pala di San Martino, un invito impossibile, più che superfluo. In basso la distesa bianca dell’altipiano, quasi scintillante, nell’ora più calda del giorno. Indugiamo tra cima e antecima per poi ridiscendere al Pradidali basso. Invece di prendere il sentiero 708, più diretto verso il passo Canali, decidiamo di allungare ancora con il 711. Mentre ci avviciniamo al passo Canali il tempo inizia a cambiare ed entriamo nelle nubi. Un canale detritico ci porta finalmente a imboccare la Val Canali e a prendere il sentiero che conduce lungamente al rifugio.
“Sono vegetariana” dico.
“Vuoi lo spezzatino di seitan?” mi chiede il gestore.
Resto quasi spiazzata ed è davvero squisito. Che a me, di solito, il seitan nemmeno piace.

Altopiano delle Pale di San Martino e rifugio Treviso (ph. Tommaso Forin)

Altopiano delle Pale di San Martino e rifugio Treviso (ph. Tommaso Forin)

Giorno 3
Il programma di oggi avrebbe voluto raggiungere il rifugio Pradidali per il passo delle Lede e il bivacco Minazio, un percorso lungo i sentieri 707, 711 e 709 che prevede un tratto attrezzato e sembra davvero molto bello. Lo pregustiamo dalla terrazza del Treviso, sperando che, per una volta, le previsioni sbaglino.
Non sarà così. Il meteo, apparentemente sereno, non promette nulla di buono già al mattino presto, così non senza averci pensato e ripensato, decidiamo di salire al Pradidali per il percorso classico del soft trek, scendendo verso malga Canali e Malga Pradidali. La scelta si rivela giusta, ma non sufficiente per risparmiarci un grandioso temporale sulla parte alta del sentiero, in anticipo di circa tre ore sulle previsioni. Era da tanto che non mi capitava, e mai l’avevo visto caricare così velocemente. In pochissimi minuti, quelle che sembravano innocue gocce si trasformano in un diluvio corredato da lampi e tuoni al gran completo.
“Che cosa facciamo?”
“Niente”.
Per un po’ proseguiamo ostentando indifferenza ma a un certo punto, essendo il temporale esattamente sopra di noi, decidiamo di abbandonare le racchette e di accucciarci lungo il sentiero, stando a debita distanza. Non c’è molto altro che si possa fare, sto ferma e guardo le pareti soprastanti (ma per fortuna lontane) scaricare acqua e sassi. Passiamo così una buona ventina di minuti. Non appena i fenomeni sembrano diminuire di intensità, proseguiamo fino a raggiungere delle provvidenziali balme che offrono un insperato quanto gradito rifugio. Aspettiamo che il temporale si plachi del tutto e poi copriamo velocemente il poco dislivello che ci separa dalla bellissima conca del rifugio Pradidali. La tregua durerà poco e la pioggia ci terrà compagnia per il resto del pomeriggio. Solo verso sera riuscirò finalmente a fare quattro passi fino alle acque tranquille al laghetto Pradidali e a fotografare sua maestosità il Sass Maor.

Cime dei Lastei, Val Pradidali, rifugio Pradidali

Cime dei Lastei, Val Pradidali, rifugio Pradidali

Poiché alla fine non mi sentivo in grado di fare la ferrata del velo, parte del percorso hard trek, decidiamo con gran dispiacere di non andare all’omonimo rifugio Velo ma di ritornare al Rosetta attraverso il passo di Ball e lungo il sentiero attrezzato 702, alternativa che sembra più interessante rispetto al sentiero 711 già percorso il secondo giorno. La mattina, però, il tempo è tutt’altro che stabile, c’è nebbia e sembra che abbia voglia di piovere ancora. Dopo lunga indecisione, vista anche l’esperienza del giorno prima, scegliamo alla fine per il percorso più breve ancora attraverso il passo Pradidali Basso. Si rivelerà un eccesso di prudenza, perché fortunatamente non incontreremo temporali in giro. Ma ci diciamo che forzando un po’ il passo, qualora migliorasse nel pomeriggio, si potrebbe salire la Vezzana dal Rosetta.
Per certi versi sono questi i momenti in cui la montagna ti mette veramente alla prova. Hai aspettato questo momento, hai pianificato l’itinerario, hai pregustato l’idea di esplorare nuovi sentieri e nuove vie e poi il tempo ha l’ultima parola, che è quasi sempre diversa dalla tua. La mia strategia in questi casi è concentrarmi solo sul qui e ora annullando il più possibile i pensieri e non lasciare che quel che non si è fatto possa guastare quel che invece si può fare. Non ci si immerge mai due volte nello stesso fiume e non si calca mai due volte la stessa roccia. Oggi l’altipiano è virato in giallo e mi ricorda, non so perché, il pelo bagnato di un Golden Retriver (unicuique suum, ad altri ispirò il Deserto dei Tartari). È un pianeta lontano, un luogo immateriale dove giocare a perdersi, un immenso nulla dove nascondersi a se stessi e dove il tempo sembra perdere di significato.
“Davvero siamo passati di qui l’altro giorno?”
Al rifugio Rosetta pioviggina e la salita alla Vezzana non sembra fattibile o quanto meno sensata. Quando la giornata sembra volgere leggermente al meglio, sono già le tre e allora ci dirigiamo verso la vicina cima Corona e, scendendo da quest’ultima, saliamo anche sul dirimpettaio Dente del Cimone, che ha qualche facile passo di arrampicata nella parte finale. Di rientro al Rosetta chiacchieriamo con due ragazzi emiliani molto simpatici, che per il giorno dopo hanno in programma la ferrata Bolver Lugli. Qui scopro che avremmo potuto raggiungere il rifugio del Velo attraverso il sentiero attrezzato della Vecchia e senza fare la ferrata… ma a questo punto è troppo tardi, sarà per un prossimo giro! Trascorriamo una serata in allegria e ci prepariamo per la lunga tappa del giorno dopo: dal Rosetta raggiungeremo il rifugio Mulaz attraverso il passo delle Frangole.

Dente del Cimone, passo Bettega, val Pradidali

Dente del Cimone, passo Bettega, val Pradidali

Giorno 5
Finalmente il sole sembra proporsi in maniera un po’ meno timida. Siamo ben lontani dall’avere una giornata limpida, ma la traversata al Mulaz non sembra quantomeno compromessa. Ci incamminiamo così lungo il sentiero 703 che, costeggiando lungamente la Val di Gares, porta al passo delle Frangole seguendo l’alta via delle Dolomiti numero 2. Si intuisce l’ambiente grandioso, a tratti le nubi sembrano alzarsi svelando guglie e pareti. Effettivamente non mi aspettavo tanta solitudine tra queste montagne e invece in tutta la traversata non incontreremo quasi nessuno. Non c’è quasi più traccia di neve e risultano inutili i ramponi che avevamo portato, viste le relazioni di due settimane prima. Il tragitto è assai lungo e l’ultimo tratto su sfasciumi parecchio faticoso, tant’è che quando vedo la scala sono addirittura contenta (normalmente mi terrorizzano). Il tratto attrezzato al passo delle Frangole è molto facile e l’ambiente davvero suggestivo, peccato il freddo non permetta di indugiare più di tanto, presto vediamo la sagoma del rifugio Mulaz, che raggiungiamo senza difficoltà. Il rifugio è poco affollato a quest’ora, così approfittiamo per pranzare con ottima pasta ai funghi mentre chiacchieriamo con il rifugista.
Per me che frequento soprattutto le montagne dell’Ovest, le Dolomiti sono sinonimo di sviluppo turistico, nel bene e nel male. Ma è solo camminando i loro sentieri che capisco che le Dolomiti non sono affatto tutte uguali. Con il rifugista chiacchieriamo dei tempi prima della crisi, in cui le presenze erano moltiplicate, in cui “c’era ancora la classe media” e gli alberghi di San Martino erano pieni. È l’eterno problema della montagna al tempo della crisi: che fare per attirare le persone? Davvero le aree con minor presenza di impianti di risalita sono destinate a essere penalizzate? È realistico e sensato pensare di tornare ai livelli del turismo degli anni 70 o 80? O bisogna ripensare la fruizione della natura? Non Sono domande che restano sospese, senza risposte facili, con il solo pensiero che la cultura del camminare in Italia ha ancora molta strada da fare.

Ancora pochi passi alla vetta del Monte Mulaz; la cima del Monte Mulaz (ph. Tommaso Forin)

Ancora pochi passi alla vetta del Monte Mulaz; la cima del Monte Mulaz (ph. Tommaso Forin)

Giorno 6
Finalmente ci svegliamo con una bella giornata. Sono solo 400 i metri di dislivello che ci separano dalla cima del Mulaz, facile ma con un panorama davvero strepitoso, dalla Marmolada al Civetta, dal Sassolungo alla Val Venegia, dal passo delle Frangole percorso il giorno prima alla Vezzana che non siamo riusciti a salire… visto che abbiamo l’intera giornata a disposizione per arrivare a San Martino, indugiamo sulla cima più del solito godendo della temperatura mite, della perfetta solitudine e, per una volta, della quasi completa assenza di nubi. Alla fine, però dacché una volta in cima non si può che scendere, ci decidiamo a tornare verso Passo Rolle lungo il sentiero 710.
All’altezza del pian della Vezzana possiamo osservare lo stato del ghiacciaio del Travignolo, il maggiore ghiacciaio delle Pale, che occupa il canalone del Cimon della Pala e la cima della Vezzana. Sebbene molto rimpicciolito, la copertura nevosa sembra ancora abbastanza buona, le temperature fino ad ora non sono state eccessive. Da qui risaliamo alla baita Segantini e scendiamo prima verso Passo Rolle, poi verso San Martino, senza aspettare l’autobus.
Devo dire che l’idea di tornare a valle dopo questi giorni di relativo isolamento… non mi attira per nulla. Il silenzio, i passi sui sentieri, il telefono che finalmente non prende, tutto questo non è ancora finito e già mi manca.
Salire è una scelta, ma scendere è davvero indispensabile?

Epilogo
Sono stata molto felice di aver fatto questo giro perché mi ha lasciato la voglia di tornare, di addentrarmi di nuovo tra questi sentieri che accarezzano pareti, di scoprire le valli più nascoste e magari, di cominciare a frequentare la roccia, a piccoli passi.
Infine, un ringraziamento ai gestori dei rifugi del Palaronda che ci hanno accolto, dato indicazioni, chiacchierato con noi aiutandoci a scoprire questo meraviglioso angolo di terre alte che ci ha davvero incantato. A loro l’augurio di continuare a svolgere il loro lavoro con la stessa passione, e di saper interpretare al meglio il meraviglioso ambiente in cui vivono in questi tempi.


Il giro classico del Palaronda Trek (hard) www.palarondatrek.com

1° giorno: San Martino di Castrozza – rifugio Pradidali. Da San Martino di Castrozza ci si porta nella suggestiva zona dell’altopiano delle Pale servendosi degli impianti di risalita Colverde – Rosetta, da dove lungo i sentieri 702 e 715 si raggiunge il rifugio Pradidali attraverso la bellissima Val di Roda in circa h 2,30. Cena e pernottamento al rifugio Pradidali.

2° giorno: rifugio Pradidali – rifugio Velo della Madonna. Dal rifugio Pradidali vi sono due possibilità per raggiungere il rifugio Velo della Madonna. Percorrere la via ferrata del Porton e del Velo, molto attrezzate e piuttosto esposte, che attraversano ripide pareti e profonde valli (h 4.00/5.00). Percorrere il sentiero attrezzato Nico Gusella più semplice con la possibilità di salire sulla Cima Val di Roda e poi la ferrata del Velo, difficoltà media (h 5.00/6.00). Cena e pernottamento al rifugio del Velo.

3° giorno: rifugio Velo della Madonna – rifugio Canali – Treviso. Dal rifugio Velo attraverso il bellissimo sentiero attrezzato del Cacciatore che corre alla base della suggestiva parete del Sass Maor attraversando ripidi pendii erbosi si scende in Val Pradidali da dove su facile sentiero immerso nel bosco si raggiunge il rifugio Treviso (h 5.00/6.00). Cena e pernottamento al rifugio Treviso.

4° giorno: rifugio Canali – Treviso – rifugio Rosetta (SAT)Dal rifugio Treviso lungo il sentiero 707 si raggiunge il Passo Canali e quindi il bordo orientale dell’altipiano, sempre lungo il sentiero 707 si arriva in prossimità del ghiacciaio Fradusta (possibilità di salire Cima Fradusta, (2939 m, h 1.30) quindi al rifugio Rosetta (SAT), (h 6.00). In serata dal rifugio Rosetta (SAT) possibilità di ammirare il tramonto sulla Cima. Cena e pernottamento al rifugio Rosetta (SAT).

5° giorno: rifugio Rosetta (SAT) – ferrata Bolver Lugli – rientro a San Martino di Castrozza. Attraverso i sentieri 701/712 si raggiunge in circa 1 h l’attacco della ferrata Bolver Lugli, una delle più belle e suggestive ferrate delle Dolomiti, molto interessante non solo per il panorama ma anche per la difficoltà ed esposizione (dislivello della sola ferrata 500 m). Possibilità di concatenare la salita alla Cima Vezzana, la più alta cima del Gruppo delle Pale (3192 m). Rientro attraverso il sentiero 716 al rifugio Rosetta (SAT) e quindi con l’impianto a valle.

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Simonetta Radice autore del post

Simonetta Radice | Giornalista pubblicista, addetta comunicazione. Da sempre amo la montagna e tutto ciò che ha a che fare con essa. La libertà è un poco al di là delle tue paure. Vivo tra Milano e Gignese (VB) e questo è il mio blog http://estateindiana.wordpress.com/

1 commento/i dai lettori

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  1. Roberto Castellini il1 novembre 2016

    Belle le Pale, le Dolomiti non Dolomiti in quanto non sono fatte di dolomia. Bel resoconto intenso e coinvolgente

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