Racconto

IL MIO SOGNO BIANCO NEL GRANDE NORD

Dopo 25 anni di alpinismo e di sci estremo, Anselmo sente il bisogno di vivere qualcosa di diverso. Nasce così l'amore per i grandi spazi selvaggi dell'artico e la bellezza di viverli grazie ai propri cani.

testo e foto di Anselmo Cagnati

09/05/2021
6 min
Ricordo ancora come fosse oggi la sera di quel 7 aprile 1997.

All’uscita del terminal degli arrivi internazionali dell’aeroporto di Montreal, camminavo nervosamente avanti e indietro per il marciapiedi attendendo con impazienza che qualche buon’anima venisse a prendermi.
L’aria frizzante proveniente dall’artico era un chiaro preludio che l’inverno lassù, nel grande nord, non era ancora finito. D’altronde, era ciò che ero venuto a cercare in Canada. Dopo 25 anni di alpinismo e di sci estremo sentivo la necessità di qualcosa di diverso e contavo di trovarlo nei grandi spazi innevati dell’artico canadese. Per questo mi ero aggregato ad una spedizione con i cani da slitta organizzata da Françoise Beiger, un esploratore-avventuriero francese che ha dedicato gran parte della sua vita alla scoperta e alla valorizzazione dei popoli indigeni dell’artico. Lo scopo era quello di raggiungere da Radisson, nel nord del Quebec, il villaggio di Chisabisi sulla Baia di James, dove vive uno dei più numerosi gruppi di nativi Cree del Canada settentrionale. Non sapevo nulla sui cani da slitta né, tanto meno, sulle condizioni di vita dei popoli del freddo ai quali Françoise, attraverso le sue spedizioni che avevano scopo culturale ed umanitario, dedicava tutte le sue energie.

Fu lì, lungo quei 300 km di taiga che separano l’ultimo insediamento civilizzato dalla grande baia di Hudson, che scoprii il fascino dei grandi spazi incontaminati e della natura selvaggia ma soprattutto che tutto ciò che stavo vivendo era possibile grazie grazie ai cani. No, non era coercizione o egoistica necessità di sfruttamento degli animali per soddisfare un bisogno personale di evasione, ma una complicità ancestrale, un patto tramandato nei secoli attraverso il dna che faceva di questi animali dei fantastici compagni di viaggio. E fu lì, durante quelle notti passate in tenda, incantato dai bagliori dell’aurora boreale, che decisi, appena il lavoro me lo avesse permesso, di diventare un musher, di costruire un mio team e di dedicare una parte della mia vita sportiva all’attività coni cani da slitta.

Dopo 25 anni di alpinismo e di sci estremo sentivo la necessità di qualcosa di diverso e contavo di trovarlo nei grandi spazi innevati dell’artico. 

Fin dagli inizi capii che ciò che veramente mi affascinava di questo sport erano i grandi spazi incontaminati dove potevo soddisfare il mio bisogno di avventura. Fu naturale quindi essere attratto dalle grandi gare di lunga distanza che si svolgono per lo più in Alaska e in Scandinavia. Nonostante avessi passato alcuni anni a costruire e formare un team di otto cani per potermi avvicinare a questa disciplina, le prime esperienze non furono semplici. Nel 2009 partecipai alla Sedivakuv Long, una gara stage race di 222 km che si svolge in quattro giorni sui monti Tatra, nella Repubblica Ceca. Arrivai lì fiducioso e pieno di buoni propositi: i cani erano ben allenati e, tutto sommato, 50-60 km al giorno non mi sembravano così difficili da percorrere. Tuttavia, già alla partenza, la mia slitta in vetroresina nuova di zecca appena arrivata dalla Francia e mai provata non resse alle sollecitazioni e un montante si tranciò di netto. Lo aggiustai lungo il percorso con nastro adesivo americano ma ovviamente la slitta era inguidabile e fu un calvario arrivare alla fine della prima tappa. L’anno successivo ci ritornai con la mia vecchia slitta di legno super collaudata e tutto andò per il verso giusto. Stavo costruendo, passo dopo passo, con tanti errori e imparando dagli altri, il mio bagaglio di conoscenze e di esperienze necessari per affrontare queste sfide.

1997, spedizione alla Baia di James (Artico canadese).
Amundsenrace 2013.
Il check point di Storåbränna durante l’Amunsenrace 2013.

Nel 2013, a Strömsund, nella Lapponia meridionale, partecipai alla mia prima gara di lunga distanza non-stop, l’Amundsenrace.  L’avevo scelta non con criteri razionali ma istintivamente perché mi affascinava il nome della competizione che rende omaggio al grande esploratore norvegese Road Amundsen che nel 1911 raggiunse il Polo Sud grazie al contributo determinante dei cani da slitta. Di queste gare sapevo solo che, a differenza delle stage race che sono delle gare a tappe, si viaggia dall’inizio alla fine per più giorni in autosufficienza, che ci sono lungo il percorso dei punti di sosta chiamati check point dove alimentare e far riposare i cani, ma poco più. In montagna avevo fatto esperienze di ogni tipo, salite invernali con un tempo infame, bivacchi imprevisti, sfacchinate faticosissime e per questo non avevo timore dell’impegno fisico. Tuttavia, i 320 km dell’Amundsenrace furono devastanti sia per me che per i cani, arrivai al traguardo che letteralmente non stavo in piedi e ci misi qualche giorno a riprendermi del tutto. Ecco, se ero alla ricerca di uno sport tranquillo e poco faticoso per tenermi attivo nell’età avanzata, l’avevo trovato. Lì capii che in questo tipo di gare conta sì la preparazione fisica del musher e dei cani ma che altrettanto importante è l’aspetto gestionale del team dove l’alimentazione dei cani e di se stessi e la gestione dei tempi di riposo e di attività hanno un ruolo determinante.

Tuttavia vissi anche dei momenti indimenticabili. Ce n’è uno speciale che generalmente si vive alla prima gara di lunga distanza quando, non si sa per quale misteriosa ragione, i cani capiscono che il traguardo è vicino e improvvisamente ritrovano ritmo e nuove energie. E’ il momento in cui si capisce in modo chiaro e inequivocabile che si arriverà alla fine. Non è in prossimità del traguardo, ma ben più distante, quando mancano ancora molti chilometri, quando magari si è ancora alle prese con difficoltà di vario genere (stanchezza, dubbi, cani che sembrano non averne più….) e nonostante ciò, improvvisamente, si acquisisce la consapevolezza di avercela fatta. In quel momento, che è un momento magico e irripetibile, vengono le lacrime agli occhi e tutti i sacrifici, i lunghi allenamenti, le rinunce, acquistano un senso compiuto e così si chiude il cerchio.

 Lo sleddog di distanza è uno sport totalizzante che condiziona la vita.

Quando iniziai a praticare questa attività il mio sogno era di partecipare a una delle grandi gare di lunga distanza del Nord-Europa. Tuttavia, dopo aver concluso l’Amundsenrace, nonostante le difficoltà, mi fu chiaro che quello sarebbe stato solo l’inizio di un lungo percorso. Pian piano i sogni si trasformarono in obiettivi. Da allora cominciai a focalizzarmi seriamente su questo tipo di gare cercando di migliorare soprattutto la parte gestionale e cioè la distribuzione delle energie, l’alimentazione dei cani, il rapporto tra movimento e riposo. Oggi posso dire di avere un team affidabile che mi permette di vivere queste esperienze in modo consapevole senza spingermi ai limiti delle capacità psico-fisiche mie e soprattutto dei miei cani. Lo sleddog di distanza è uno sport totalizzante che condiziona la vita. Per una gara che si conclude in 3-4 giorni c’è dietro un lavoro enorme che dura tutto l’anno, giorno dopo giorno, fatto di allenamenti, di cure ai cani, di gioie e di dolori, dove i cani sono al centro di tutto e condizionano qualsiasi aspetto della vita. Questo significa impegno, fatica, rinunce, viaggi, spese.

Sosta lungo il percorso.
L’attenzione per l’integrità delle zampe dei cani.
Partenza alla Femundløpet.

Perché lo faccio? Non lo so, forse per la stessa ragione per la quale vado in montagna, un insopprimibile desiderio di vivere esperienze autentiche nella natura. Quando mi trovo in perfetta solitudine sui ventosi altopiani innevati della Scandinavia o quando esco dal check point nel buio della notte e mi immergo nella foresta boreale dove gli unici rumori sono l’ansimare dei cani e il fruscio della neve sotto pattini della slitta, provo una sorta di appagamento e di pace interiore che mi riconcilia con me stesso e con la vita. Credo che questo sport, in un mondo dove tutto è noto e a portata di mano, rappresenti una delle poche possibilità rimaste per vivere avventure autentiche nella natura selvaggia dove l’ignoto e l’imprevisto hanno ancora un significato.

Io vivo e mi alleno nelle Dolomiti. Fare il musher di lunga distanza fra le montagne più belle e frequentate del mondo non è affatto semplice. L’ambiente, ovviamente, è impareggiabile, partire al tramonto per salire al Passo Valles o a Baita Segantini quando la massa dei turisti è ormai rientrata è qualcosa di impareggiabile che permette di vivere la montagna in un modo diverso e più autentico, ma dietro alle foto e ai video spettacolari si celano enormi difficoltà a trovare dei trail percorribili con un chilometraggio adeguato. Le montagne più belle del mondo sono anche le più antropizzate e lo sleddog non è, ovviamente, una attività tradizionale e socialmente accettata come avviene nei paesi nordici. I cani da slitta sono perfetti per fare le foto da mettere sui depliant pubblicitari o per fare qualche servizio televisivo a scopo promozionale del territorio ma poi, nella realtà, mettere insieme 20-30 km in un territorio fruito ovunque dal turismo di massa diventa spesso una vera impresa.

Credo che questo sport, in un mondo dove tutto è noto e a portata di mano, rappresenti una delle poche possibilità rimaste per vivere avventure autentiche nella natura selvaggia.

Old Tjikko è un abete rosso[1] di circa 9563 anni, alto 5 metri e situato su un altopiano del Parco Nazionale di Fulufjället nella Svezia Centrale. Si tratta del più antico albero-clone vivente non appartenente ad un genet . E’ stato scoperto anni fa da un ricercatore dell’Università di Umea che l’ha chiamato così in ricordo del suo defunto cane. Per preservarlo non è mai stata resa nota la sua esatta ubicazione e ciò gli conferisce un’aurea di mistero. Questa curiosità ha ispirato e dato il nome al nostro progetto per l’inverno 2021, un inverno anomalo e particolare nel quale tutte le grandi gare scandinave di lunga distanza sono state annullate a causa della pandemia. Così, insieme al mio compagno di avventure Luca Fontana di Piandelagotti, abbiamo deciso di realizzare un tour con i cani in completa autonomia nel nord del Dalarna, una regione montagnosa della Svezia centrale in prossimità del confine con la Norvegia.

In quattro giorni, fra il 17 e il 21 febbraio abbiamo percorso circa 300 km attraversando foreste, laghi ghiacciati e vasti altopiani oltre il limite della vegetazione forestale fermandoci a bivaccare dove capitava. E’ stata un’esperienza fantastica, un viaggio contemplativo, immersi completamente nella natura selvaggia del Dalarna, senza lo stress che inevitabilmente caratterizza le gare.
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[1] “Old Tjikko Project” è diventato un docu-film con finalità pedagogiche che mostra la bellezza e il fascino del grande nord e documenta cosa vuol dire viaggiare con un team di cani da slitta nelle grandi distese innevate del nord Europa mostrandone i vari aspetti spesso sconosciuti.

Old Tjikko Project 2021

foto:

Fig. 1 / Il mio team di otto cani sulle Alpi dell’Alta Savoia (Francia) durante una delle più importanti gare europee stage race: La Grande Odisséè. Qui, nel 2018, abbiamo vinto il titolo di miglior team di razze nordiche e acquisito la consapevolezza di poter affrontare le grandi gare scandinave.

Fig. 2 / 1997, spedizione alla Baia di James (Artico canadese). In questo viaggio ho capito cosa vuol dire muoversi in autosufficienza nella natura selvaggia del grande nord e ho conosciuto il mondo dei cani da slitta.

Fig. 3 / Alla mia prima gara di lunga distanza non-stop (Amundsenrace 2013) mi rendo conto di quanto possono diventare duri 300 km sulla slitta. Uno dei miei cani leader, dopo aver dato tutto, si fa gli ultimi 30 km comodamente trasportato nella sacca godendosi il panorama.

Fig. 4 / La luce dorata del mattino inonda il check point di Storåbränna durante l’Amunsenrace 2013. L’atmosfera di pace e di tranquillità che si respira ai check point delle gare di lunga distanza è uno degli aspetti che mi fanno amare questo sport. E’ un ritorno alle cose veramente essenziali della vita (mangiare, bere, recuperare le energie), tutto il testi viene lasciato fuori.

Fig. 5 / Sosta lungo il percorso. Talvolta è necessario fermarsi a riposare anche al di fuori dei check point prestabiliti e i cani sfruttano qualsiasi momento utile per recuperare energie. La cura dei cani è un aspetto di fondamentale importanza nelle gare di lunga distanza. Solo dopo aver alimentato i cani e preparato un comodo giaciglio per consentire loro di riposare il musher può pensare a sé stesso.

 Fig. 6 / L’attenzione per l’integrità delle zampe dei cani assume connotati quasi maniacali nelle gare di lunga distanza. Apposite protezioni in cordura, chiamate booties, riducono di molto la possibilità di ferite specialmente in caso di neve ghiacciata ed evitano la formazione di fastidiose palline di neve fra le dita. (foto Enzo Lombardi)

 Fig. 7 / Partenza alla Femundløpet, una delle più importanti gare di lunga distanza della Scandinavia. La partenza di questa gara, che avviene nel centro storico della cittadina mineraria di Røros, dichiarata patrimonio UNESCO, è altamente spettacolare ed emozionante. (foto Enzo Lombardi)

 Figg. 8-9-10 / Alcuni momenti di Old Tjikko Project 2021. Il nostro tour in autosufficienza di 300 km nel nord del Dalarna (Svezia centrale) ha attraversato foreste, laghi ghiacciati e zone montane oltre il limite della vegetazione forestale. La preparazione del bivacco per il riposo notturno è uno degli aspetti più importanti e come sempre primariamente le attenzioni sono riservate alle esigenze e al benessere dei cani.

Anselmo Cagnati

Anselmo Cagnati

E' nato e vive a Falcade (Belluno). Laureato in Scienze Forestali, dal 1981 ha lavorato al Centro Valanghe di Arabba occupandosi di previsione valanghe e cambiamenti climatici in area alpina. Alpinista e sci alpinista con oltre 500 salite in Dolomiti, 20 vie nuove e numerose prime discese sciistiche nei gruppi delle Pale di San Martino e della Marmolada. Ha partecipato a spedizioni scientifiche in zone polari e sub-polari, a spedizioni alpinistiche in Sudamerica e in Himalaya e a spedizioni con i cani da slitta nell’Artico canadese e alle Isole Svalbard. Autore di oltre 120 pubblicazioni scientifiche sulle tematiche nivologiche e coautore di guide sci alpinistiche. Da oltre dieci anni partecipa a gare di lunga distanza con i cani da slitta in Scandinavia.


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