AP_AUTOCORRIERA_01

Oblitero il biglietto e mi intrufolo a disagio nel primo sedile libero. Capi tecnici, zaino , scarpe da trekking, dove vado di lunedì mattina?

In fondo, alcuni adolescenti si isolano dal resto del mondo grazie ai loro auricolari.
Qualche sedile più avanti due anziane parlano tra loro, composte, con la borsetta sottobraccio.
Siamo in pochi, e solo io punto il naso oltre il finestrino, contro il caotico profilo di rocce, nitido contro il cielo azzurro.
Scendo dopo appena quindici minuti, e mi ritrovo sul bordo della statale 203, intento ad ammirare le cime coperte di neve che circondano la conca agordina.
Tutti quelli che frequentano le Dolomiti percorrono  innumerevoli volte i venti chilometri che separano la Val Belluna da Agordo.
Pochi si sono presi la briga di pensare al Canale di Agordo come uno spazio autonomo e degno di considerazione, e non solo la porta di accesso all’ammagliante mondo dei tremila metri e delle pareti vertiginose.
Pochi sanno che oltre le acque limpide del Cordevole, sospeso a mezza costa sui pochi metri di spazio disponibile, corre un itinerario che storicamente collegava la montagna, le sue miniere, i suoi boschi, i suoi pascoli e la sua gente, con la pianura, per molti secoli ingorda di tutto questo.
In mezzo, un mondo ormai scomparso.
Solo i nomi impressi sulle mappe tengono il conto della storia tenacemente appesa ai ripidi strati di Dolomia.

Imbocco rapido il sentiero che sale nel bosco, mi immergo quasi con foga.
Percorro un morbido sentiero invaso dai giovani frassini, che presto piega svelto sotto una cengia rocciosa, per poi trasformarsi in una mulattiera militare protetta da solidi muri di pietra, e diventare infine una strada asfaltata ormai abbandonata.
Il tempo e lo spazio si espandono, ma le tracce sono così labili che per essere scovate devo concentrarmi su ogni metro.
Mi assale la frustrazione per un passato definitivamente sepolto sotto pochi centimetri di foglie morte, spazzato via da una piena, da una frana, dalla progressione costante e inesorabile della natura.
Mi soffermo di fronte all’imponente Val Pegoléra, in una macchia di pino silvestre dalla cui corteccia si ricavava la pece, la pégola appunto, per impermeabilizzare le navi veneziane che attraversavano il Mediterraneo.
Dalla valle principale si dipartono le laterali, ordinatamente classificate in base alla risorsa che fornivano.
Ecco quindi che per trovare l’albero adatto bastava seguire la Val Fagarè (faggio), la Val dei Pez (abete rosso), la Costa Làrese (larice) o il Bosconero (pino silvestre o pino nero).
Se invece si cercava un prodotto specifico bastava risalire la Val Carbonere (carbone di legna), la Val delle Antenne, dove con antenna si intende un fusto adatto per l’alberatura della nave, o la Val de le Bòre, la legna da fuoco già preparata di misura.

Il sentiero prosegue verso sud seguendo l’andamento del pendio, entra nelle forre umide, corre in equilibrio sulle cenge dove c’è poco spazio, si allarga tranquillo sui rari tratti pianeggianti, si erge di vedetta sulle coste esposte e si nasconde furtivo nel folto del bosco.
Quindi, senza preavviso, scende con rapidi tornanti, supera un torrente, aggira frettolosamente uno sperone roccioso, infine si perde sulle ghiaie e le sabbie del Cordevole.
La verde piana dei Salét, il cui nome tradisce ancora una volta l’origine alluvionale e la vegetazione arborea dominante, si affaccia come un miraggio dopo l’angusto percorso nel bosco.
Emergo soddisfatto dal tuffo nella storia e nella geografia, mi gusto gli ultimi facili chilometri all’ombra di enormi olmi e pioppi, poi decido che vale la pena sdraiarsi sul prato al sole e rubare un’ora al pomeriggio tiepido.
Tre camosci pascolano indisturbati in fondo alla distesa verde.
Di là del bosco e del torrente, lontano e distratto, corre il traffico della statale 203.

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Andrea Pasqualotto autore del post

Andrea Pasqualotto | Sono guida naturalistica, giornalista e viaggiatore, vivo a Belluno. Dopo gli studi di Scienze Ambientali presso l’Università di Venezia, di Reykjavik e di Roma, mi sono dedicato a progetti di conservazione della biodiversità coltivata e di sviluppo rurale. Attualmente mi occupo di educazione ambientale ed ecoturismo nelle Dolomiti Bellunesi e collaboro con alcuni giornali su tematiche ambientali ed agroalimentari.

3 commento/i dai lettori

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  1. Lot Gioacchino il22 giugno 2014

    Tu sapessi Andrea, ma sicuramente lo sai, quanto bisogno ci sarebbe di educazione ambientale nel nostro territorio! A parole, tutti concordi! in concreto pochissimi ottemperano alle più elementari regole della cura del territorio, nemmeno a quello di propria pertinenza. Io c’ho provato molte volte a persuadere, specialmente con l’esempio; risultato? fatica sprecata e derisione, ma non mollo! la mia coscienza non me lo permetterebbe! Ciao.

  2. Bruno Battaglia il22 giugno 2014

    Questo articolo mette a proprio agio. Sembra di essere lungo il sentiero a fianco dell’autore, come compagno di viaggio e camminando, come al solito succede in montagna, si impara sempre qualcosa.

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