Verso Barranco Camp. Il sentiero attraverso boschetti di Senecio Gigante, i tronchi raggiungono anche i 7–10 m di altezza e fungono da serbatoi di acqua
di Lorena Nicola ≈

L’idea, buttata lì per caso, è nata dopo aver partecipato ad una serata di foto di montagna. Era un venerdì sera di fine ottobre e serate così ricche…

di foto, racconti ed emozioni ne avevamo viste tante, ma quella sera è stata particolare ed è scattata in noi la voglia di fare qualcosa di più “grande”. Abbiamo iniziato a pensarci, a valutare quale cima e quale periodo, ne parlavamo sempre al condizionale quasi fosse qualcosa di irrealizzabile, ma già sapevamo che saremo partiti.
Non ci abbiamo messo molto a decidere che la cima doveva essere il Kilimanjaro. Agosto era un mese adatto per la salita al Kilimanjaro e i voli, se prenotati per tempo, non erano costosi. Abbiamo valutato anche la durata del viaggio e a differenza di altri trekking, ad esempio in Sudamerica, non c’era bisogno di star fuori molti giorni. Dieci giorni erano più che sufficienti per raggiungere il “tetto d’Africa”.
Abbiamo proposto l’idea ad altri amici appassionati di montagna ed è stata grande la sorpresa nel ricevere un riscontro positivo. Per tutti valeva un po’ la considerazione: «Non è facile che mi ricapiti un’occasione simile con un gruppo di amici pronti ad una simile esperienza». Forse era il momento giusto per tutti noi e così tra fine dicembre ed inizio febbraio avevamo già acquistato i biglietti dell’aereo e definito i contatti con l’agenzia.

Si parte in sette: un gruppetto ben affiatato, …

carico d’entusiasmo e con la voglia di raggiungere la cima a tutti i costi. L’allenamento non manca a nessuno. Siamo tutti abituati alle fatiche della montagna e i dislivelli non ci preoccupano; semmai sono i problemi fisici legati all’altitudine a destare qualche apprensione: nessuno di noi è mai salito a quote elevate e per questo faremo tesoro di tutti i consigli che ci daranno le nostre guide.
Per raggiungere la cima ci sono parecchie vie, noi scegliamo la Machame Route, considerata la più panoramica. Per la cima sono sufficienti sei giorni di cammino, ma tutti siamo d’accordo nell’aggiungerne un giorno in più, per meglio abituarci alla quota e non compromettere l’esito del trekking. Col senno di poi è stata sicuramente la scelta migliore.

Il giorno della partenza, nonostante la guida si presenti alle 8.30, non riusciamo a lasciare il Machame Gate prima delle 11. Il piazzale è un brulicare di portatori in attesa di partire. Ci registriamo, come faremo tutti i giorni ad ogni campo che arriveremo, e una volta sbrigate le formalità da parte della guida, finalmente, siamo pronti a partire.
Il passo lo fanno le nostre guide, Alex, Juma e Cassey, ed è veramente molto molto lento. La nebbia ci accompagna lungo tutto il sentiero e solo verso sera lascia il posto a qualche schiarita che ci apre la vista verso la “la montagna”.

Il primo giorno, sul sentiero nella foresta pluviale, verso il Machame Camp

Raggiungiamo il campo a metà pomeriggio e, come accadrà nei giorni successivi, ci portano subito un po’ d’acqua calda per lavarci un po’ alla meglio, almeno i piedi. Nella tenda mensa i portatori hanno già preparato la merenda con pop corn, the caldo, caffè e cioccolata. Alle 18 ceniamo e alle 19 siamo tutti a letto.

Secondo giorno: partiamo da 3000 metri e arriveremo a 3850 metri. Oggi il tempo è un po’ più soleggiato e il sentiero si fa un po’ più ripido. Ci lasciamo alle spalle la foresta pluviale e veniamo accolti da un paesaggio più arido e ricco di arbusti.
Arriviamo al campo verso le 13, pranziamo e poi impieghiamo il pomeriggio per fare un giro nei dintorni. Qualcuno di noi inizia già a sentire la quota, accusa un leggero mal di testa e la sensazione delle vertigini. Il giorno dopo dovremmo fare un passo a 4600 metri per poi ridiscendere a 3950 metri e questo dovrebbe attenuare i problemi. In realtà chi sta male farà veramente molta fatica a raggiungere i 4600 metri della Lava Tower e l’arrivo al campo allevierà solo in parte il malessere.

In questo terzo giorno il paesaggio cambia totalmente. Quando iniziamo a scendere da Lava Tower il deserto d’alta quota, che finora ci ha accompagnato, lascia il posto a una valle ricca d’acqua e vegetazione. Il campo è tra tutti il più suggestivo. Si trova in una posizione incantevole e il tramonto visto da quassù è davvero spettacolare. In piena notte riusciamo a vedere le luci del paese di Moshi. Il cielo è indescrivibile, una miriade di stelle che ci sembra quasi di toccarle da quanto sono grandi e vicine a noi.

Il quarto giorno purtroppo siamo avvolti per tutto il tempo da una nebbia che non ci permette di godere il paesaggio intorno a noi. Arriviamo a quota 4300 metri già alle 13. Oggi è una tappa breve e così sfruttiamo il pomeriggio per riposarci. La quota per chi sta male continua a farsi sentire. Il problema è per Loris, ha forti giramenti di testa che non diminuiscono. Loris è un tipo tenace e decide comunque di arrivare fino all’ultimo campo e poi vedrà se riuscirà a proseguire fino sulla cima.

Il quinto giorno raggiungiamo l’ultimo campo e un po’ ci dispiace perché sappiamo che è l’ultimo prima della discesa. Abbiamo atteso così tanto questo momento ed ora vorremo che il tempo si fermasse.
Anche oggi non sarà un tappa lunga, sono solo 300 metri di dislivello. Raggiungiamo il Barafu Camp alle 13 e poi ancora riposo in vista della salita finale. Iniziamo ad essere un po’ tutti agitati, ormai ci siamo.
La cena viene servita presto e alle 18,30 siamo già a letto. Ognuno cerca di riposare come meglio può. La sveglia è a mezzanotte: thè caldo e biscotti. All’una si parte. E’ buio e davanti a noi vediamo solo una lunga fila di luci: le pile frontali di chi è partito prima di noi. Siamo di buon umore e iniziamo a salire. Non fa freddo, ma man mano che ci alziamo di quota arriva anche il vento e questo un po’ ci disturba. Abbiamo tutti le mani gelate ma stringiamo i denti e si va avanti. Ogni tanto una breve pausa, un sorso di the caldo e poi si riparte.
Impieghiamo poco più di cinque ore e mezza a raggiungere Stella Point a 5750 metri. Qui vediamo il sorgere del sole e il panorama ci lascia senza fiato. Riusciamo anche a scorgere la cima e in un attimo la stanchezza e la tensione spariscono.
Attacchiamo gli ultimi 150 metri di dislivello consapevoli che ormai ce l’abbiamo fatta e intanto davanti a noi appare quel che rimane del ghiacciaio del Kilimanjaro.

25 agosto, ore 7.45,  finalmente sul “tetto d’Africa” (5895 metri)

Alle 7.45, dopo 1300 metri di dislivello, raggiungiamo finalmente il “tetto d’Africa” e l’emozione è grandissima. Ci abbracciamo forte e ognuno di noi pensa a quanto ha desiderato questo momento. Ci siamo tutti, anche Loris che stava male ce l’ha fatta ed è con noi per l’immancabile foto sotto il cartello che certifica di aver raggiunto il punto più alto dell’Africa, l’Uhuru Peak a 5895 metri.

In vetta: Uhuru Peak sul Kibo a 5895 metri

Ci prendiamo mezzora di pausa e poi ripartiamo. La discesa che ci aspetta sarà lunga e dovremmo scendere sotto l’ultimo campo, fino a quota 3100 metri, a causa della mancanza d’acqua al Barafu Camp.
Dalla cima riusciamo a perdere quota facilmente scivolando lungo i divertenti ghiaioni e nonostante impieghiamo solo un’ora e mezza ci sembra di non arrivare mai. Raggiungiamo le tende ormai stanchi morti e abbiamo solo voglia di dormire. Per fortuna siamo in anticipo sulla tabella di marcia e due ore di meritato riposo non ce le toglie nessuno.
Verso le 13 riprendiamo il cammino in direzione Mweka Camp dove passeremo l’ultima notte. Iniziamo a scendere molto lentamente, il sentiero è in leggera pendenza e piano piano abbandoniamo il paesaggio desertico dall’aspetto lunare.
A metà pomeriggio siamo al campo. Anche se stanchi siamo tutti di ottimo umore e ci godiamo questa ultima sera ricordando i bei momenti trascorsi insieme.

Siamo al settimo giorno, partiamo presto e in due ore ritorniamo a Mweka Gate. Che grande soddisfazione! Registriamo per l’ultima volta il nostro arrivo e ormai il pensiero per tutti noi è uno solo: la doccia calda che ci aspetta in albergo.

Note sul trekking al Kilimanjaro
– Il trekking, con la salita alla cima del Kilimanjaro, si è svolto dal 20 al 27 agosto 2012. Il Kilimanjaro con i suoi 5895 metri è la vetta più alta del continente africano.
– 7 giorni effettivi di trekking. Da Moshi, il paese dove alloggiavamo in albergo prima e dopo il trekking, abbiamo raggiunto in 45 minuti d’auto la partenza del trekking al Machame Gate. Salita effettuata lungo la Machame Route e discesa lungo la Mweka Route
– 4750 metri circa il dislivello in salita e altrettanti in discesa
– Oltre al trekking sono stati effettuati due giorni di safari al lago Manyara e al Cratere Ngorongoro
– Organizzazione: Lorena Nicola
– Agenzia di supporto in Tanzania: Scenery Safaris – Moshi
– Partecipanti: Lorena Nicola, Gianpietro De Bacco, Giuliano Bertelle, Loris Specia, Stefano Pisan, Marco Bettega, Miriam Bedin

 

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Redazione altitudini.it autore del post

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3 commento/i dai lettori

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  1. BB il13 febbraio 2016

    Complimenti! Vi invidio molto. Per arrivare in vetta come ci si deve equipaggiare? È pericoloso o alla portata di tutti? Grazie!

  2. daniele il16 giugno 2015

    Posso immaginar quanto deve esser stata grande la soddisfazione…nel raggiungere un simile traguardo… mi piacerebbe mettermi in contatto con qualc’uno di voi per aver ulteriori informazioni.
    Saluti daniele
    La mia e-mail é piccoloprincipe8@yahoo.it

  3. Eddy il22 novembre 2012

    Quella sera in sala Guarnieri a Pedavena c’eravamo anche noi, in mezzo a tanta gente, nel vivere attraverso le foto e la voce di Claudio la sua grande passione per le montagne del mondo.
    Nel vedere e sentir parlare di posti così meravigliosi, non può che venir voglia di andarci!
    Chi sa quanti lo avranno fatto, magari anche solo per un attimo, facendo un bel viaggio con la fantasia.
    Voi ci avete creduto in quel sogno, dandogli forma, ed è davvero bello vedervi assieme sul tetto d’Africa. Bravi!
    E adesso, qual è la prossima meta?!

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