Il Baltoro di Nadim

K2 EXPEDITIONUrdukas (Pakistan), 18 giugno 2014 — Quando ti immagini di dover attraversare a piedi uno dei più grandi ghiacciai del mondo la mente corre ad immagini artiche, dove il bianco della neve si scontra solamente con il blu zaffiro del cielo privo di nuvole.

In verità quando metti il primo piede sul Baltoro potresti credere di essere ovunque tranne che sul ghiaccio: una pietraia grigia alternata a banchi di sabbia proprio identica a quella del mare.
Solo ogni tanto una spaccatura nel terreno rivela la vera natura del manto sottostante, ma non si creda di vedere il cuore di panna, perché il ghiaccio, lì sotto, è scuro come il carboncino delle matite.

Nadim aveva costruito un piccolo giaciglio di sassi in una zona rocciosa a lato del ghiacciaio, proprio in un punto dove turisti ed alpinisti transitavano a migliaia ogni estate.
Era furbo Nadim, perché aveva scelto di costruire la sua capanna sopra la roccia vera, ma soprattutto perché aveva avuto la geniale intuizione di portarci dentro un po’di bibite, qualche pacchetto di biscotti e una dose industriale di the.
La Coca-Cola dovrebbe pensare di girare uno spot nella capanna di Nadim, perché la bramosia con la quale i viandanti sgranano gli occhi dinanzi una bottiglia di bibita fresca messa in bella mostra sul davanzale di un bar inaspettato è senz’altro più convincente che cento pubblicitàdi allegre bevute di analcolici in famiglia.

Che illuminazione, Nadim! Lui decuplicava i prezzi e dopo un estate così aveva guadagnato abbastanza soldi per tutto l’anno, ed aveva potuto comprare delle coperte moderne per tutta la famiglia, più calde degli stracci e della paglia con cui arrancavano cercando di sopportare il terribile, lungo inverno.
Quando fu nuovamente tempo per tornare ad aprire la baita, la stagione estiva successiva, Nadim si caricò uno zaino bello pesante di ogni genere alimentare e si avviò verso il ghiacciaio. C’era qualche nuvola, ma non ci fece caso, sognando in anticipo orde di turisti assetati e pacchetti di rupie da riportare a valle per l’inverno: cosa avrebbe potuto permettersi quest’anno? Come minimo una bella giacca pesante.

Camminava lentamente, la schiena incurvata dal fardello alimentare e gli occhi fissi in terra. Ma il ghiacciaio è traditore, pare la coda un predatore gigantesco che si finge immobile ma che striscia lento, scomodo nel suo giaciglio sbriciola blocchi di granito come fosse gesso, si apre in crepacci tendendo trappole micidiali, ti batte sul tempo ed è sempre pronto a mutar forma. Camminava e pensava, Nadim. E non si accorse che il sentiero che aveva calcato tante volte non c’era più: spezzato, reso impraticabile, trasformato in una linea tratteggiata intervallata da buchi, massi erratici insormontabili, marmitte d’acqua gelida. Gli omini, pile di pietre messe l’anno prima a distanze regolari per rendere facilmente individuabile il sentiero anche in caso di scarsa visibilità, sembravano aver rotto le righe sparpagliandosi qua e là.

Maledizione, stava scendendo anche la nebbia, anzi iniziava a piovere. Doveva assolutamente ritrovare la baita ed accendere il fuoco.
Ansimava, aumentava il passo ma si trovava sull’orlo di un dirupo, o davanti ad un nuovo accumulo d’acqua. In più la quota gli accorciava il fiato, anche se era allenato si trovava pur sempre sopra i quattromila metri.
La pioggerella divenne temporale, poi tempesta. Nadim si era perso, forse girava in tondo, forse aveva superato la meta e non l’aveva nemmeno vista.

Calò l’oscurità. Il vento algido gli batteva sulle mani e sui piedi scalzi, era senza dubbio l’alito della morte. Sfinito si lasciò sedere sopra un sasso incastrato nel ghiaccio, tremava più per il freddo che per la paura. Poi il freddo scomparve rapidamente, lasciandolo dapprima totalmente privo di sensazioni e poi dolcemente cullato da un soporifero torpore.
Questa è l’ultimo gesto di compassione che la Morte riserva a coloro destinati a morire assiderati, li accompagna cullandoli spegnendo tutti i recettori nervosi. La sorte oltre che essere crudele a volte ama prendersi gioco delle sue vittime: la schiena carica di quello che gli serviva per comprarsi indumenti caldi e lui lì a morire di freddo.

Stava per chiudere gli occhi quando vide un luce, calda, non accecante, una fiammella che giocava fra i turbini del vento. Era la fine, pensò, ecco le allucinazioni. Ma la fiamma si avvicinò e ne sentì tutta l’energia, il calore che emanava lo spinse ad alzarsi. La voleva inseguire, e questa avanti e indietro come un cane quando è impaziente di raggiungere una meta ma torna ossessivamente dal suo padrone, per correre subito avanti di nuovo. E più si avvicinava più sentiva il suo corpo pervaso di calore, le sue dita riprendendo la sensibilitàlo facevano urlare di dolore, e lui sempre più veloce, col fagotto sulle spalle.
La luce non indugiava mai, tracciando una linea immaginaria elegante e sinuosa. La stava raggiungendo, la stava toccando, l’aveva quasi presa… quando urtò in una porta di legno.
La luce scomparve. Incredibile, quella era proprio la sua baita.

Nadim non seppe mai cos’era stato a salvarlo, e non ne fece mai parola con nessuno. Magari era un’allucinazione, ma a lui piaceva pensare che fosse una favolosa creatura dei ghiacci, e da quel giorno non dimenticò mai di lasciare qualcosa da mangiare nascosto dietro ad un sasso, casomai il suo piccolo amico avesse avuto fame.

Toro Bill

K2 EXPEDITION

Presso K2 basecamp (Pakistan), 23 giugno 2014 — Nonostante le corna demoniache il toro Bill era tranquillo e pacifico come un coniglietto. Di solito i proprietari del bestiame di Askole non usavano dare nomi agli animali, ma quando era nato, il nostro piccolo paffuto bovino aveva suscitato tanta simpatia nel pastore Habbas da meritare un trattamento differenziato.

Correva sempre sugli antichi terrazzamenti d’alta quota resi fertili dai fiumi alimentati dagli eterni ghiacciai, il vitellino Bill, e tutti lo riconoscevano per il triangolo bianco che aveva sul testone di folta pelliccia nera.
Gli occhi scintillanti si voltavano curiosamente ad esplorare ogni angolo del villaggio.
Passarono le stagioni, Bill si nutriva e cresceva, i suoi muscoli si sviluppavano ed il muggito si faceva più greve. Godeva della sua totale libertàpasseggiando in paese, scendendo alla pozza a bere o sdraiandosi a ruminare all’ombra di una grossa pianta.

Un giorno notò un grosso movimento al villaggio: tante persone e animali si disponevano in una lunga fila lungo la strada. Vide giungere il suo padroncino, e lui gli corse incontro festosamente, leccandolo con la lingua ruvida. Habbas lo abbracciò, gli legò una vecchia fune intorno al collo e si avviò verso la carovana. Cosa stava succedendo?
Doveva essere una gita: C’erano capre, una gran quantitàdi equini e molti uomini. Si avviarono: Bill procedeva trionfante, il vento fresco scostava leggermente le sue lunghe crine, ed i suoi piedi calpestavano nuovi terreni suscitando trepidante curiosità.

Era tutto così bello, ma c’era qualcosa di strano: ogni volta che tentava di far amicizia con gli asini, i muli o i bardotti questi si ritraevano guardando tristemente per terra, radunandosi in piccoli gruppi e ragliando fra loro.
Dovevano essere invidiosi, pensò Bill. D’altronde loro erano stati caricati con grossi bidoni pesanti e avevano a faticare molto su per certi ripidi sentieri. Anche Habbas a volte pareva stranamente torvo e silenzioso, ed una sera gli era quasi parso d’intravedere una lacrima sgorgare dal suo occhio marrone.
Doveva mancargli molto la sua famiglia, pensò, ormai erano diversi giorni che erano in cammino. Le capre poi erano sparite, si vede che avevano rinunciato per la fatica. Quando per l’alta quota i terreni erbosi lasciarono il posto alle pietre ed al ghiaccio, Bill fu enormemente felice nel vedere che il suo padrone aveva caricato su un cavallino una gran quantità di fieno profumato, tutto per lui.
Che bravo Habbas! Ecco perché gli equini ce l’avevano con lui, che era a spasso in vacanza mentre loro lavoravano, e dovevano pure portargli il pranzo.

Quando arrivarono ai piedi della montagna il convoglio si fermò, erano giunti alla loro meta. Che magnifico panorama si vede da qui, pensò Bill. Ormai era sera, e tutti si distesero per dormire.
La mattina quando il sole dorato iniziò a disegnare lunghe ombre e a riscaldare le pietre, Bill si svegliò, come tutti gli altri. Notò qualcosa di strano, alcuni uomini parlottavano e il suo padrone Habbas annuiva, e si vedeva che era un po’ triste.
Accadde tutto rapidamente. Gli uomini si precipitarono sul bovino, lo circondarono e lo presero per le corna, le zampe e la coda.
Spuntò una lama lucida, rifletteva la luce del mattino ed il terrore di Bill.

Il rito della macellazione islamica prevede che gli animali debbano essere sgozzati a mente serena, senza un preventivo colpo di grazia. Agli occidentali pare un rito tanto barbaro quanto immondo sembra agli orientali il nutrirsi di animali non uccisi in quel modo.
Solo allora Bill capì tutto: la tristezza del padrone Habbas, la riservatezza dei cavallini, la strana sparizione delle capre.
Ma lui non ci stava, d’un tratto fece esplodere tutta la sua forza, diede uno strattone ed una scornata e riuscì a liberarsi. Fuggì poco lontano, e andò a nascondersi dietro ad un grosso masso sospeso sopra una colonna di neve.
La scena era tragicomica, perché si vedeva benissimo dove era nascosto. Un po’ come quando i bimbi si nascondono dietro la tenda ma mezzo corpo rimane scoperto.
Gli uomini correvano col pugnale e lui scappava, ora saltava, ora si fingeva morto per poi scattare di nuovo all’arrivo dei macellai.
In poco tempo accorsero tutti a vedere la strana corrida, dapprima increduli e poi divertiti: sembravano le comiche di un film. E gli aguzzini non riuscivano ad avere la meglio. Il nostro toro pareva un attore nato. L’improvvisata arena era piena di spettatori, il divertimento fu tale che in gran coro tutti quanti presero a tifare per Bill, e alla fine decisero di risparmiargli la vita.

Un po’più di carboidrati non avrebbero fatto male, pensarono. Bill divenne una mascotte, ma non si lasciò mai più avvicinare. Alla fine solo Habbas riuscì, in lacrime, ad andargli vicino, Bill lo perdonò e ridiscesero insieme verso valle.
Non si seppe mai come condusse la sua vita il toro Bill, ma è sicuro che divenne molto, molto vecchio.

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Matteo Zanga autore del post

Matteo Zanga | Sono un fotografo a tutto tondo. Sono nato e vivo in montagna, per cui è abbastanza naturale che molti dei miei lavori siano svolti in questo ambiente. Sono molto fortunato ad essere riuscito a trasformare le mie passioni in un lavoro. Non amo molto le fotografie di paesaggio, preferisco azioni o situazioni in cui ci siano la presenza e la forza dell’uomo. Adoro i ritratti.

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