Navigazione sul Franklin River (1990)

Navigazione sul Franklin River (1990)

jb_mappa_tasmania_02Recondito, inaccessibile, remoto.
Quando leggi qualcosa sulla Tasmania, sono queste le parole più usate.

Tra gli australiani (mainlanders) la Tasmania ha la stessa reputazione che certi paesi sperduti del Bellunese hanno tra i centri più grossi. Con occhi birboni cercano la cicatrice sul collo dei tasmani, dove la seconda testa fu rimossa alla nascita.
L`Ovest è più selvaggio ancora, dove solo una strada ti porta alla costa. Questa parte dell`isola è ricoperta dalla foresta pluviale temperata e da eucalipti giganti, con circonferenza di dodici metri e un`altezza di cento. Nella foresta crescono alberi con olii e resine che li rendono indistruttibili al tempo, legni pregiati con età venerabili di due tremila anni. Fiumi impetuosi hanno scavato le valli dell`interno, uniche vie di esplorazione dei pionieri e prima di loro dei nativi.
Il Franklin River è il più iconico, salvato nel 1982 dal diventare un bacino idroelettrico, rappresenta la wilderness per eccellenza.
Trai i primi ad affrontare questo fiume ci fu il grande fotografo originario dalla Lituania Olegas Truchanas, famoso per il suo impegno ambientalista e per le esplorazioni, morì in un fiume vicino al Franklin nel 1972. Oggi diversi gruppi di esperti portano intrepidi navigatori sul Franklin River in una avventura di una vita.

Il Franklin è un susseguirsi di ravine, canyons, rapide e cascate
Con dei gommoni superstiti dai giorni del blocco della diga, alcuni amici ed io, nel 1990, percorremmo il fiume dal primo punto navigabile. Sulla strada che da Hobart porta a Queenstown, incontri il ponte Collingwood e da lì si entra nell`acqua per un`avventura di dodici giorni. Tranquillamente in alcune ore si giunge al Franklin che proviene dai monti più all`interno, il fiume ora si ingrossa e taglia attraverso rocce formando una gola con pareti verticali: l’Ireneabyss. Da qui parte anche un sentiero per la cima del Frenchman’s Cap, monolito dal capo bianco di quarzo. Il Franklin è un susseguirsi di ravine (gole, forre, ndr), canyons, rapide e cascate, da negoziare con prudenza controllando sempre in anticipo. A trequarti del suo percorso, si incontra Kuti Kina Cave, un sito aborigeno con resti datati all`ultima era glaciale, 10.000 anni fa. Allora la Tasmania era ancora unita all’Australia.

A distanza di sicurezza, i wallabies ci guardavano
Al pomeriggio, verso le 5.30, cercavamo un posto idoneo per pernottare, uno spiazzo per due tende, dove poter anche accendere un fuoco per cucinare. Solitamente lungo un tratto di fiume lento, dove si allarga in un gomito ampio e tranquillo. In queste curve, chiamate eddies, si forma una schiuma color caffelatte che galleggia sull’acqua scura, prodotto di saponi naturali dissolti da radici e piante. Nella calma della sera, piccole bolle vaganti segnalavano la presenza di un Ornitorinco che, con pazienza e silenzio, riuscimmo a vedere.
Dai barili impermeabili, che ognuno di noi portava nel suo raft, uscivano i nostri tesori: patate, cipolle, carne per i primi giorni, formaggio, pasta, riso e soprattutto il latte condensato, con cui riempire una patata americana dolce, cotta nella brace. Con me avevo anche del vino rosso, in una budella di alluminio. E poi, ben protetti dall’acqua, indumenti asciutti e sacco a pelo. A distanza di sicurezza, gli wallabies (piccoli canguri, ndr) ci guardavano con curiosità, pronti a dileguarsi in un attimo. Al mattino, un coro di volatili ti svegliava e accompagnava il salire dell`eccitamento per l`avventura del nuovo giorno.
Nel fiume indossaviamo una muta che teneva il corpo ad una temperatura piacevole, nonostante l`acqua fredda. In una particolare rapida, che non fui in grado di affrontare con sufficiente velocità, mi ritrovai spinto indietro sotto il potente getto del salto. Il raft mi partì da sotto, venni spinto e tenuto sotto dalla spinta del getto. Solo nuotando sott’acqua riuscii a risalire e trovare Bruce con il mio raft e pagaia che mi aspettava.

Rami di alberi rigogliosi che dondolano sull’acqua
Verso la fine il fiume si allarga, si calma e la sua acqua scura, color tea, funge da specchio ai rami di alberi rigogliosi che dondolano sull’acqua. Alla fine si unisce con il Gordon River, altro gigante e piano, aiutati da una vela improvvisata, si arriva ad un pontile, destinazione di visite turistiche su barche motorizzate. Si attraversa la grande espansione del Macquarie Harbour, sulle cui isole sorgono colonie penali del 1800, fino a Strahan.
Dodici giorni in una dimensione magica, d`acqua e verde.

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Il blocco del Franklin River (1983)                                 Rafting sul Franklin River (2013)

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Johnny Bertelle autore del post

Johnny Bertelle | Sono nato a Melbourne, a 4 anni ritorno in Italia con la mia famiglia dopo una crociera di 40 giorni. Durante la naja corono uno dei due sogni di mia madre: conseguire un diploma (prendo quello di rocciatore). Poco dopo l’altro sogno: diventare prete (vado in alpeggio a malga Losco, a Casera Razzo, come pastore di manze, non di anime). Dopo 6 mesi in giro per l'India e il Nepal, a 22 anni, ritorno in Australia. Lì raccolgo mele, avvio ristoranti e laboratori di gelato, lavoro con la forestale, costruisco case in legno e vendo "tempura mushrooms" ai festival della Tasmania. Vivo a Franklin sullo Huon River in una delle mie case, dove offro vitto alloggio ed escursioni, per turisti italiani. Prima di ogni viaggio, per prendere coraggio, andavo sui Monti del Sole con gli amici di allora, le “formiche rosse”: Diego, Aldo, Bob, Manolo, Raffaele e altri ancora. Che bei tempi!

1 commento/i dai lettori

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  1. Lida Malerbi il14 novembre 2013

    Il bello di un racconto, sta nella capacità di vitalizzare la realtà vissuta dall’autore, in modo da suscitare nel lettore l’impressione di condividere, dal vivo, le sensazioni trasmesse. Questo autore c’è riuscito egregiamente.

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