In discesa sul versante nord del Turlon

In discesa sul versante nord del Turlon


Nomi come Turlon de Val de Bos, Pale Candele, Spia dei Camosci, poco dicono all’escursionista
o all’alpinista dolomitico “normale” ed effettivamente è giusto che sia così.
Si sta parlando delle 
Dolomiti d’Oltrepiave fra le più aspre e selvagge, quelle che non concedono
nulla, quelle dove 
metti in conto di perderti e bivaccare, quelle dove senti (sempre che i sensi si
siano ridestati) che 
anche l’atmosfera attorno a te è diversa e pare bloccata a secoli ormai perduti,
sembra persa nel 
tempo delle ere geologiche ed è così intatta e pura da commuovere.

Probabile prima traversata integrale in solitaria dal monte Turlon a Pale Candele, con partenza e arrivo in Val Cimoliana
(dislivello positivo: 2100 m ca.; ore: 13 + 30′ di discesa in bicicletta; difficoltà: I° con un salto di II°). 


E’ UNA GRANDE GIOIA INVENTARE QUALCOSA
La ricerca di questo senso di abbandono e di una lontananza siderale, uniti alla spinta di mettere da parte quella sicurezza in più di cui ormai tutti siamo colmi, mi fanno prendere la decisione che da tempo pianificavo: traversata integrale Turlon-Pale Candele, partendo e tornando in Val Cimoliana.
C’era chi diceva che il momento dell’idea è quello fondamentale in una salita in montagna, la realizzazione viene solo dopo e ne è una conseguenza. Credo sia vero: c’è un istante in cui tutto si disvela e la mente arriva a concepire qualcosa che fino ad un istante prima sembrava impossibile. E’ una grande gioia percepire di “inventare” qualcosa.
Nell’alpinismo solitamente inventare significa individuare e tracciare una linea su una parete di roccia o ghiaccio, in questo caso si è trattato di capire se quello che si vedeva su carta topografica, era effettivamente percorribile.

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Nelle foto, dall’alto: Le placconate del Cornaget / Camminando sulle “virgole d’aria” / La “porta del non ritorno” / Uno sguardo verso la cresta appena percorsa / Duranno e Cima dei Preti; al centro, in secondo piano, il Civetta / Prepotente il Duranno troneggia indiscusso / L’arrivo in Casera Bregolina Piccola

STO GUIDANDO IN VAL CIMOLIANA NEL BUIO PIÙ TOTALE DI UNA MATTINA DI METÀ OTTOBRE
Dal Ponte Confoz guado il torrente, mi addentro nella Val Pezzeda e poi lungo lo sconosciuto Ciol Tramontin. Qui l’unico segno del passaggio umano sono due vecchie lamiere arrugginite, c’è chi dice serbatoi d’aereo dell’ultima guerra. E’ un tripudio nell’animo quando mi giro e Cima dei Preti appare arancione, illuminata dalle prime luci dell’alba, pronta a prendere fuoco. Arrivare alla mitica Forcella del Borsat mi permette di affacciarmi sull’orrido Ciol de Mene Borsat dove è un continuo mitragliare di sassi dall’alto.
Qui inizia la cengia sulle “virgole d’aria” come l’ha definita Vittorino Mason, la mitica Cengia di Bepi Nart. Mitica per chi poi? Non riesco a comprendere come sia possibile che me la sogno da una settimana, eppure è così. A cavallo di queste virgole d’aria, con poche indecisioni, guidato dalla traccia che si svela come per incanto davanti ai miei piedi, attraverso la “porta del non ritorno” e piombo in una realtà fatta di grandi contrasti di luce con un silenzio irreale che mi accompagnerà per tutta la salita. Dall’alto sono osservato dall’immobile Spia dei Camosci, un obelisco di roccia posto a guardia di Cima Borsat mentre dietro di me con arroganza troneggia il re dell’Oltrepiave, il Duranno.
Dopo una radura salgo su dritto in verticale e poi a destra riesco ad uscire sui prati ripidi del Turlon. La cima è un miraggio ma tosto la raggiungo. Discendere il ghiacciato versante nord richiede più delicatezza ma poi è tutta una cavalcata in cresta fino alle Pale Candele. Non ricordo quale sia stato il pensiero una volta in cima, forse nessuno vista la stanchezza: l’unico obiettivo è scendere prima che faccia buio onde evitare il bivacco all’aperto.
Arrivo in Bregolina Piccola passando per forcella Dof che sono passate circa 9 ore e mi sono fermato ben poco. E’ giusto mettere qualcosa nello stomaco. Per tornare in valle incrocio Casera Bregolina Grande e poi scendo fino al Pian Meluzzo. La bicicletta posizionata la mattina farà il suo mestiere scarrozzandomi fino all’auto.

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MI CHIAMO CLAUDIO BETETTO, HO 22 ANNI E VIVO A MESTRE
Da sempre ho sentito dentro di me l’attrazione verso la montagna ma è solo da pochi anni che sono riuscito a tradurla in un’attività concreta, dove l’aspetto preponderante è l’esplorazione, prima di tutto di se stessi.
Fin dalle prime mosse ho intuito che la montagna “commerciale”, quella delle firme e dei luoghi super-frequentati non faceva per me; perciò ho trovato in luoghi più selvaggi e remoti il terreno per esprimermi, non disdegnando tuttavia qualche salita di bellezza indiscussa negli ambienti dolomitici più famosi.

Pratico l’arrampicata sia su roccia che su ghiaccio, lo scialpinismo e nel tempo libero, amo salire qualche masso ed esercitare l’equilibrio sulla slackline. Se l’arrampicata sportiva mi ha iniziato al mondo verticale, è solo col tempo che ho capito essere l’alpinismo la mia vera passione, in tutte le sue sfaccettature, soprattutto quello invernale. Riuscire a combinare, quando possibile, la salita tecnica su neve, ghiaccio e misto con la discesa sugli sci è quanto di più esaltante e appagante io credo possa esserci.

Dopo due anni di attività, il materiale fotografico cominciava ad essere abbondante e in collaborazione con alcuni amici ho deciso di creare un blog di racconti delle nostre avventure, relazioni tecniche, foto e cultura di montagna: è nato così il Landre dai Salvadis, ovvero “l’antro dei selvatici”, in friulano. Ognuno a modo suo, ma con la comune volontà di praticare un alpinismo di scoperta e di avventura, l’esperienza del Landre dai Salvadis sta crescendo e maturando. Il nostro territorio preferito sono le Dolomiti d’Otrepiave dove si riesce ancora a respirare l’aria pura di un ambiente integro e poco corrotto dalla presenza umana, ma siamo riusciti a portare a termine delle belle salite anche nelle Giulie, nelle Dolomiti Cadorine e nel Gruppo del Gran Paradiso in Piemonte.

Molte volte mi viene chiesto il perchè di questa mia passione e rispondere non è facile. Più semplice è tuttavia pensare alle emozioni provate ammirando un’alba in cima ad una montagna o arrampicando con un compagno di cordata che prima di tutto è un amico con il quale si è uniti da una corda, nel bene e nel male. Inoltre mio nonno era anche lui alpinista, perciò è innegabile che la componente genetica abbia giocato un ruolo importante. Altrettante volte mi viene posta la domanda sul perchè da Mestre io mi sposti facendo lunghi viaggi per andare a scalare le montagne. Io rispondo che è la passione a muovermi e probabilmente è proprio questa distanza ad alimentarla.

Detto tutto ciò, rispetto allo stesso modo ogni possibile forma di vivere la montagna ma reputo l’alpinismo solitario quella più alta e pura, quella in cui i soggetti sono solo due: la montagna e l’uomo ed è la prima a dettare le regole.

#microavventure
sono avventure di prossimità raccontate da altitudini.
Non c’è bisogno di volare dall’altra parte del pianeta per vivere un’avventura, grande o micro che sia.
Basta partire, l’avventura è ovunque e sta a noi cercarla. Ogni luogo, ogni giorno, ogni momento puoi trovare la tua avventura.

Documenta la tua microavventura con un foto-reportage e un breve testo e inviala alla nostra redazione.
Le migliori saranno pubblicate.

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Claudio Betetto autore del post

Claudio Betetto | Mi chiamo Claudio Betetto, ho 22 anni e vivo a Mestre. Sono laureato in Scienze per l'Ambiente e la Natura a Udine e sto proseguendo gli in Scienze Forestali a Padova. In collaborazione con alcuni amici curo il blog Landre dai Salvadis, ovvero "l'antro dei selvatici", in friulano.

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