I Mascabroni di Cima Undici.

I Mascabroni di Cima Undici.

Cent’anni tra le crode.
Nel centenario della grande impresa dei Mascabroni a Cima Undici, il racconto di Andrea Carta.

Il 16 aprile 2016 Andrea Carta e alcuni amici sale di buon mattino al Passo della Sentinella, vogliono recitare una preghiera in ricordo di chi fu comandato a combattere una guerra assurda, nel magnifico ambiente dolomitico.
Cento anni prima (16 aprile 1916) due squadre di Alpini, al comando del Capitano Giovanni Sala, rotolano dalle alte forcelle di Cima Undici per conquistare il Passo della Sentinella, dopo due mesi di lotta contro il gelo dei tremila metri. Quel manipolo di audaci alpini sarà sempre ricordato come i Mascabroni(1), appellativo datogli dal loro Capitano Giovanni Sala.

Le vicende e le leggendarie azioni che portarono i Mascabroni a conquistare il Passo della Sentinella sono ben documentate e lo stesso Andrea Carta, alpinista e storico delle vicende della Prima Guerra mondiale sulle Dolomiti, è autore di un bel volume “Cima Undici: una guerra e un bivacco” edito da Giovane Montagna, 1993. Meno noti sono i percorsi in cresta e nei canaloni che seguirono i Mascabroni per cogliere di sorpresa il presidio nemico.

Andrea Carta in questo racconto scansione della sua vita, ci porta sui passi di quei giovani alpini di 100 anni fa, definiti dal loro Capitano: “I più tenaci nell’affrontare le difficoltà, pieni di fede nel successo, un po’ brontoloni, generosi  e pronti a dare in qualunque momento il proprio sangue per la Patria e per i compagni”.

1973 (a 11 anni).
L’incontro con le crode di Cima Undici.

Fin da bambino seguivo mamma e papà in montagna e una sera di luglio del 1973 (avevo undici anni) pernottammo al Rifugio Zsigmondy-Comici, in alta Val Fiscalina: l’indomani era prevista la salita al Bivacco “ai Mascabroni” alla Mènsola, sotto la parete sud di Cima Undici, per portare una targa a ricordo dello zio Paolo (tragicamente scomparso l’anno prima), uno degli artefici, assieme a mio padre, dell’epopea della costruzione del bivacco.
Piovigginava, le nuvole erano basse, facce tristi, dubbiose: l’incertezza per l’indomani era palpabile e, nonostante la giovane età e la mancanza di bollettini meteo (tranne quelli del colonnello Bernacca), intuivo che la salita del giorno dopo sarebbe stata solo per i più esperti… non certo per i ragazzini. Così fu e alla Mènsola arrivarono in pochi, riuscirono ad assolvere al loro impegno ma tornarono fradici e a pomeriggio inoltrato.
Ci vorranno altri cinque anni prima che il mio desiderio, allora maturato indelebilmente, si trasformasse in realtà, o quasi: infatti, anche quella seconda volta il meteo ci mise lo zampino e una gran gelata settembrina rivestì di ghiaccio la paretina De Zolt e il ripido traverso prima di Forcella Zsigmondy, impedendoci di fatto di arrivare al bivacco e costringendoci ad un gelido pernottamento fuori programma sui sassi di Cresta Zsigmondy: tanti e duri, anzi taglienti come in poche altre zone delle Dolomiti. Sperimentai anch’io il gelo dei tremila metri.

Cima Undici, Andrea Carta, 1980

Cima Undici, Andrea Carta, 1980

1980 (a 18 anni).
Finalmente apro la porta del Bivacco “ai Mascabroni”.

La terza volta andò finalmente in porto e il primo agosto 1980 aprii la porta del bivacco ove, all’interno, era affissa una semplice targa con un nome: Paolo Carta. Grande fu la soddisfazione di esserci arrivato: il coronamento di un sogno inseguito per anni, gli anni spensierati della giovinezza, del primo alpinismo, ma anche della strana storia che avvolgeva quel luogo. Ma cosa voleva dire quel nome, “Mascabroni”?: chi erano costoro e cosa fecero lassù, in mezzo a quelle crode sperdute, a tremila metri… e d’inverno?
Riuscimmo anche a raggiungere la punta principale di Cima Undici, passando per l’anticima SE dalla quale ci calammo con una corda doppia avventurosa, verso l’ignoto (e per fortuna lasciammo lì la corda, a penzoloni, che poi ci servì per risalire; tale allora la scarsità di notizie sulle vie di salita o, più facilmente, l’irruenza giovanile che ti faceva andare ad ogni costo e arrivare alla meta per qualsiasi itinerario!).
Iniziai a cercare le vecchie relazioni alpinistiche ma soprattutto le notizie sulla grande avventura dei Mascabroni. Mi venne in aiuto un caro amico dei miei genitori, il maestro della storia della Grande Guerra tra le montagne (non solo dolomitiche), Gianni Pieropan: mi prestò Crode contro crode, di Giovanni Sala e Antonio Berti, e mi raccontò anche la genesi del bivacco di Cima Undici.
Da allora quelle crode diventarono la mia seconda casa, dove tornai quasi ogni anno, esplorando via via tutti gli itinerari di salita percorsi dai pionieri (tra cui gli Innerkofler, Zsigmondy, Purtsheller, Happacher, Verzi, Dimai, Siorpaes, Witzenmann, eccetera) e occupandomi di mantenere efficiente quello principale, detto “via normale”, aperto dagli Alpini del Sottotenente De Zolt nell’estate del 1915.

La bufera, Andrea Carta, 1994

La bufera, Andrea Carta, 1994

1996 (a 34 anni).
L’attraversata dalla Mènsola alle storiche forcelle Da Col e Dal Canton.

Il desiderio di scoprire e ripercorrere i vari itinerari diventava sempre più forte e, un po’ alla volta, riuscii a percorrerli tutti, anche per dare un po’ di varietà al ricorrente “impegno del custode”: ma l’attrazione più forte era la traversata dei Mascabroni, dalla Mènsola alle storiche Forcelle Da Col e Dal Canton e poi giù al Passo della Sentinella. Itinerario descritto molto succintamente ma, soprattutto, con molte incognite sulla sicurezza, dato che in guerra lo percorsero d’inverno quando la neve copriva e sigillava le rocce friabili. Un percorso storico e alpinistico nel contempo, spettacolare… ma un po’ misterioso.
Nel giugno del 1994 tentai la traversata, con tre compagni, ma un imprevisto cambiamento del tempo scatenò una bufera sulla zona e noi restammo bloccati al bivacco per due giorni, senza riuscire ad avvisare le famiglie (i telefoni cellulari erano ancora rari): ci recuperò, il terzo giorno, l’elicottero del Soccorso Alpino. Addio traversata!
La resa dei conti arrivò due anni dopo, primi di settembre: tredici ore di ravanamenti (partenza e arrivo dal parcheggio di Val Fiscalina) tra canalini friabilissimi, cenge esposte e instabili, forcelle aeree dove è quasi impossibile “fare sicura”. E anche con la sensazione di essere seguiti… quasi i fantasmi dei Mascabroni fossero lì a vegliare sulla loro antica casa. Ma era fatta!

Forcella 15 (archivio Andrea Carta)

Forcella 15 (archivio Andrea Carta)

E gli anni seguenti, la salita alla misteriosa Forcella 15.

Anni dopo, riordinando opuscoli e vecchie fotografie della zona, mi soffermai su una immagine di Cima Undici vista dal circo nord di Croda Rossa, con indicati tutti i nomi delle forcelle che si affacciano sul Vallon della Sentinella: oltre al noto percorso della calata dei Mascabroni, si vedeva anche il tracciato della incredibile caduta dell’Alpino Coutandin, che da Forcella 15 scivolò lungo il canalone – che prese da allora il suo nome – per arrestarsi, ferito ma vivo, nei pressi di un manipolo di austriaci che lo fece prigioniero.
Forcella 15 non faceva parte di quelle della storica traversata: e allora? Cerca e ricerca, trovo un’altra immagine che ritrae Forcella 15 negli anni Venti, cioè a guerra da poco terminata: baracche, scale, muretti a secco, caverne… una specie di cittadella sospesa tra le crode, uno dei tanti presìdi occupati dagli Alpini dopo la conquista del passo.
La curiosità divenne attrazione… e decisi di andare. Risalita la Via Berti-Fanton (versante ovest di Cima Undici) raggiunsi Forcella 15 dove, effettivamente, erano ancora evidenti i resti di un frequentato presidio: quattro-cinque baracche ancora esistenti (anche se crollate), numerose caverne-ricovero e relativi percorsi di collegamento, ancora in discrete condizioni… un luogo dove non è retorico dire “osano solo le aquile”.
Una leggera nevicata, accompagnata da raffiche di vento sferzante, ci riportò immediatamente alla realtà: che si fa? ritirata?… ma per dove?. Non ritenendo il massimo tornare per la via di salita, decisi di risalire un canale verso est e arrivai, proprio per caso, a Forcella della Teleferica: splendido balcone sul Passo della Sentinella, punto di arrivo di una teleferica che serviva per rifornire il presidio di Forcella 15. Incredibile l’ottimo stato di conservazione della struttura lignea, in caverna, e dei resti di vestiario e di coperte stesi sulle travi… quasi gli Alpini se ne fossero andati da poco!

Forcella della Teleferica (archivio Andrea Carta)

Forcella della Teleferica (archivio Andrea Carta)

Fortunatamente riapparve un po’ di sole e decisi di proseguire “a naso”, tra forcelle e creste nel tentativo di arrivare alla Da Col e di qui calare sul passo. Il percorso è friabilissimo, impressionante e il vento insiste… ma la Forcella Da Col è raggiunta.
Sono le undici, il meteo sembra essersi calmato, non nevica più, torna un po’ di sole: una pazza idea mi passa per la testa, la espongo ai compagni e decidiamo di tentare. Scendiamo all’Insenatura delle Caverne, una balconata esposta e friabilissima, arriviamo alla Forcella De Poi e scendiamo un altro canale sul versante est di Cima Undici fino a raggiungere la base di un orribile canalino che dovevamo risalire: marcio, franoso, pieno di sassi incastrati e impastati con ghiaia e fango, stretto da far fatica a risalirlo in opposizione… un pertugio angosciante! Ma in qualche modo lo risalgo e raggiungo la sommità da cui, sfruttando un grosso chiodo con anello originario del 1916, recupero la truppa per raggiungere poi Forcella Alta. Il successivo canale che ci porterebbe giù alla Mènsola è purtroppo senza neve, tanto da apparire come uno scivolo di terra e sassi, impressionante, pericoloso. Per cui decidiamo di risalire la breve ma difficile parete sulla nostra sinistra e così arriviamo alla croce di Cima Undici che sono ormai le quindici (dieci ore di salita!). Una foto e poi «sò de corsa, che vièn note»: alle diciassette siamo al bivacco e alle venti e trenta in fondo valle, accompagnati da un diluvio temporalesco.

Il topolino di Cima Undici

Il topolino di Cima Undici

Il topolino di Cresta Zsigmondy.

L’avventura finì così, bagnata ma fortunata: quindici ore e mezza de sassi, crode, forzele, canali, busi, giaroni, creste, paretine, corde, dèi roti e… un topolino: sì, proprio un topolino che mi strizzò l’occhietto comparendo da sotto le vecchie tavole dei ruderi della baracca comando di Cresta Zsigmondy.
E’ curioso ricordare che dopo l’installazione del bivacco, in un paio di occasioni venne trovato un cuscino rosicchiato e qualcuno sosteneva che poteva essere stata solamente una moreieta(2), forse trasportata lassù con i carichi del bivacco o forse erede di antenati vissuti in quei luoghi al tempo dei Mascabroni! Vi lascio immaginare l’ironia e i dibattiti che ad ogni ritorno sul posto si accendevano tra i presenti: «… ma che fantasie!, cossa vuto che fassa ‘na moreieta in cima là, con cosa porla vivere d’inverno».
E invece, quel giorno, scoprimmo che il topolino c’era davvero, sopravvissuto anche lui alla storia, tra queste crode che dopo cent’anni offrono ancora avventura e fascino… nel ricordo in uomini con la “U” maiuscola.

2016 (a 54 anni).
Cent’anni tra le crode.

Il 16 aprile 2016 con alcuni amici saliamo di buon mattino al Passo della Sentinella, per recitare una preghiera in ricordo di chi fu comandato a combattere una guerra assurda, nel magnifico ambiente dolomitico.


(1) «I soldati che componevano le due squadre furono da me denominati “i mascabroni”, che nel gergo di Cima Undici voleva dire gente rude, ardita, noncurante dei disagi e, se vogliamo, anche un po’ strafottente al modo alpino, ma sempre generosa e pronta a dare in qualunque momento il proprio sangue per la Patria e per i compagni. È un nome che io davo a quei soldati che durante lo svolgimento della difficile impresa si dimostrarono i più arditi, i più tenaci nell’affrontare le difficoltà, pieni di fede nel successo, un po’ “brontoloni”, ma in definitiva sempre di buon umore e sostanzialmente molto disciplinati; gente tutto cuore e tutta sostanza; poca forma, che molto spesso è ipocrisia. Gli alpini, poi sono brontoloni di natura, non per indisciplina; bisogna conoscerli a fondo per poterli giudicare». (da Crode contro crode di Giovanni Sala, ediz. Cedam 1959).

(2) Topolino in dialetto vicentino.

Traversata “dei Mascabroni” (via di guerra, 1915-16) / Gruppo del Popèra, Dolomiti Orientali
Il padre e lo zio Paolo di Andrea Carta durante la costruzione del bivacco (luglio 1967)

Il padre e lo zio Paolo di Andrea Carta durante la costruzione del bivacco (luglio 1967)

Tipo ascensione: alpinistica
Dislivello: 1650 m ca. con varie risalite
Difficoltà: I, II e III su terreno friabile
Partenza: parcheggio di Val Fiscalina, Sesto Pusteria (BZ), con possibilità di pernottamento al Rifugio Zsigmondy-Comici (m 2224) o al Bivacco “Ai Mascabroni” (2932 m) sulla terrazza sud di Cima Undici
Bibliografia: Guida CAI-TCI, A. Berti – Dolomiti Orientali, vol. I, parte 2^
Cartografia: Carta Tabacco 1:25.000 foglio n. 10

E’ l’itinerario seguito in guerra dagli Alpini del Btg. Fenestrelle e Btg. Cadore, al comando del Capitano Giovanni Sala, nell’inverno del 1916: itinerario percorso in più riprese durante l’occupazione delle creste di Cima Undici per preparare la conquista del Passo della Sentinella, avvenuta il 16 aprile 1916. L’intera traversata ha un dislivello di circa 1650 metri, con diversi saliscendi, e uno sviluppo molto lungo (l’ho effettuata due volte, una in andata e l’altra a ritroso, in giornata, ma è consigliabile effettuarla in due giorni con pernottamento al bivacco). Nota: la friabilità della roccia, la franosità dei canali, la mancanza di segnaletica e la complessità dell’itinerario lo rendono possibile solo ad alpinisti esperti ed allenatissimi ai terreni friabili.

> Prima parte (dal fondovalle al bivacco “ai Mascabroni”)
Risalita la Val Fiscalina, superato il Rif.ugio Zsigmondy-Comici si raggiunge il Lago Ghiacciato, poco sotto Forcella Giralba (è possibile arrivare sin qui anche dalla Val Giralba passando per il Rifugio Carducci), si devia a sinistra in direzione Monte Popèra e Strada degli Alpini. Superata la Lista ed entrati nell’anfiteatro della Busa di Dentro, si incontra una nuova deviazione per la Strada degli Alpini: non seguirla ma proseguire verso est entrando nella Busa di Dentro, ampio vallone detritico coperto nella parte finale da neve perenne. Seguendo le tracce di sentiero sul lato sinistro orografico della Busa si prosegue in direzione di Forcella Alta di Popèra fino a incontrare, circa a metà del ripido pendio che si risale alla fine del nevaio, un grosso masso posato sulle ghiaie (a sinistra salendo). Dal masso con le spalle rivolte a Forcella Alta di Popèra si nota sulla destra un canale di neve (a stagione inoltrata rimane una sottile lingua di neve che talvolta nasconde buchi e salti rocciosi: attenzione!) che conduce sotto la “parete De Zolt” (segni rossi). Risalire la parete, inizialmente abbastanza levigata (II, II+, spezzone di fune metallica), poi più facile ma sempre friabile (per cui, attenzione a non muovere sassi).
La parete è un’alternanza di piccoli diedri, cenge, roccette, con diverse possibilità di assicurazione a mezzo di chiodi cementati e spit con catena per le calate. Al termine della parete due grossi fittoni con anello, di ferro, fissati dagli Alpini nel 1915 ci ricordano gli immani sforzi da loro compiuti: appendetevi pure, sono fissati alla roccia con piombo fuso! Ancora pochi passi su una cengia verso sinistra e poi su per facili gradoni. Seguendo le tracce di sentiero (in parte segnato) si raggiunge la sommità della cresta (scala di legno, del 1916, infissa in un mucchio di pietre). Da qui si scende verso nord (breve tratto di corda metallica) fino al salto che si affaccia su Forcella Zsigmondy. Si cala decisamente a sinistra, aggirando la costola rocciosa che delimita il canale originato da Forcella Zsigmondy, fino a entrare nel canale stesso accostandosi ad un piccolo terrazzino (chiodo rosso cementato).
Qui le difficoltà sono variabili in base alle stagioni: con tanta neve la traversata, orizzontale, è abbastanza facile mentre, se la roccia è scoperta, la traversata si effettua scendendo brevemente dal terrazzino verso il fondo del canale per poi traversare orizzontalmente una esile cengia (friabile) in direzione di un chiodo fisso che si vede oltre la traversata, nei pressi di Forcella Zsigmondy.
II percorso diventa ora più facile: tutto sentiero fino al bivacco (ore 5-6 dal parcheggio di Val Fiscalina, 3-4 dal Rifugio Zsigmondy-Comici).

> Seconda parte (dal bivacco al Passo della Sentinella)
E’ importante tenere presente che gli Alpini, nel 1916, percorsero questo itinerario d’inverno, con quantità di neve enormi (fino a sei metri sulla Cresta Zsigmondy), per cui tutte le rocce e i sassi erano coperti e quindi la friabilità dell’ambiente non costituiva un problema. Dal bivacco si percorre tutta la terrazza verso ovest fino ad entrare, alzandosi per boccette in obliquo, nel canale che scende da Forcella Alta: risalire il canale tra residue chiazze di neve e terreno franoso e instabile, con scarse possibilità di assicurazione. Giunti a Forcella Alta (da cui a destra si può salire alla vetta sud di Cima Undici – 3092 m, pass. di IV friabile – e a sinistra si può salire alla Forcella Ampezzana, con splendida vista, e all’anticima SO) si scende sul lato opposto per una quindicina di metri su terreno franoso, fino a raggiungere un intaglio sulla sinistra (tra la cresta principale e il Frate), dove si trova un chiodo con anello, residuato di guerra.
Ci si cala a corda doppia (25 metri circa) utilizzando il vecchio chiodo (da controllare!), badando bene a tenerla sollevata dal fondo del canale in quanto è inevitabile la caduta di sassi, che la possono rovinare. Giunti alla sua base, la parete si apre e precipita in Vallon Popèra: di fronte a noi la punta nord di Cima Undici con, evidente, il canale salito dal S. Ten. Italo Lunelli che raggiunse Forcella Da Basso. Sulla nostra sinistra (nord-ovest) si nota un nuovo evidente canale più appoggiato: lo si risale facilmente fino alla sua sommità – Forcella De Poi – e poi si prosegue per facili cenge ghiaiose dirigendosi verso la Forcelletta De Poi, che si affaccia sul versante nord-ovest di Cima Undici: la cosiddetta “insenatura delle caverne” (le caverne erano i ricoveri che gli Alpini scavarono nella neve per costruirvi dentro tre baracche, quando si ammassarono in attesa del segnale per calarsi alla conquista del Passo della Sentinella). Qui il terreno si fa pericoloso, non tanto per le difficoltà tecniche – percorso su cengia con passaggi di I e II – bensì per il rischio di scivolare sulle roccette-ghiaie e finire sul salto sottostante (l’ambiente incute un po’ di timore per la grandiosità e l’assoluto isolamento; si vede, in basso, la famosa Forcella 15, ampia base di ricoveri occupata e presidiata in modo permanente dopo la conquista del citato passo).
Si percorre la traccia di cengia, spesso interrotta ma con ancora evidenti segni della guerra (chiodi, resti di tavole, scale, pezzi di corda) fino a raggiungere i due canali che portano rispettivamente alle Forcelle Da Col e Dal Canton, da dove partirono i Mascabroni per la lunga scivolata sul Passo della Sentinella: il secondo è più facile da risalire e ci porta alla famosa Forcella Dal Canton, proprio sopra il versante nord: l’ambiente si apre, grandioso, sul Passo della Sentinella e su Croda Rossa, con i suoi Torrioni e le sue infinite guglie.
Dalla Forcella Dal Canton si cala lungo il pendio sottostante che diventa poi il Gran Canalone lungo il quale si calarono gli Alpini, ma ciò è possibile solo in presenza di neve assestata, altrimenti l’estrema franosità ne sconsiglia la percorrenza e, in tal caso, è necessario attraversare verso destra in arrampicata, passando sotto la Forcella Da Col, fino a raggiungere la “via normale” che sale a Cima Undici Nord dal Passo della Sentinella (“variante italiana”). Seguendo qualche raro ometto e labili tracce – attenzione in caso di nebbia – si cala finalmente sul Passo della Sentinella, completando così uno degli itinerari storici più solitari e affascinanti delle Dolomiti.
Da Passo della Sentinella si scende in Val Fiscalina per il Vallon della Sentinella e poi lungo il sentiero dell’Alpe Anderta.

Avviso: Tutte le informazioni contenute in questa scheda si basano su fonti ritenute attendibili dall’autore e su quanto riscontrato di persona durante le due ripetizioni del percorso. Nonostante l’estrema cura adottata per descrivere l’itinerario, l’autore invita i lettori alla massima prudenza e non si assume responsabilità per quanto riguarda conseguenze derivanti da eventuali inesattezze o imprecisioni riportate nel testo, ricordando che la frequentazione alpinistica della montagna, in quanto attività potenzialmente pericolosa, richiede allenamento e preparazione tecnica e si intende svolta a proprio rischio e pericolo.

Andrea Carta autore del post

Andrea Carta | Andrea Carta, vicentino classe 1962, pratica alpinismo fin dal 1975 in tutte le stagioni. Profondo conoscitore delle vicende storiche della Prima Guerra mondiale sulle Prealpi vicentine e sulle Dolomiti, in particolare del sottogruppo di Cima Undici dove ha percorso tutti gli itinerari teatro della mitica impresa della conquista del Passo della Sentinella. E’ stato il custode per molti anni del bivacco “ai Mascabroni”, dedicato allo zio Paolo ed eretto nel 1967 sulla mitica postazione della “Mensola”, a quota 2932 su Cima Undici. Nel 1993 ha pubblicato il volume “Cima Undici, una guerra e un bivacco”, nel 1999 ha curato la riedizione di “Due soldi di alpinismo”, opera di Gianni Pieropan di cui ha scritto nel 1998 la biografia, occupandosi della catalogazione e archiviazione del suo patrimonio librario presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza. Nel marzo 2016 è stato il regista del video-documento “Giovanni Sala, il Capitano della Sentinella” che riassume l’omonimo libro di Walter Musizza e Giovanni De Donà sulla vita del famoso capitano cadorino.

4 commento/i dai lettori

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  1. Massimo Bursi il16 maggio 2016

    Ciao Andrea, l’avventura di una vita riassunta in poche pagine. Grazie per le emozioni e arrivederci a presto! Massimo – http://flashdialpinismo.wordpress.com

  2. Riccardo il16 maggio 2016

    Grazie Andrea, ho letto con commozione il tuo racconto.
    Spero che oggi siate potuti risalire come da programma annunciato e l’escursione vi risulti piacevole e gratificante.
    Mi piacerebbe chiederti, se fosse mai possibile, un po’ di bibliografia della zona, non nascondo che il tuo racconto esercita una fortissima attrazione e un pellegrinaggio in alcuni di quei posti vorrei proprio poterlo fare.
    Riccardo

    • Andrea Carta
      andcar62 il16 maggio 2016

      Grazie a te.
      Per la bibliografia di guerra (“Guerra per crode” di Antonio Berti e Giovanni Sala – “Crode contro crode” di Giovanni Sala) purtroppo è tutta roba antica che si può trovare solo nei mercatini (a parte qualche ristampa, presso librerie specializzate).
      Per gite e itinerari escursionisti e alpinistici è sempre molto valida la Guida CAI-TCI, A. Berti – Dolomiti Orientali, vol. I, parte 2^ (oltre ad altre pubblicazioni più recenti sulla zona del Popera e Val Fiscalina, che però non conosco nello specifico) e per la cartografia ti suggerisco la carta Tabacco 1:25.000 foglio n. 10.
      Ad ogni modo, presso una libreria specializzata sulla montagna dovresti trovare info. Ti suggerisco anche i seguenti siti: http://www.rifugioberti.it ; http://www.rifugiocarducci.eu ; http://www.valcomelicodolomiti.it ; http://www.zsigmondyhuette.com
      Ciao.

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